Note dal romanzo “Rumorenero – Biografia irregolare di Enea Roche Rocchetti”

Serie: ATLANTE DELLE TERRE SOMMERSE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Frammenti dall'archivio di Giorgio Traüber.

Un libro di Rico “Vale” Valente

Editing a cura di Giulio Traüber

[ ]

Non inizierò questa storia con la cronaca della sua nascita. 

Le nascite sono tutte uguali: urla, sangue, qualche lacrimuccia.

Partirò invece parlando della paura. Quella forte, vera, corporale che sentii la prima volta che incontrai Enea.

Era il 1999. Io e i superstiti della mia prima band, i Cannibal Prophets, cazzeggiavamo su un blues delle origini, in un’asfissiante cantina di Luton. 

Pareti muffose, sbrodolanti, e il costante rumore delle tubature a modulare un peristaltico assolo industriale. 

Stavo suonando un giro di basso senza speranza, quando lui entrò. Non bussò, non disse “permesso”. 

Non disse nulla, tranne un laconico: siete un branco di coglioni.

Poi mollò a terra un sacco di iuta e ne estrasse un jack e una chitarra malconcia, dalle corde intrecciate l’una con l’altra. Fece i suoi comodi, tra lo stupore di tutti, e alla fine si mise a suonare.

Alcune note in pochi minuti. Ognuna lancinante.

Come il travaglio di un animale morente.

Il batterista rise, poi si fece serio. Io non risi mai. Avevo capito che quell’uomo era pericoloso.

E sublime.

[Nota 1

Peristaltico, sbrodolanti… Va bene: Valente vuole fare il Bukowski della Brianza. Ci sta. Ma non è necessario che tu lo assecondi pedissequamente.]


Capitolo 1 – Les Angles Morts

La band nacque quella stessa notte. Noi, Roche e un’idea: concepire il funeral doom più atroce e disperato della storia. Una batteria, una voce, un basso e una chitarra. A me bastava questo.

Ma Enea voleva di più: ambiva a qualcosa che nessun’altra band aveva mai avuto.

«La morte deve pesare», disse. «Una chitarrina e un basso sono una scoreggia nel vento.»

Fu così che ci trascinò in un villaggio abbandonato della Francia.

Disse di essere nato là, in una vecchia chiesa diroccata, poco lontano da Poitiers.

Non chiedetemi perché – non saprei rispondere – ma quel pazzo fottuto s’era messo in testa di annettere alla band il campanile della parrocchia.

Non impiegammo molto a trasferirci là, convertendo il luogo in una lugubre sala prove.

Col campanile, trovammo anche Clovis: il nostro quinto elemento. Era lì, seduto tra le macerie, con una bottiglia di Calvados e un occhio strabico. 

Mentì, dicendoci di essere il vecchio campanaro. In realtà era un vagabondo senza futuro. Come noi.

Ecco perché lo accogliemmo subito.

Il suo compito era semplice: battere un colpo ogni sei minuti.

«Ma quel rintocco,» garantì Enea, «raggelerà anche la Morte». E aveva ragione.

La campana, infatti, rotta e deforme com’era, emetteva una risonanza terrificante. 

Era per questo che nessuno la suonava più da ormai sessant’anni.

Fu così che nacque il nostro primo pezzo: Rusty Sky.

[Nota 2

Questa parte è tutta inventata. Clovis era il cugino camionista di Roche. Gli avevano ritirato la patente perché guidava in stato di ebrezza. E la chiesa era una pieve in località Vittadone, frazione di Casalpusterlengo. “Rusty Sky” fu prodotto da una major. Studio di registrazione a Milano, 10 giorni, 3 tecnici audio.

Tutto spesato dall’esimio avvocato Anselmo Rocchetti. Un cognome che la dice lunga…]


Capitolo 2 – Il tour impossibile

Portarsi dietro un campanile non era un’idea: era una condanna. Enea aveva capito come minimizzare lo smembramento della torre, scomponendola in soli venti blocchi riassemblabili.

Ci servivano due camion e una piccola gru.

Questa peculiarità fece sì che i nostri concerti registrassero sempre il tutto esaurito, ma i costi salivano come un febbrone.

Nel 2010 eravamo ovunque. I giornali ci odiavano, il pubblico ci voleva sul palco. A morire.

