
NIKITA – Inizio.
La guardai. Con la testa sul mio dorso, una mano sul mio addome, respirava agitata. La sua sagoma senza veli veniva illuminata dalle scritte a neon fuori dalla finestra. Asahi Super Dry, da quando sono qui l’avrò vista mille volte in tv, sponsorizzata da geisha deliziose avvolte in kimoni fioriti. Poggiai il mio palmo sui suoi fianchi quasi cocenti. Le sue ciocche si diramavano sul mio seno, rievocando in me l’immagine di quelle linee sottili che si vedono sulle cartine della metro di Tokyo. La trapunta era abbandonata a se stessa ai piedi del letto, così come i nostri vestiti. Decisi di accendermi una Camel rigorosamente senza filtro. Amavo odiarmi. D’altronde fumavo saltuariamente quindi non mi curavo della cosa più di tanto. A lei non piaceva quell’effluvio deciso e pungente di tabacco. Nemmeno a me a dire il vero. Seccata mi chiese di andare ad aprire la finestrella quadrata del nostro piccolo vano. Poi si sdraiò di nuovo accanto a me.
– Che hai? – mi disse sfiorandomi il viso.
– Nulla, perché? – mi conosceva molto e troppo bene.
– Sei nervosa per l’incontro? – chiese, conoscendo già la mia risposta.
– Un po’. Non ci sarai vero? – domandai.
– No, non ci sarò a vederti. – rispose fredda.
Lei lo odiava ed io, fiduciosamente, le ponevo sempre la stessa domanda, nella speranza che cambiasse idea. Ma non fu così. Sapeva amavo fare questo. Amavo assaporare il mio sangue e vedere le mie nocche aperte. Masochista? Decisamente. La meraviglia che mi dava la pece sotto i piedi, le lacrime color amaranto che colavano dalla mia bocca, l’ira oppressa nei pugni finalmente abbandonata tra fiumi di sudore e sangue, non potevo semplicemente farne a meno. Ma lei era in disaccordo.
Mi suonò il telefono lasciato sul parquet. Risposi. Era quel forsennato di Haru. Avevo fatto la sua conoscenza per caso, in un bar qui nel quartiere di Roppongi. Percepii subito la sua natura prevaricatrice e arrogante da come trattava quel povero uomo canuto appoggiato al bancone. Quella sera, per fortuna o sfortuna, tra sigarette e bicchierini di Sakè, mi aprì un mondo che pensavo perdurasse solo in occidente: la boxe clandestina. Per una donna questo mondo è “nascosto”, si dice sia solo riservato alla sfera maschile, ma per me, con anni di boxe alle spalle, era la quotidianità.
– Pronto? No adesso sono a casa. Ora? Sono con la mia ragazza, Haru non possiamo fare domani?…Okay arrivo –
– Cosa c’è? – sbuffò lei ancora nuda sul materasso.
– Devo andare tesoro, mi devo alzare. Haru dice che deve parlarmi, a quanto pare. – risposi.
– E deve farlo proprio sta sera? Sono uscita prima dal lavoro per te. – disse.
– Sì lo so scusa, non torno tardi, dormi pure. Ti lascio l’altro mazzo di chiavi sulla scrivania. – risposi, mentre mi stavo godendo frettolosamente il mio ultimo tiro di sigaretta.
– L’ultima volta che mi hai detto “esco con Haru” è stato il giorno prima che finissi in ospedale. Mi avevi detto che non t’importava più nulla degli incontri. Sono affari tuoi ora, non ne voglio più sapere di quello che fai, basta che non ti fai ammazzare. – mormorò.
Odiavo lasciarla discinta nel letto, vestirmi e vederla sola sdraiata. Volevo ancora assaporare la sua pelle lattea, le sue labbra polpose. Sentire la sua voce calda e i suoi affanni profumati. Carezzare il suo corpo con i mie palmi rovinati. Lei era così bella e pura, un angelo piovuto dallo spazio. Ed io, mi permettevo di sfiorarla con quelle mani peccaminose, intruse e con le nocche sformate. Mi infilai il piumino ed uscii di casa.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
folgorante l’incipit, avrei continuato su quella linea, molto bello… poi però secondo me metti troppa carne al fuoco in poco spazio, gli eventi narrati sono anche interessanti ma hanno bisogno di più respirazione secondo me…
Mi è molto piaciuto, complimenti!