Nikushimi

Nino cammina lungo i binari. Piove a dirotto sul cemento della periferia. Le baracche poco distanti si trasformano in un mostro informe dalla testa mozza. È l’ immaginazione, ma la paura dell’ignoto e l’innocenza rielaborano l’inanimato in qualcosa di presente e vivo.

“Vai via, mostro.”

“Sei tornato anche stasera.”

“Ti uccido.”

La rabbia è tale che sente un tremore alle cosce e sta per inciampare. In quel momento salta su. Il treno arriva e con un rombo infernale lo getta lungo la banchina della stazione vuota. Nessuno lo vede. Si rialza e non vuole essere sconfitto: il mostro deve scomparire.

“St’ figli e…”

Il fiato muore in gola, si strozza. Nino non parla come gli altri. Vive nella dimensione del silenzio. Le mani rattrappite si aprono con difficoltà e lentezza. Sente la diversità come un peso dentro. Vorrebbe che gli facessero una carezza, ma ne riceve solo mutismi e silenzi che non comunicano alcun sentimento. A scuola poi non vuole andarci. Si sente al centro di un comportamento che non merita. Gli altri lo bullizzano, senza farsi accorgere, ed i professori pensano che in fondo lui abbia una colpa che è quella della sua diversità. Lo insultano, si accaniscono sottilmente senza che gli altri possano rendersi conto, per cui ha deciso di difendersi, scatena la rabbia a calci e a pugni e tutti lo biasimano per questo, relegandolo nella sfera dell’anormalità.

“Poveretto, chissà che deve provare!”

“Calma , non fatelo stizzare.”

La psicologia spicciola di molti liquida il problema scomodo in un momento. Nessuno vorrebbe aver paura della diversità e confrontarsi con qualcuno che sente in un altro modo. Per questo è facile mostrare una finta pietà ed atteggiamenti che sono bugiardi e mentono nel loro manifestarsi come frutto del pregiudizio.

Racchiuso nella bolla di sapone, che tutti chiamano del diversamente abile e che comporta una forte emarginazione dell’altro, Nino vive la diversità del reale e la modifica in un sogno o incubo secondo una profonda percezione del dolore. Sento, dunque sono. Il dolore è il sentimento del suo essere. Da quando la madre le ha regalato il videogiochi, ha deciso di trasformarsi in un supereroe contro Nikushimi (Odio), il mostro disumano dal ghigno d’acciaio, dalle unghie acuminate e le braccia rotanti come eliche che riducono a brandelli. Nikushimi dai denti dallo smalto blu assale gli umani e li trasforma in alieni se non saranno in grado di ribellarsi. Gli occhi di fuoco e di demone eterno saettano lampi di violenza e lapilli come un vulcano che erutta forza e distruzione sulle cose.

“Nikushimi,t’accir.”

“Tu e mammet ” ripete spesso.

Le strade nude e deserte emanano l’indifeso aspetto del reale. A tredici anni tutto ha un sapore aspro e la vita stessa non ha quel senso di noia, ma è scoperta. Tuttavia, l’insolito ed il senso del pericolo sono una costante dell’agire. La prova di coraggio e la sfida delle regole rappresentano un sentire altro ed un porsi al centro del mondo. È così che Nino ha scoperto la realtà nelle sottili seduzioni del male e contro la legge del banale. Un abisso da cui risale gradualmente. Nei pantaloni della tuta un coltello, lo prende e lo guarda.

“Gli facci verè i.”

Il sottile confine tra il bene ed il male è poco delineato ed il senso di vendetta, l’aggressività repressa con un‘educazione senza amore e con le botte, divengono la giustificazione della violenza. Il branco lo aspetta, anche se Nino non può definirsi un ragazzo come gli altri.

La madre lo chiama ‘o sgorbio per l’aspetto sgradevole, accartocciato su se stesso come una foglia secca. In realtà ha una sindrome che sfugge alle diagnosi, ma lei non l’ha curato, non l’ha amato e lui lo sa bene. La madre è una venditrice ambulante, ha una bancarella di prodotti assortiti: cianfrusaglie che nessuno vuole più e che buttano via per non ricordare. Spesso Nino raccoglie una cosa, la guarda e ne coglie l’anima. Un vaso rotto: segue i segmenti spezzati e li percorre con le dita. La metamorfosi delle cose avviene velocemente, quando l’immaginazione le vede in un contesto mutato.

La paura si quieta, poi riprende. Quel mostro si staglia minaccioso e lo sovrasta, incombe sulla testa. Non ha alcun rifugio alla fragilità e sente una realtà ostile ergersi contro.

“Nikushimi” urla.

La corsa disperata verso un cartello ferroviario. Lo prende a calci più volte. Un grido dilaniante si leva nell’aria umida. Il sangue gli scorre dalla mano ferita.

Nikushimi esiste davvero, è un nemico da combattere, ma anche gli altri sono contro di lui e si muovono come personaggi spettrali. Respira a fatica sulla panchina. L’ultimo treno sta per passare e nessuno l’aspetta.

Nella solitudine di un solo istante cogliamo l’immensità di un tutto e ne abbiamo paura perché sappiamo che può accadere qualcosa di importante e di assolutamente nuovo.

Il fischio annuncia l’arrivo del treno. Stride. Assordante tuona. Si apre la porta e ne scende una donna.

“Aida!” grida

La mutante che salverà l’umanità. Le ha parlato l’altra notte. Gli ha detto che sarebbe arrivata di sera. E lui l’ha aspettata con pazienza.

Occhi di ghiaccio e capelli di rame, Aida incede con superbia verso di lui. A bocca aperta il respiro è affannoso, i battiti crescono fino alla gola.