Una volta, a Bratislava, il peso del campanile danneggiò un ponte, durante il trasporto. Il sindaco volle arrestarci. Enea rideva come un bambino davanti a una torta di merda.

Io lo odiavo, in quei momenti. Poi salivamo sul palco, e quella chitarra faceva sembrare tutto perfetto. Per due lunghe ore. 

Dopo tornava l’odio.

[Nota 3

“Fece crollare un ponte”? Ma davvero dai credito a queste storie? Quel campanile era un enorme Lego di cartapesta. Ci fu anche un servizio delle Iene, a riguardo. Non lo ricordi? Quel videoclip ridicolo del 2008! “Rumore verticale”.]

Capitolo 5 – Enea, l’uomo senza orologio

Roche non aveva il senso del tempo. Diceva che il tempo è un’invenzione dei vigliacchi.

Viveva senza orari, senza pagare affitti, senza dormire due volte nello stesso posto.

Una volta sparì per sei mesi: disse che stava scrivendo un disco solista.

Tornò con tre riff e la scabbia.

Gli chiesi se ne fosse valsa la pena.

Lui disse: «Non ne vale mai la pena, Rico. È questo il bello».

[Nota 4

Sei mesi? Erano tre settimane. Registrò l’album “Cemento e lacrime”, nel 2013, con l’aiuto di un ghostwriter croato. L’autore ha dichiarato: “Gliel’ho venduta per 200 euro e una bottiglia di vodka”. E la scabbia era dermatite: Rocchetti ne ha sempre sofferto. Sei un biografo scadente, Giulio, fattelo dire. Stai rischiando di mandare in fumo anche questo progetto. Te ne rendi conto?]

Capitolo 8 – Lo scioglimento

Con la morte del fratello, Enea perse una parte di sé: iniziò a scrivere solo canzoni che non voleva ascoltare. 

La sua vita divenne ancor più sregolata, fino a quella maledetta sera del 2017, quando venne arrestato per aver lanciato un ampli dal palco, ferendo uno spettatore.

Non chiese mai scusa. Il rock, disse, non si scusa.

Ma forse l’inizio della fine fu quando gli balenò in mente un progetto magistrale – a suo dire –, un disco assoluto che imbrigliasse la sua totale essenza.

In quell’essenza, però, noi non eravamo contem­plati: per lui, rappresentavamo di colpo un intralcio.

Ecco quale fu la genesi del suo ultimo album – Niente sotto la pelle. Un disco criptico, inciso su nastro in una baita, con un unico microfono e solo un gufo per spettatore.

[Nota 5

Per tua informazione, Giulio, Rocchetti era figlio unico. Credo che questa storia serva solo a conferire dramma alla sua svolta solista (di cui Valente rimase collaboratore, sempre ben retribuito).

Anche la storia dell’arresto è una bugia: Rocchetti fu multato per atti osceni.

Multa pagata dallo zio commercialista.

Infine, “Niente sotto la pelle” fu registrato in studio a Bologna, produzione digitale completa. L’idea del gufo nasce da una foto virale pubblicata il giorno dell’uscita.]


Capitolo 11 – I Grandi non muoiono mai

La chiamarono overdose, ma io non ci ho mai creduto.

Roche non era tipo da farsi fottere da quella merda.

Non intendo l’eroina. Intendo la dipendenza.

Secondo me è evaporato: Enea s’è stufato di questo cesso di mondo e s’è fatto suono.

Qualcuno dice che l’hanno trovato in un motel fuori Bologna, con la chitarra sulle ginocchia e il televisore acceso sul muto.

Nessun segnale.

Solo tante linee grigie: il rumore bianco impresso sullo schermo.

Io non c’ero, e non saprei se maledirmi o esserne felice.

Felice, sì. Perché non avrei mai retto nel vedere la sua piccolezza al cospetto della Signora in Nero.

Roche resterà sempre un Grande.

Lui era Grande quando suonava. Solo allora.

[Nota 6

Motel, televisore muto… Quanto sei prevedibile. Per la cronaca: era a casa di sua madre, e il televisore funzionava benissimo. Stava guardando una puntata di Ballando sotto le stelle.]

[ ]

Non so perché scrivo queste righe.

In fondo, la tristezza per un amico perduto non s’addice a ciò che eravamo.

La musica dura non contempla lacrime, né amicizia. Solo tanto odio verso la vita. Un odio fiero e implacabile.

E allora qual è il motivo di questa stretta allo stomaco?

