Notti a Raquira

Serie: Notti a Raquira


« Tesoro ne abbiamo già parlato, ho speso i risparmi di una vita per la moto e ti parlo di questo viaggio dal primo giorno in cui incrociai il tuo sguardo»

« Se parti chiederò a mio padre di licenziarti e ti troverai ad essere un vecchio quarantenne cameriere!»

Aveva ragione. La sua vita, almeno quella professionale, dipendeva dal lavoro al De Laurenti’s. Non avrebbe trovato lavoro a 40 anni, con un curriculum che in quanto mancanza di esperienza faceva a gara con quello di un diciottenne.

Marco chiese al padre di Elsa la mano della sua bambina senza pensare alle implicazioni che un matrimonio nobile avrebbe avuto sulla sua vita. Lei, in qualche modo, lo aveva salvato da un’esistenza mediocre, da lavori precari e insoddisfacenti. Il padre di Elsa, il Vecchio come lo chiamava nei suoi più reconditi pensieri, lo aveva introdotto alla professione di manager senza fargli fare la solita e utile gavetta. Era suo genero e avrebbe dovuto garantire alla sua piccola una vita dignitosa, come quella che aveva sempre avuto. Così iniziò la sua carriera nel primo ristorante di famiglia “aperto nel lontano 1960 da mio nonno emigrato dalla Sicilia con una piccola valigia di cartone”, ripeteva la Vecchia, la madre di Elsa, ad ogni cena di famiglia, ad ogni celebrazione, ad ogni incontro di lavoro. Quelle parole erano una litania alle orecchie di Marco, stanco di quella vita fatta di ordini e di teste che annuivano, tutte troppo preoccupate di perdere il posto per scontrarsi con i due Vecchi.

« Non mi chiamare tesoro!!! Questo è il nostro anniversario, il ventesimo, non penserai di scappare in Sudamerica chissà dove! Questi sono sogni di ragazzino, non di un padre di famiglia »

« VIENI ANCHE TU» campane suonarono a morto.

Il pensiero di un viaggio con la moglie lo faceva tremare, sudò freddo e avrebbe voluto tagliarsi la lingua in quel momento. Ma ormai la condanna pendeva sulla sua testa. Sentimenti di chi entra nel braccio della morte pervasero il suo corpo, dalla punta del mellino all’ultimo capello.

« Questa è una bellissima idea, ma lo sai che io non dormo in tenda. Devo dire subito a mio padre di prenotarmi un suv privato per seguirti. Alberghi a 5 stelle, maggiordomi e piscine. Non vorrei prendermi qualche malattia stando a contatto con i poveri».

Come aveva fatto ad innamorarsene? C’era stato un tempo, lontano, in cui lei non era affatto la donna viziata che era ora. Si erano conosciuti all’università, lei frequentava la Bocconi e lui, ovviamente, la Statale. Comunista lui, di famiglia fascista lei. I loro sguardi si incrociarono ad un’assemblea studentesca, lei aveva detto al padre che sarebbe rimasta da un’amica, ma in realtà si trovarono all’assemblea per poi partecipare alla festa, «una festa da comunisti» come avrebbe detto il padre. Non si lasciarono più. Marco pensò al fatto che ora non poteva nemmeno nominare il loro primo incontro perchè lei se ne vergognava. Nel suo presente da donna dell’alta borghesia milanese non c’era spazio per assemblee universitarie e feste in centri sociali, ma solo per abiti lunghi e costosi.

All’inizio i viaggi erano la loro passione comune, lei amava dormire sotto le stelle in spiaggia o camminare ore per arrivare alla vetta di un monte. Amava l’avventura, inizialmente. Poi pian piano le cose erano scivolate verso la routine, lei aveva iniziato a credersi un’affermata fashion blogger e loro potevano pernottare solo in alberghi a 5 stelle. Taxi e auto private avevano sostituito camminate e mezzi di fortuna. La scusa di Elsa era la maternità “Non si può mica dormire in spiaggia con due figli” gli ripeteva di continuo mentre organizzavano un viaggio. Eppure, anche il social tanto amato da lei pullulava di famiglie in viaggio.

I ragazzi erano fotocopie della madre, viziati e petulanti, figli legittimi di un’era in cui conta apparire e non essere. Ecco quando tutto era cominciato, quel maledetto giorno in cui restò incinta. Marco non si spiegava come la gravidanza, che solitamente addolcisce anche le fate Morgana, avesse prodotto su Elsa l’effetto opposto. Si era imborghesita ed aveva lasciato che la sua essenza maligna prendesse il sopravvento.

« Devo assolutamente sapere come muovermi, non vorremo mica lasciare tutto al caso? E i bambini dove li lasciamo? Li lascio ai miei, non vorremo mica lasciarli ai tuoi ». UOMO MORTO! UOMO MORTO CHE CAMMINA! ABBIAMO UN UOMO MORTO CHE CAMMINA!!

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Discussioni

  1. Al moto di solidarietà maschile nei confronti del povero Marco, si unisce l’interesse per la parabola evolutiva di Elsa, un moglie come tante che dopo aver messo su famiglia tira i remi in barca e si abbandona ad una progressiva discesa verso la borghesia, dimenticando che siamo (o dovremmo essere) “Born to be wilde”! Mi è piaciuto questo spaccato familiare e anche le divertenti riflessioni in maiuscolo.

  2. Ciao Sara, in questo episodio ho avvertito tutto il dispiacere di Marco per un passato che lo aveva piacevolmente illuso. La tematica da te tratteggiata egregiamente in questa serie rimane attuale, una felicità costruita su fondamenta di sogni e speranze crollate inesorabilmente sotto il peso delle apparenze, delle differenze sociali e della bruttezza di una vita odiosa ed ingabbiante, apparentemente senza riscatto. Il viaggio forse avrà il merito di liberarlo da queste catene. Un altro racconto che mi ha lasciato tanto??!