Oltre la frontiera

Serie: La frontiera


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lupo, per continuare a vivere, è costretto alla fuga oltre il confine che prima doveva controllare

Mi mossi velocemente seguendo alla lettera quanto suggerito da Orso: superai con fatica la condotta e risalii nell’acqua fino a trovarmi in territorio libero da insidie. Ero esausto. Mi concessi una sigaretta e qualche considerazione su questo schifo di vita, poi applicai le pelli di foca agli sci e ripresi a fuggire: dai segugi, dai pochi ricordi e da me stesso.

Vedendo il rifugio sopra di me, inconsciamente, accelerai il passo, ma ogni volta, alzando il capo, sembrava che la distanza dalla meta non diminuisse. Nonostante la temperatura rigida ero accaldato, la fronte e la schiena sudate, le gambe due pezzi di legno che agivano per inerzia e disperazione. Quando finalmente terminai la salita levai gli sci e, aperta la porta del rifugio, mi lasciai cadere a terra, svuotato di energia. 

Mi concessi pochi minuti finché, tornato regolare il respiro e riacquistato un minimo di lucidità, cercai il generatore e lo attivai, assicurandomi che nessuna luce potesse rivelare la mia presenza. Già dopo mezz’ora la temperatura, accettabile, mi permise di spogliarmi e infilarmi sotto una doccia che, se non caldissima, era perlomeno gradevole. Indossai una tuta, leggera e asciutta, e riposi gli indumenti, fradici, sugli appositi supporti installati davanti a un bocchettone di aria calda. Non pensai minimamente al cibo, trovai delle coperte, non troppo pulite, e mi coprii sdraiandomi su una branda metallica che certamente aveva visto tempi e persone migliori. Sull’orologio impostai la sveglia alle tre di mattina e considerai quelle cinque ore di riposo un lusso che forse non potevo concedermi. Poco prima di addormentarmi fui folgorato dal pensiero che il cronometro al mio polso era quello datoci in dotazione! L’indomani lo avrei reso inutilizzabile e gettato in qualche canalone.

La sveglia trillò troppo presto, mi sembrava di essermi appena addormentato. Comunque non indugiai, mi rivestii con gli abiti pesanti, perfettamente asciugati, e riposi in una busta quelli leggeri usati nel rifugio. Sciolsi due buste di the nell’acqua calda e, dopo aver riempito la borraccia termica, me ne concessi un lungo sorso, mangiai voracemente una decina di biscotti, bevvi ancora quel po’ di the che avanzava e chiusi il sacco. Spento il generatore e schiacciato con i pesanti scarponi l’orologio da polso intrapresi la salita al passo: ultima asperità che mi separava da un mondo completamente sconosciuto. 

Giunto al valico mi fermai e girai lo sguardo sull’ampia valle: la strada militare che seguiva la frontiera appariva nitida, mentre la distanza e la foresta mi impedivano di distinguere le tane e il grande edificio che ospitava il Mulino. Non avevo rimpianti: ciò che mi attendeva non poteva essere peggio di ciò che mi lasciavo alle spalle. Mi arrotolai una sigaretta, chissà se il tabacco esisteva nella barbarie dove ero diretto, la accesi e la gustai come fosse l’ultima poi, dato un ultimo sguardo alle foreste dell’Unione, gettato l’orologio distrutto, tolte le pelli di foca e bloccati gli attacchi degli sci mi lasciai scivolare nella lunga discesa.

Dall’alto intravidi l’abitato quando ne ero ancora una decina di chilometri distante. Come suggerito da Orso deviai sulla destra e con un ampio giro feci in modo che chiunque potesse notarmi pensasse che provenivo da Est. Incrociata una pista che portava al paese la seguii e, in breve tempo, giunsi in prossimità delle prime case. Qualche persona mi salutò, altri, dopo uno sguardo veloce proseguirono indifferenti nelle loro faccende, dimostrando una certa abitudine all’arrivo di sconosciuti. Nello slargo al centro del paese una scritta consumata dal tempo attirò la mia attenzione: Bar, in città ne resisteva ancora qualcuno, in periferia, ma sapevo benissimo che, un tempo, erano locali aperti a tutti, dove si poteva bere o mangiare qualcosa. Ci entrai, più infreddolito che curioso. L’interno era semplice e disadorno: un grande caminetto con davanti un lungo tavolo e una decina di sedie, lì posizionati per stare al caldo, intorno, sparsi un po’ a caso, un’altra manciata di tavolini da quattro posti e, sul lato opposto al camino, un bancone, sul quale stavano in mostra poche bottiglie con improbabili etichette, alcune scritte a mano. Incrociai lo sguardo, quasi divertito, del proprietario che aveva atteso, paziente, la fine della mia ispezione visiva. Non avevo la minima idea di quale lingua parlassero in questa parte di mondo e salutai con un cenno della mano, quando l’uomo si rivolse a me con un «Buon giorno!», mi sentii un idiota:

«Scusami,» risposi, «buon giorno anche a te!»