Roche non sarebbe affatto orgoglioso di me; di questo mio parlar di lui.

Ma sinceramente ne me sbatto.

Perché qualcuno deve farlo. Perché, alla fine, noi non eravamo solo semplice rumore: noi eravamo rumore nero.

[Nota 7

Se pensi che queste pagine possano vendere, ti sbagli di grosso, Giulio. Hai avuto sei mesi per trasformare un tema delle elementari in un lavoro professionale… e invece ti sei limitato a fare un compitino da dilettante. Sono molto deluso, sappilo.*]

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*Ora, caro lettore, ho un confessione da farti. 

Il mio è un debito di trasparenza, e queste righe sono il solo modo in cui io possa pagarlo: il libro che hai tra le mani non è quello originale. Il vero Atlante delle Terre Sommerse fu terminato un mese fa, ma ora non m’appartiene più.

È negli uffici della Procura. Sequestrato.

Ti chiederai una spiegazione. Te la devo.

Quando scrissi la prima versione, Giorgio era vivo e vegeto.

La storia del suo omicidio non era altro che un espediente, una trovata sensazionalistica per attirare l’attenzione sul suo genio… e per farlo tornare a parlare con me.

Ho sempre pensato che i grandi libri nascano da una ferita profonda. Beh: quella ferita io non l’avevo.

Così, me la sono inventata.

Ho scritto che mio fratello non c’era più, che queste pagine erano un omaggio postumo alla sua sommessa grandezza.

“Un trucco romantico”, ti dirai. Certo.

Finché Giorgio non s’è dileguato.

E quando è sparito, quella mia bugia è diventata una prova.

“Emergono screzi”, hanno detto gli inquirenti.

Una frustrazione nascosta, data proprio da quel suo modo di trattarmi in queste brevi note di revisione.

La polizia ha requisito tutto: le bozze, le email, il manoscritto.

Li hanno interpretati come una confessione involontaria, definendoli “tradimenti dell’inconscio”.

Io non ho potuto fare nulla. Ho pensato persino di lasciar perdere. Ma come potevo?

Questo libro, in fondo, non è soltanto mio: è soprattutto di Giorgio. È la forma più profonda del nostro conversare, anche se lui non lo sa.

Ho esitato fino all’ultimo: raccontare o no la verità?

Alla fine ho capito che questa storia – quella vera, quella che sto scrivendo mentre la vivo – è parte della sua biografia tanto quanto le bizzarre teorie sul linguaggio e gli aforismi annotati sulle bollette della luce.

Se vuoi capire Giorgio, caro lettore, devi sapere anche questo: che il mio silenzio ha impresso la traiettoria inesorabile del suo destino. 

E ora scrivo qui, per te, in tempo reale, mentre aspetto la prossima convocazione.

Non so se Giorgio tornerà, e nemmeno se sia vivo.

So solo che il testo che tieni tra le mani è un documento ancora più vero di quello che l’ha preceduto.

Tu leggilo pure. Io, nel frattempo, proseguo la narrazione.—G. T.

Continua...

Serie: ATLANTE DELLE TERRE SOMMERSE


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. E che palle Giulio, lascia che Vale descriva Enea come un Punk scapestrato e fuori di testa, e i membri della band come degli scappati di casa! Io un libro del genere lo avrei comprato e letto sotto il campanile del paese, giusto per coerenza, e avrei preteso il film. 😹
    Avrei voluto che la storia della band e dei suoi membri proseguisse all’infinito, ma dopo le rivelazioni finali… non posso fare a meno di attendere i nuovi risvolti. 😼

  2. Ciao Nicholas, davvero bello questo brano. Mi ha evocato una qual certa assonanza con la scrittura di quel genio di Christopher Moore (almeno per me lo è, quindi intendilo come un complimento). Grazie per la lettura

    1. Ciao Paolo! Grazie mille per essere passato🙏🏻 Non conosco questo scrittore (ma sicuramente lo approfondirò). Ti ringrazio anche per la pazienza nell’aver superato quella che, a tutti gli effetti, è stata la parte più asettica e cerebrale della serie, ossia l’inizio. Ora i concetti sono sul tavolo, e finalmente ci sarà spazio per qualche risata e per alcune emozioni – sempre nascoste tra le righe, ovviamente, che i Traüber sono fatti così. Buona domenica, Paolo!🤗