Neve e sangue

Serie: Sei proiettili d'argento

Iniziarono a cadere senza alcun preavviso, Tiberio era stato colto di sorpresa, nonostante il tempo non promettesse niente di buono da parecchie ore, da quell’ondata di neve che aveva deciso di investirli. Si strinse ancor di più nel cappotto per evitare troppi spifferi d’aria gelida, li odiava con tutto il cuore, come del resto odiava quel clima in generale. Marco aveva smesso di parlare da diversi minuti, il che era abbastanza strano considerando quanto fosse incline a parlare del più e del meno in qualsiasi situazione, anche nelle più pericolose e concitate.

“Ehi, tutto bene lì dietro?”

“Dovevo portare un cappotto più pesante, merda santissima. Di questo passo morirò assiderato” disse parlando con una lentezza esasperante, segno che l’aria lo stava spingendo verso l’assideramento.

“Secondo la mappa tra tre chilometri dovremmo trovarci ad un bivio, proprio lì dovremmo trovare quello che penso sia il rifugio d’emergenza dei pastori locali per quando il mondo decide di scaricargli addosso tutta la sua potenza. Se acceleriamo un poco il passo possiamo arrivare lì in una ventina di minuti al massimo.”

“Hai della grappa?”

“Sì, ne è rimasta in abbondanza.”

“Ti sarei grato se me la lanciassi: se non metto un po’ di calore in corpo dubito di riuscire a continuare.”

Tiberio non se lo fece ripetere due volte, frugò con cautela, attento a non scoprirsi troppo il petto, nella tasca interna sinistra del cappotto, trovò subito ciò che cercava: una piccola fiaschetta in metallo luccicante. Si trattava del ricordo dell’Accademia ufficiali di tanti anni prima, non se ne separava mai nonostante avesse smesso di credere nei valori militari da tempo immemore. Girò la testa in direzione del suo collega e amico, calcolò a mente la traiettoria migliore per il lancio ed eseguì con un movimento fluido. Marco fu colto di sorpresa da quella velocità ma riuscì ad afferrare la grappa con un gesto preciso.

“Era una prova e tu l’hai superata egregiamente, questo è il genere di reazione che ti salva la vita sotto il fuoco nemico” disse Tiberio con una punta di soddisfazione nella voce.

“Beh, speriamo di non dovercene mai preoccupare troppo, siamo noi che dobbiamo aggredire, no?”

“Non si sa mai, i cacciatori possono diventare prede e viceversa quando meno te lo aspetti.”

I muli erano tutt’altro che contenti di affondare gli zoccoli nella morbida e glaciale neve, ogni tanto sbuffavano e scalciavano un poco, Tiberio era nervoso poiché quello non era certo il miglior animale per quel genere di traversate. In caso di fuga sarebbe stato molto complesso mettersi in salvo spronandoli a correre alla massima velocità; suo padre li utilizzava spesso per trasportare la legna in montagna e da ragazzo aveva più volte preso parte a quelle spedizioni, scoprendone tutti i pessimi lati del carattere.

Mezz’ora di cammino bastò per giungere al bivio descritto poco prima da Tiberio, quando l’uomo si voltò verso il suo collega percepì la fatica e lo sforzo che stava facendo per rimanere in sella. Le condizioni del tempo avrebbero influenzato non poco la velocità di movimento del duo, ne erano consapevoli entrambi, purtroppo dovevano arrendersi all’evidenza e attendere.

L’ultimo tratto rimasto prima di giungere alla casupola in legno fu una vera agonia, la vista era affaticata dalla quantità di neve che investiva il volto, il respiro tranciato dal gelo che invadeva i polmoni con la stessa violenza della macchina bellica nazista, i muli stanchi e affannati quasi non alzavano più le zampe.

“Marco, ci sei ancora? Non mi abbandonare, amico!”

“Sono ancora qui, forse” fu tutto ciò che riuscì a rispondere con un filo di voce e una lentezza che rivelava lo stato di salute precario.

“Tieni duro, riesci a vedere il rifugio lì?” urlò Tiberio per farsi sentire megio.

“Sì.”

Venti minuti dopo i due muli giunsero a destinazione, a quel punto l’ex ufficiale smontò in fretta ed afferrò con un gesto deciso entrambe le redini degli animali, poi le legò senza pensarci al palo di legno ad un paio di metri di distanza dall’edificio. Non appena terminata l’operazione si diresse subito verso Marco che giaceva accasciato sull’animale, il respiro flebile; gli toccò con la mano la fronte: scottava quasi come la caldaia di una nave a vapore.

“Merda, merda” imprecò tra sé e sé mentre tentava di tirare giù l’amico.

Quello non oppose nessuna resistenza al movimento, segno che versava in uno stato di incoscienza dal quale sarebbe stato difficile farlo uscire in tempi brevi; per un istante nella testa dell’ex ufficiale balenò l’idea di abbandonarlo al rifugio senza tanti complimenti ma la scacciò subito come si fa con una mosca fastidiosa. Marco aveva fatto molto per lui quando si era trovato in difficoltà e non poteva permettersi di lasciarlo agonizzante come un animale.

“So che non puoi sentirmi, spero tornerai presto tra noi, in ogni caso ce la caveremo anche da questa merda.”

L’altro non emise alcun suono mentre la testa si poggiava sulla spalla sinistra del suo amico; camminare in modo normale con quel peso addosso si rivelò un’operazione tutt’altro che semplice, ad ogni passo i piedi affondavano nella neve fresca e soffice che il giorno successivo si sarebbe tramutata in una trappola mortale di ghiaccio. Più di una volta l’uomo ebbe la netta sensazione di star per perdere l’equilibrio, salvo poi riprendersi all’ultimo appoggiandosi sul muro del rifugio. Dall’interno non parevano uscire suoni di nessun genere, era molto improbabile trovare in una zona lontana da tutto qualcuno così folle da addentrarsi sulle montagne senza un preciso scopo. La fame aveva spinto in molti a prendere vie sempre più rischiose per trovare cibo, soprattutto se chi doveva cercarlo aveva una famiglia della quale occuparsi. Ormai, in zone povere come quelle della Jugoslavia, era quasi impossibile trovare sostentamento anche affidandosi ai canali “non ufficiali” come quelli del mercato nero.

Quando l’uomo si ritrovò accanto alla porta d’ingresso la sua testa gli segnalò un elemento ben poco rassicurante: il portone di legno, dall’aria abbastanza massicia e solida, era aperto di qualche centimetro. Potevano esserci diverse spiegazioni in merito ma la più semplice riconduceva ad un qualche tipo di presenza umana. Senza attendere troppo Tiberio cercò con la mano sinistra la pistola nella fondina che portava sempre al fianco, ne uscì con una revolver dall’aria un po’ malandata che però era in grado di stendere una minaccia senza troppi complimenti. Contò fino a tre e poi si fece coraggio. 

Serie: Sei proiettili d'argento
  • Episodio 1: Lungo il cammino
  • Episodio 2: Neve e sangue
  • Episodio 3: Fetore Mortale
  • Episodio 4: Bloccati
  • Episodio 5: Le carte in tavola
  • Episodio 6: La temperatura sale
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    Discussioni

    1. E che cavolo! Mi toccherà aspettare il prossimo episodio per verificare se questo revolver spara bene… Ahahaha. Dai Alessandro, non metterci troppo.

      1. Spero di metterci poco ma ultimamente faccio fatica a trovare anche il tempo per dormire!