«Mi sembrava cercassi qualcuno, sbaglio?»

In un attimo pensai che a qualcuno avrei dovuto pur chiedere, quindi abbandonai ogni inutile prudenza:

«Aurora, la conosci? Devo, parlare con lei!»

«Sì, la conosco, piuttosto: la conosci tu?» rispose, quasi con astio.

«No, ma un amico comune mi ha detto di chiedere di lei.»

«Comunque non è qua, non oggi.»

Non capivo se il suo tono perentorio fosse protettivo nei confronti di una amica o elusivo nell’intento di comprendere se fossi una minaccia.

«Mi serve un letto,» dissi, «e qualcosa da mangiare subito.»

«Se hai con che pagare ho tutto quello che ti serve.»

Eravamo soli nel locale quindi mi feci più vicino e, tolti dalla tasca tre proiettili li posai sul banco:

«Bastano?»

«Sei uno sciocco! Tanti ci hanno lasciato la pelle per molto meno, non tutti sono onesti da questa parte della frontiera.»

Lo disse guardandomi negli occhi, lasciandomi intendere di aver capito molto più di quanto avrei voluto far sapere e dandomi, di conseguenza, la certezza di quanto pensato prima e cioè di essere un perfetto idiota.

«Con una di quelle cartucce ti paghi la permanenza qui per dieci giorni. Le altre due, se qualcuno sapesse che le tieni in tasca, potrebbero, invece, procurarti grossi guai. Ti consiglio di fidarti di me e lasciarmele in consegna, qua staranno al sicuro. Però sono tue, vedi un po’ che fare.»

Mi presi qualche attimo. Non era mia abitudine ma, per la situazione in cui mi trovavo, dovevo azzardare e fidarmi:

«Va bene, tienile tu,» allungai la mano, «io sono Lukas.»

Ricambiò con una stretta solida:

«Io sono Marco, e Aurora è mia amica.»

Serie: La frontiera


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Ciao Giuseppe! Questa tua serie, con il suo protagonista solitario e viaggiatore, mi fa venire in mente la struttura di un western. E io adoro i western! Non tanto per le storie, quanto proprio per come sono strutturati: c’è l’essenziale. Ogni azione ha una causa e un effetto, tutti i personaggi hanno motivazioni più che ragionevoli che li spingono a fare ed essere ciò che fanno e sono. Insomma: vedo una storia molto solida.👏🏻

  2. Per un attimo mi sono tremate le gambe! Ho seriamente avuto paura che Lupo si fosse cacciato in un bel guaio, pur volendo fare le cose a regola d’arte.
    Più leggo episodi e più mi viene voglia di proseguire! 😸

  3. Arrivo in ritardo e posso solo unirmi al coro. Mi piace davvero, leggere questa storia è una piacevole avventura. Mi ricorda tante cose, eppure non è uguale a nessuna. Originale, ma non stravagante. Insomma, bravo! Un’opera davvero di alto livello. Voto anch’io per la carta!

  4. “Mi concessi una sigaretta e qualche considerazione su questo schifo di vita, poi applicai le pelli di foca agli sci e ripresi a fuggire: dai segugi, dai pochi ricordi e da me stesso.” Uno schifo di vita raccontato magnificamente. Forse il peggio deve ancora arrivare, lo aspetto con ansia.

  5. Complimenti Giuseppe, la lettura di questa serie, ad ogni episodio, diventa sempre piú scorrevole. Scivola via come un slittino sulla pista della montagna coperta di neve. In questo episodio la storia procede senza altri scossoni, lasciandoci in attesa di scoprire cosa ci riserverai nei prossimi sviluppi.

  6. Dunque Orso si chiama Claudio e poi ci sono Aurora e Marco, sembra proprio che l’ambientazione sia lo nostra penisola. Solo che tu parli dell’Unione. Viene di andare avanti nella lettura, solo che le altre pagine ancora non ci sono.

  7. Leggendo gli episodi della tua serie mi sono sentita come dentro a un film. L’ambientazione mi ricorda molto ‘Fargo’ dei Coen con tutta quella neve che anziché entrarti nelle ossa e raggelarti, quasi ti scalda, ti fa da compagna. I personaggi sono veramente ben delineati e la storia mi piace. Una storia di solitudine e di lotta. Una sorta di tutti contro tutti, il gioco in cui se sei bravo a distinguere fra amici e nemici, allora sopravvivi. La scrittura è fluente, efficace l’uso della prima persona, quasi una sorta di ‘diario di bordo’ di un capitano. Mi piace molto e mi ripeto ancora sul fatto che anche questo starebbe bene su carta…Un abbraccio Giuseppe.