New York, 11 maggio 2026 – Nona sessione

Serie: L'anima della vendetta


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il confronto tra Sara e Declan continua.

Dopo il racconto di Sara, Declan rimase in silenzio più del solito. Ogni parola era andata a depositarsi in quella parte della memoria che non perdonava le incongruenze.

«Dennis aveva una cartella con sé» disse. «Da lì ha estratto il foglio con i risultati del laboratorio per mostrarlo a Luca.» Si fermò. «Ma il rapporto me l’aveva consegnato un agente poco prima, subito dopo l’arrivo di Dennis in centrale. Ero il primo ad averne una copia. In teoria.»

Declan ragionava a voce alta, come se Sara non fosse con lui.

«Dennis mi propose di andare a prendere un caffè. Quando rientrammo, l’agente all’ingresso mi disse che qualcuno aveva urtato la mia macchina nel parcheggio. Una donna aveva lasciato il suo numero e chiedeva di essere richiamata per accordarci sulla riparazione. Scesi a controllare.»

Fece una pausa.

«Il lato sinistro era graffiato da cima a fondo. Provai a chiamare quel numero, anche nei giorni seguenti: non rispose mai nessuno. Quando risalii, trovai Dennis seduto alla mia scrivania, con il telefono in mano.»

Declan parlava lentamente, come se ogni parola si incastrasse in uno schema che stava costruendo. «Lo scambio potrebbe essere avvenuto in quei minuti.»

Si dondolava sulla sedia. Lo sguardo andò ai due plichi affiancati sul tavolo, l’originale e il falso, poi al post-it giallo.

«Il caso, in principio, era suo. Pochi giorni dopo la morte di Daniel, il capitano della Divisione Vittime Speciali mi chiese di affiancarlo. Quando lo vidi arrivare con la cartella sotto il braccio non gli prestai molta attenzione. Non ne condivise mai il contenuto con me. Io davo per scontato che contenesse le prove che aveva raccolto fino a quel momento, ma non glielo chiesi.»

«Ho sempre creduto che lavoraste insieme. Che foste una squadra» disse Sara.

«Ero passato da pochi mesi agli omicidi. Fino ad allora i casi più delicati della Divisione li avevo seguiti io. Dennis era diventato ispettore dopo il mio trasferimento e non aveva molta esperienza.»

Declan smise di dondolare.

«Il capitano mi disse che serviva qualcuno che conoscesse il mestiere. Ora inizio a pensare che ci fosse dell’altro. A ogni modo, non mi aspettavo quella svolta quando lessi i risultati dell’autopsia, e Dennis sembrava sorpreso quanto me. Decidemmo insieme di convocarvi.» Esitò ancora. «Ricordi quando Luca chiese del profilo parziale?»

«Sì» disse Sara. «Ti voltasti di scatto verso di lui. Pensai che ti desse fastidio che avesse preso la parola al posto tuo.»

«Mi diede fastidio, sì, ma non per quello.» Declan fissò il foglio che Smith aveva fatto scorrere verso Luca. «Pensai che si fosse fatto una copia del rapporto senza dirmi niente, e le copie degli atti d’indagine non dovrebbero uscire dal fascicolo. Non lo trovai abbastanza strano, però, da chiedergli una spiegazione.»

Sara lo osservò con la stessa attenzione con cui cercava in un contratto una clausola fuori posto. «Sei convinto che sia stato lui a sostituire il rapporto?»

«Fino a oggi non avrei creduto che potesse spingersi tanto in là, anche se, durante il processo, ebbi dei sospetti. La difesa di Cowell era in possesso di informazioni che il procuratore aveva discusso solo con noi. Ne parlai con Dennis: dei tre che conoscevano quelle informazioni era l’unico che poteva aver agito con leggerezza. Negò, e scelsi di credergli.»

«Lo hai riferito a qualcuno?»

«Al capitano. Mi disse di lasciar perdere.» Il tono si fece più piatto. «E aveva ragione, in fondo: era la mia parola contro la sua.» Gli occhi tornarono ai plichi. «Una volta, nel corridoio del tribunale, vidi Dennis incrociare lo sguardo di Heymann. Heymann indugiò un secondo di troppo, come se si scambiassero un messaggio in codice.»

Il pollice sinistro di Sara si fermò sul dorso della mano destra. Fu un istante. Poi riprese a muoversi.