“A chiù bella!”

È giusta, sa amare, è gentile verso tutti. Lei avanza con un cappotto grigio perla di pelle camosciata finta con collo leopardato.

“Un angelo.”

Un sogno potrebbe sgretolarsi o andare in frantumi, se lo si vuole, ma l’irrealtà cercata e generata dal bisogno non cade mai e regge come un costrutto ben definito.

“Lei è stato scelto per salvare l’umanità” annuncia la donna.

“Per lei c’è un disegno che apre l’escatologia di un’era dell’Infinita moltitudine: quella dove regnerà il Bene.”

“Sì” trema tra le labbra “Sarò difensore del Bene.”

Vede stelle intergalattiche espandersi a dismisura. Una navicella lo porterà in una dimensione ultraterrena; il tempo deve arrivare.

“Mio caro, dovrai attendere, attendere.”

“Cosa?”

“Che sia il tempo”.

La navicella non atterra e lui resta un po’ deluso. I due si vedono parlare animatamente con gesti accentuati fino a quando giunge una folla che è preceduta da un colpo secco di una pistola.

“Nikushimi, vai via.”

“O scemo scem.”

Feroci i ragazzi si stringono intorno a Nino che apre le braccia con tutta la forza che ha in corpo.

“Grrrrrrrrrrr…Argh.”

Aida si fa da parte e siede sulla panchina. La valigia appoggiata sul gradino. Non parla, non dice nulla ed osserva la scena impassibile e fredda come il marmo. Sa che non può nulla contro quella trama oscura che sta narrando l’immaginazione.

“Lo faccio per te, piccola.”

“Scem, co chi parli?”

Lo smilzo lo strattona, lo fa inginocchiare.

“Strunz.”

La lotta scoppia furibonda nel branco contro la vittima prescelta.

“A murì.”

Nino trova la forza di divincolarsi e fionda un calcio sui denti del mostro che spalanca la bocca con i denti aguzzi che insalivano il guaito.

“UUrrrrrr…sciaf..”

La platea non è contenta.

“Mangialo” grida il coro. La tragedia si consuma calda. Divorare il cuore, i capelli, il corpo. Gli prendono il cellulare e non può chiamare nessuno. Vede una faccia conosciuta: Felice o stuorto che vuole raggiungerlo, ma non riesce a proteggerlo, viene massacrato.

“Ninù”

Arriva Gigino o fetent che gli cade addosso.

“Spuorc, vattenne!”

Il capobranco sta per colpire l’amico, mentre Nino si protende verso l’amico per difenderlo, non può ignorarlo. Il mostro famelico sta per divorargli le braccia. Deve lottare ancora, ancora. Suda ed alla fine riesce a difendersi dal colpo negli stinchi. Un dolore lancinante che perfora il fianco. Una punta lo perfora, gli apre sulla costola un fiotto di sangue. Sta per andare altrove, perde coscienza.

Aida gli parla con dolcezza, lo carezza sui capelli. Non aveva mai ricevuto un gesto affettuoso dalla madre neanche quando festeggiò il compleanno. Compiva otto anni ed il padre gli sferrò un pugno sulla faccia, perché non volle prendergli le scarpe. Indifeso contro quel mostro, non aveva saputo reagire ed aveva solo subito quell’umiliazione che sentiva come una lava sotterranea pronta ad affiorare alla coscienza ed ad un progetto di morte che l’avrebbe vendicato per sempre, compresa la madre, che però non meritava affatto in quanto complice di quella vita.

Aida gli disse che presto l’umanità avrebbe avuto un senso, una nuova logica delle cose. Né violenza, né sangue. Sognò prati in fiore. Correva in una sorta di beatitudine oltre i confini del reale in un corso naturale delle cose, verso l’immaginazione dove la diversità è solo un sentire più profondo, arcano e dalle radici ricolme d’amore e di verità. Nikushimi dalla faccia grassa e bisunta si allontana, fa roteare le lame. Il bene sorgerà come sempre.

Intanto le voci si accalcano alla porta. Figure estranee da lontano, mentre il respiro flebile attraversa il cuore.

Il sole ha da poco intiepidito la stanza di ospedale. Si schiarisce il buio. Nino apre gli occhi ed è un nuovo mattino.

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Discussioni

  1. Racconto breve ma dagli innumerevoli spunti che inducono alla riflessione anche il lettore più disattento e superficiale. Interessanti gli intercalari partenopei che denotano la passione ed allo stesso tempo il senso di frustrazione del protagonista. Da non trascurare la figura di Aida deus ex machina che nel caso di un maggior numero di battute l’autrice avrebbe potuto meglio approfondire il già ben delineato personaggio. Un applauso all’autrice ed un incoraggiamento a scriverne degli altri per appagare la fame di lettura per gli utenti web.

  2. Oltre al denso contenuto che tu chiudi nel tuo racconto, mi ha colpito il tuo modo di scrivere, davvero molto bello. L’inizio mi è piaciuto davvero tantissimo, descrizione molto intensa e avvolgente, complimenti!

  3. Ciao, è un racconto davvero “difficile”. Apre gli occhi a una realtà che vorremmo tenere lontana o che affrontiamo con forse facile ironia: il mio racconto nasce da uno scenario “buonista” e prende la “malattia” solo come pretesto. Il tuo è crudo e reale. Apre spunti a molte riflessioni estranee alla “patologia” in sé. I videogiochi hanno due volti contrari? In certe situazioni possono salvare (esperienza personale) e mettere un trauma in “attesa” per poterlo affrontare quando si ha la forza di farlo. In altre condannare. La verità è che siamo impotenti e l’unica possibilità di comprendere è quella di accettare e amare comunque.