Oltre il Buio: Il Canone dell’Umanità

Anche questa mattina solita routine: sveglia alle sette, doccia veloce, vestito informale, cappuccino e brioche al bar, il solito tavolo vicino alla vetrina. Mi piace guardare la città mentre si mette in moto. Un’occhiata alla Gazzetta, due chiacchiere con Giulio sul Milan, sulla politica, sulle tasse, sul traffico. Una vita scandita da momenti ricorrenti, il primo dettato dal ritmo del cucchiaino e dall’aroma di caffè.

Oggi però c’è qualcosa di speciale. Mi sento insolitamente energico, come se un nuovo obiettivo stesse per essere raggiunto. Forse è il sole che stamattina filtra dalla vetrata e mette di buon umore, o forse è il bouquet di odori, un misto di rugiada e smog, di asfalto ancora umido, di tabacco bruciato e dei profumi che si alzano dal bancone.

La giornata promette bene: ho un cliente da incontrare e so che l’incontro andrà bene solo se darò il meglio di me. In metropolitana, tra gli studenti che si accalcano, il solito caos di urla e risate. Ai miei tempi tutto era diverso, ora mi sembrano troppo abbandonati a loro stessi. Controllo il telefono, le prime email, ma è solo pubblicità.

L’incontro con il cliente scorre come da copione, sono in forma. Battute ironiche, sguardi d’intesa. Mi piace questo lavoro, so come muovermi, e anche lui sembra giocare allo stesso gioco. Alla fine stringiamo l’accordo. Contratto firmato.

Pranzo veloce con la mia compagna, che nel frattempo ho raggiunto in centro. Sento che le devo il tempo che mi resta della giornata. Torniamo in tram. Il sedile è duro, questo nuovo modello non è un granché. Sale un uomo: extracomunitario, vestiti consumati, sguardo basso. Si siede di fronte a me. Il suo odore è pungente, la postura curva, la pelle segnata da una vita in strada. Non mi piace per come è messo, lo ammetto. Ma lo capisco. Non è facile vivere così.

Qualcosa in quell’uomo mi trattiene lo sguardo, come se il suo status mi incuriosisse. Scarpe consumate da passi pesanti. Mani grandi, malconce, ferme sulle cosce. Mi dà fastidio che stia lì così, in quello stato. Penso a quello che molti qui vociferano: se diventano troppi è un problema, la città sta peggiorando, i quartieri sono insicuri. Quelle voci non mi rappresentano. Non sono il mondo che vorrei.

Non abbassa lo sguardo, non si nasconde: non prova vergogna per la sua situazione. Non sembra stanco di essere giudicato, non gli importa dell’opinione degli altri. È saldo, come se il mondo gli scivolasse addosso. Al suo posto, senza fissa dimora, con una vita instabile, senza certezze né futuro, senza programmi e con tutti quegli occhi giudicanti addosso… non so come reagirei.

Uno scossone. Lui alza gli occhi. Mi guarda. È un attimo, giusto il tempo di capire che il tram è troppo veloce. Poi il buio ci trasforma. Un colpo senza direzione. Una pressione che mi schiaccia il petto. Mi sento sbalzare, non ho più il controllo del corpo. A seguire, un boato: metallo che si torce, vetri che esplodono. Urla, volti segnati dal terrore, infine il silenzio. Sono a terra.

Un fischio tremendo alle orecchie. Non sento le gambe. Provo a muoverle, ma non rispondono. Le braccia non so nemmeno se le ho ancora. L’aria fatica a entrare, come se qualcosa premesse sul torace. C’è odore di ferro caldo, polvere, plastica bruciata. E sangue. Un odore denso, dolciastro. Tutto è ovattato. Qualcuno grida. Qualcuno chiama aiuto. Un telefono suona sulle frequenze dei pianti disperati. Emergono voci oltre il buio, come di un coro in un canone inesorabile: il tentativo di fuga dal terrore dopo l’esplosione.

Provo ad aprire gli occhi. Non riesco. Solo una fessura, una linea di luce sporca. Qualcosa mi cola dalla fronte, entra nell’occhio. Brucia. Lacrime e sangue si mescolano. Il petto si muove a fatica, sono in debito d’ossigeno. La bocca è piena di polvere impastata. Non sento il mio corpo. La testa mi cade di lato. Attraverso quella feritoia intravedo sagome, ombre confuse, corpi piegati.

Siamo vicini. Disteso, impolverato anche lui. Il viso sporco, il sangue che cola copioso da un taglio aperto sulla fronte. L’addome si muove, lento, regolare. Respira. Gli occhi sono aperti, fissi verso il cielo. Sulle labbra ha qualcosa che somiglia a un sorriso. Sta sorridendo. Perché? Mi chiedo.

Sta guardando oltre, verso un punto preciso nel cielo. Lo osserva come attraverso un obiettivo fotografico, come se lo riconoscesse. Il suo addome ora si solleva lentamente, a tratti si ferma. E capisco che non ha paura.

Penso alle ambulanze che arriveranno, agli ospedali, alle cure. Mi aggrappo alla vita come posso. Lui no. Per lui non è importante.

Forse crede che il suo Dio lo stia aspettando. Che, dopo la fatica, l’umiliazione, i giorni trascorsi nella speranza di un pasto, della carezza di una donna, di un letto su cui riposare, ci sia un abbraccio che non chiede visti o permessi, non ti chiede il colore della pelle, non gli importa chi sei.

Ho sempre pensato alla religione come a una consolazione per chi non ha nient’altro. Adesso mi accorgo che forse è qualcosa di più. Perché io ho sempre avuto tutto ciò di cui avevo bisogno. Lui, forse, ha avuto solo quella promessa. E in questo momento è più uomo di me. Io tremo. Lui no. Io voglio restare. Lui sembra pronto.

E per la prima volta mi chiedo chi dei due sia davvero il povero. Mi manca il respiro. Un bagliore mi attraversa gli occhi. Non riesco più a pensare. Vorrei avere la sua sicurezza. Vorrei che mi stringesse la mano, che mi accompagnasse. Percorrere quel viaggio accanto a lui, così saldo, così certo, da non vergognarmi della mia paura. Ho bisogno di te adesso. La mia vita si sta spegnendo. Stammi vicino. Guidami. Sono pronto. Il dolore si allenta. Non sento più il peso del corpo. Il tuo sorriso è la mia ultima immagine. Tu sei già andato. Ti sto raggiungendo.

Aspettami, fratello.

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