«Chi aveva accesso al fascicolo?» chiese. «E chi firmò la trasmissione del rapporto dall’OCME? Un passaggio di documenti lascia sempre una traccia, una firma in un registro o su un verbale di consegna.»

«Non ti facevo tanto puntigliosa.»

«Lo devo essere per lavoro.» Sara inclinò appena il capo. «Perché parli di tutto questo con me?»

Declan si accorse di aver detto troppo e si raddrizzò sulla sedia. «Sono soltanto ipotesi. Non ho nessuna prova, e quello che ho detto non esce da questa stanza.»

Sara non rispose. Declan la osservò: quel silenzio gli parve fin troppo calmo. «Per tutto il processo ci siamo chiesti perché le altre vittime non si fossero mai fatte avanti—»

«Potrebbe averle convinte a non sporgere denuncia.» Sara aveva colto il nesso senza bisogno che lui lo dicesse.

«Dopo il vostro incontro in ospedale, hai avuto occasione di parlare con lui?»

«Mai. Da allora ci siamo sempre confrontati con te.»

«E dopo il rientro in Italia, la scuola vi ha contattati?»

Sara fece un profondo sospiro. «Non chiamò nessuno.»

«Deve essere stata dura: il rientro a casa, il funerale…»

«Il clamore intorno al caso di Daniel ci colse di sorpresa. I giornalisti ci aspettavano all’aeroporto, assediavano da giorni il palazzo dove vivevano i miei genitori.» Le mani si intrecciarono nel grembo, come se cercassero forza l’una nell’altra. «La nostra vita era diventata di dominio pubblico: le nostre abitudini, le nostre reazioni. Discusse nei programmi televisivi prima che noi stessi ne fossimo consapevoli. Mi sembrava di vivere un incubo dentro l’incubo. Dalla scuola arrivò solo una corona di fiori bianchi, il giorno del funerale.»

Si fermò di colpo, lo sguardo fisso su un punto oltre la spalla di Declan.

«Vana illusione, credere che la terra basti a chiudere la questione.» La voce si era fatta più bassa, più lenta, con quella cadenza che Declan aveva imparato ad ascoltare con un’attenzione particolare. «La morte non si nasconde sotto le zolle. Si aggira tra gli uomini finché la colpa che l’ha richiamata non viene riconosciuta.»

«Chi si illude, Sara?» chiese Declan con tono incerto.

Lei non rispose. Lo fissava senza vederlo.

Per un istante Declan ebbe la sensazione di ascoltare solo una parte di una conversazione. Poi Sara batté le palpebre. Le spalle si abbassarono di un niente. «Il funerale è stato il momento più duro di quei giorni…»

Continua...

Serie: L'anima della vendetta


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Sei bravissima a tenerci col fiato sospeso e a dare credibilità ai dialoghi che contribuiscono a catturare l’ attenzione e a rendere stimolante la lettura. La foto di copertina mi crea sempre strani dubbi su chi possa essere realmente Sara, nel profondo della sua personalità. Sono curiosissima di saperne di piú.

    1. La mia più grande sfida in questa storia è proprio lei. Delineare la sua personalità, la risposta alle vicissitudini della vita, sino ad arrivare alla sua versione finale. Ho in mente la trama, il suo ruolo ma una parte delle sue reazioni le scopro man mano che vado avanti.

  2. “«La morte non si nasconde sotto le zolle. Si aggira tra gli uomini finché la colpa che l’ha richiamata non viene riconosciuta.»”
    Si puó covare a lungo nell’ anima e forse si puó persino trasmettere da una generazione all’ altra, creando una catena karmica finché non si pone rimedio.
    Questa tua frase mi ha colpito in modo particolare.👏 👏

    1. Viviamo in una terra in cui la vendetta e/o la frase “perché è giusto così” ha avuto lo stesso valore dell’undicesimo comandamento, e il concetto di colpa aveva contorni indeterminabili.

      1. “Che ci fanno queste anime
        davanti alla chiesa
        questa gente divisa
        questa storia sospesa…”
        Cantava De André in Desamustade.
        É vero, purtroppo: le vendette, le faide sono uno degli aspetti piú amari della nostra Storia.

  3. «La morte non si nasconde sotto le zolle. Si aggira tra gli uomini finché la colpa che l’ha richiamata non viene riconosciuta.» Bellissima e vera. Prima o poi chi ha sbagliato si tradisce per paura o per senso di colpa: è solo questione di tempo, poi la catena di complicità si spezza. Bravissima, Tiziana!👏👏👏