Non c’è tempo
Il tempo non si muove. Lo spazio cola come lente lacrime su un vetro opaco espandendosi e contorcendosi come un respiro che si dirige alle vette dell’infinito.
Alder lo capisce mentre guarda Catherine al mattino quando la luce che entra dalle finestre decide di posarsi su di lei, proiettando le ombre di loro due insieme sul muro bianco come se stesse tracciando una mappa di una foresta selvaggia che si agita mentre fanno l’amore.
Il tempo non scorre avanti. E non torna indietro. È lì, già tutto, come materia, come spazio, come una stanza già esistente che aspetta solo di essere attraversata o spostata. Una struttura immobile dentro cui le coscienze si spostano credendo di avanzare, quando in realtà stanno solo occupando coordinate diverse di uno spazio, non di un tempo. Una pedina non procede verso il futuro ma cambia soltanto casella, mentre la scacchiera resta quella di sempre, mentre il gioco è già finito e nello stesso istante ricomincia.
Se è spazio, allora può vibrare. Può piegarsi. Può aprirsi. Può diventare attraversabile come i varchi e le porte, come gli archi sotto i portici di Torino che Alder ha imparato a riconoscere come si conoscono i corridoi di casa propria.
Così come ha imparato a vedere quello che c’è dietro gli occhi degli altri.
Gli occhi sono nient’altro che buchi neri. Lo sguardo di Catherine è uno di quelli e possiede quella forza di gravità silenziosa che oltre a trascinare il corpo attrae il cuore e l’anima, entrambe cadono lì dentro senza opporre resistenza, non perché Alder sia debole ma perché la sua resistenza sarebbe un errore, sarebbe come nuotare contro corrente.
Ma le parole tradiscono sempre quando si avvicinano troppo alla verità: diventano approssimazioni, perdono il bordo preciso delle cose, dicono “quasi” invece di “esatto”. Per questo Alder smette di pensare e si appresta a toccare Catherine.
I corpi si cercano lentamente, come se stessero ricordando qualcosa di molto antico come la Creazione stessa. Come se ogni volta fosse sempre la prima in un eterno ritorno e in un eterno dimenticarsi. Non succede forse proprio così agli amanti?
Più tardi arriverà la terza ora.
Quella della ricreazione e dei bambini, dei corridoi, dei disegni lasciati sui banchi. S. non parla ma disegna, sempre, ossessivamente, con la concentrazione di chi sta trascrivendo geroglifici che intercetta da uno spazio altrove e che continua ad arrivare indipendentemente dalla sua volontà. Alder lo sa ormai: i bambini come lui vedono prima. Vedono strutture che gli adulti hanno dimenticato di vedere, il movimento sotto il movimento, il pattern sotto il rumore. Perché non hanno ancora imparato a smettere a di essere liberi.
Che forma avrà il destino creato da un bambino che non usa parole?
La domanda resta sospesa come una porta socchiusa ma nessuno ha risposta immediata, e forse non deve averla. Forse le domande più importanti non si risolvono come casi, ma si lascia che ci restino addosso per qualche tempo. Portandole insieme a noi mentre si cammina, si fanno lavorare in silenzio come fanno le cose che hanno bisogno di tempo per dare una forma nella realtà delle cose.
Forse tutto è spazio anche per questo. Per dare loro il posto in cui trasformarsi quello che devono diventare.
Esiste il restare. Restare qui, restare adesso. come scelta precisa di manifestarsi sulla coordinata in cui ci si trova. Non siamo una cosa sola. Non siamo un nome solo. Non siamo un tempo fa, siamo sempre stati e adesso siamo qualunque cosa attraversiamo, e percorrere un momento è già tutto, è la stanza e il corridoio e la porta e chi ci aspetta dall’altra parte.
Non è nemmeno inferno, questo.
Forse è semplicemente ciò che accade ogni minuto della vita, senza che nessuno, o quasi nessuno, se ne accorga: credere di muoversi nel tempo mentre si attraversano stanze.
I varchi. Le porte. Gli archi. Gli occhi degli altri. Si percorrono materie.
Alder guarda Catherine che si alza, che attraversa la luce del mattino, che diventa per un istante solo un’ombra sul muro bianco prima di tornare a essere se stessa, concreta, presente e reale nel modo in cui sono reali le cose a cui si è scelto di restare vicini. È luce, ombra, fasci di particelle che si modificano in base al luogo.
L’ombra scompare. Lei resta la Santa. La proiezione dei miei traumi risolti e irrisolti. La soluzione che ancora non so se c’è.
Fuori, Torino comincia la sua giornata. Ed io esco dalle intime stanze essendo qualcos’altro ogni volta che faccio l’amore con lei e poi termino con la bocca che si stacca dalla sua. Spostandomi da quell’unico punto che è il centro dell’universo.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Racconto esistenzialista di notevole impatto lirico e concettuale. La luce che proietta le ombre degli amanti sul muro è visiva, sensuale e poeticamente riuscita. Crea un bellissimo contrasto tra l’immobilità della stanza e la vitalità dell’atto amoroso. Mi sa che sei un lettore di Kundera o Calvino.
O Borges. O tutti e tre? Bravo.
Esatto, Kundera e Borges sono tra i miei favoriti in assoluto tra i classici! Calvino l’ho letto poco.