OBLIO; NON RICORDARMI

Ricordo ancora quando mi dicesti: “Ho diritto che tu mi dimentichi, è scritto nella legge”.Mi sventolasti un pezzo di carta sul quale c’era il mio epitaffio – diritto all’oblio: diritto a non essere ricordato-.Con amarezza giunsi sul sentiero che percorremmo tra sorrisi ed effusioni, tra litigi e discussioni. Già; ultimi ricordi di un ricordo svanito.

Cazzo! Se mi beccano… Non devo ricordare, non posso, non meriti. Ma come si fa?

Le sequoie contornarono il viottolo sterrato, le cortecce si schernirono lentamente, lasciando spazio all’orizzonte buio in lontananza. Ricordi quando m’insegnasti a riconoscere i tipi di piante? La botanica era la tua passione… Oh cazzo! Di nuovo!Cercai un rifugio all’interno di quel bosco, fitto di foglie e uccelli, i quali sembrarono confortarmi con un docile canto ristoratore. La natura calmò il mio animo frustrato.Appoggiai il sacco a pelo nei pressi dell’argine del fiume e mi sdraiai sul giaciglio. L’acqua scorreva inesorabile illuminata dalla luce fioca ed algida della luna, creando un’atmosfera surreale e romantica; penso a te.

Il terzo ricordo nell’arco di dieci minuti; mi verranno a cercare. Un drone passò, la sua luce rossa intermittente scandagliò l’area sorvolata alla ricerca di me; un fuggiasco troppo pensieroso. Purtroppo da quando uno dei robot fu salito al governo del nostro stupido paesino, le regole prevalsero sull’anarchia, il lavoro prevaricò sul divertimento, ma soprattutto i circuiti ebbero la meglio sui sentimenti. Crearono uno strumento per localizzare i pensieri, ricordi, emozioni, tutto ciò che faceva parte del cervello umano, naturalmente, non potendo controllare una “macchina” così evoluta, il robot decise di legiferare in maniera tale da non permettere di utilizzarla. Un limite di pensieri fu imposto: tre. Sorpassai il limite, ed ora scappavo, dalla legge, dai robot ma soprattutto da lei; nonostante i ricordi correvano verso la direzione opposta. Avuta la percezione che qualcuno o qualcosa mi stesse seguendo, mi nascosi al di sotto del manto di foglie che ricopriva il terreno umido, ed il drone non riuscì a scovarmi. Tuttavia il pericolo non fu scampato, sarebbe passato di nuovo e questa volta m’avrebbe captato. M’accinsi a riporre il sacco a pelo sulle spalle e corsi. Verso dove non lo so, correvo e basta. Tu mi tenevi per mano, sorridesti e mi dicesti che tutto sarebbe andato per il verso giusto, che l’oblio fu un’invenzione e che saremmo stati sempre insieme.

Mi svegliai di soprassalto dentro uno dei bunker sotto terra creati dai robot.

“I tuoi ricordi sono patetici, tu sei patetico”

“Come avete fatto a prendermi, ricordo…”

“Hai sbattuto contro uno degli alberi, dentro il bosco, con la faccia girata verso destra mentre sorridevi”

Fui disteso sul pavimento.

“cosa mi farete ora?”

“dimenticherai, tutto”

“no, non potete togliermi l’unica cosa che mi rimane”

“non capisci. Voi umani non capite. Il ricordo offusca la vostra macchina, non rende lucido il vostro sguardo, vi sto dando un modo migliore di vedere il mondo. Procedete”.

Avanzai scortato dai passi incessanti delle guardie del capo robot, che, dopo qualche colpo datomi sulle costole, ripresero il loro normale andamento. L’oscurità inghiottiva anche il più flebile lume, circondando quegli spazi di nero. Una leggera musica si erse dagl’inferi e ci accompagnò, andando a tempo con i nostri passi. La paura assalì l’animo mio, tormentato dalla fantasia che sovrastava quel momento ansioso e privo di ogni certezza. Mi buttarono in una stanza completamente nera, solo gli angoli del solaio furono illuminati con dei piccoli led argentei a parete. Sotto la loro luce, alcune camicie erano rese visibili, ce n’erano ad ogni angolo. Le scrutai con curiosità alla ricerca di una motivazione di quella posizione e del loro numero. Un telefono squillò. Ma dov’era? Non si vedeva nulla, ed andai verso la melodia del telefono. Lo trovai all’interno di uno dei taschini delle camicie. Risposi:

“Guarda, solo il buio intorno al tuo animo, lo circonderà per il resto dei tuoi giorni”

“Ma cosa significa? Mi lascerete qui?”. Il telefono riagganciò.

Secondo i miei calcoli rimasi all’interno di quella camera 375 giorni, quando mi buttarono fuori una notte mentre dormivo.

Robot ed umani convivevano serenamente, la prossemica era la stessa, tra la lentezza dei gesti e gli arti priva di libertà motoria. Giungeva il tramonto e la luce illuminò i circuiti blu e verdi delle macchine, le quali si prestavano alla ricarica della corrente. Guardavo quel sole, così luminoso, cocente e colorato. Non sentii nulla alla sua vista, provai solo dolore agl’occhi con lo sguardo fisso su di esso. Misi le mani in tasca e trovai un biglietto:

“Oblio: non ricordarmi”.

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Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Beh è davvero bello, il genere mi piace ed è stato bello anche il modo in cui hai intrecciato il tema dell’oppressione delle macchine alla storia sentimentale del protagonista. Complimenti.