Opificio San Lazzaro

Il tavolo bianco è sparpagliato di carta stampata, loghi adesivi, colla e spugnette. Nell’angolo più lontano scaffali di legno sorreggono rotoli di vinile che sono come file colorate di materiale appoggiate al muro, scatoloni di ogni forma e tipo contengono oggetti e utensili che io da lì a poco andrò a stampare.

La pressa sfiora i 200 gradi mentre fuori nel dolce vento di una notte toscana, dicembre volge i suoi giorni verso il Natale. Lui è in t-shirt verde ed io in canotta bianca e un maglioncino turchese annodato in vita, gli occhi segnati di sonno procedono nel lavoro con battiti di ciglia veloci.

Le quattro del mattino, con lui vicino, e gli ordini da evadere in pochi giorni restanti prima delle vacanze natalizie e il laboratorio colmo di giochi di rosso, oro e argento.

Lui adesso se ne sta chinato sul tavolo a spellicolare il materiale mentre io continuo a muovere la pressa su e giù imprimendo le stampe nel tessuto e nel legno.

Scritte di Buon Natale che vengono impresse dalle nostre mani sugli oggetti che abbiamo da lavorare mentre dal telefono Sinatra con un coro di campanelle festose riempie di musica le stampe del laboratorio.

30 secondi al prossimo stacco prima che la pressa si rialzi velocemente ed io devo essere pronta a staccare la carta dalla stampa, e lui mi bacia.

“Smettila.”

“Sì capo!”

“Non fare il cretino, lo sai che stiamo lavorando.”

Lui torna al suo posto ma continua a guardare dentro la scollatura, lungo le braccia nude e accaldate, e intanto la pressa è risalita. Una divisione istantanea, la stampa perfetta, in pausa prima della rifinitura.

Poi ricomincia da capo, lui che prepara il logo, me lo passa, io che lo stampo, l’attesa e il caldo e lo stacco.

I secondi rossi impressi sul display della pressa come countdown continui e dinamici.

Le zeppe nei piedi nudi spingono sui talloni e le spalle diventano ricettacolo di tensioni, ma si va avanti a ritmo sostenuto, le sue mani ogni tanto a cercarmi, io a cacciarlo via ma a seguirlo con lo sguardo, pensieri proibiti, concertazione certosina, pazzia di stanchezza di notte folli, e la nostra giovinezza appena nata e bellissima dentro cui costruirci, con il lavoro, il nostro futuro.

20 secondi rimasti e lui mi arriva accanto, un tocco veloce sul collo, il muscolo si scioglie, poi stacco la carta, gli passo le agendine rosse con la scritta bianca ormai immortalata e intatta sulla pelle morbida, lui mi guarda e sorride e torna a tagliare la carta con le sue mani lunghe.

Ricomincio, apro l’agendina, il profuma della carta che si scalda con la piastra, la posizione esatta e centrata, posizionare il logo nel mezzo, calcolando il centimetro con il righello, poi scendo con il piatto, i secondi ricominciano a scalare, la scritta nella pelle si imprime senza fretta.

80 secondi e vado verso il tavolo all’ingresso a mangiare un pezzo di torta e buttare giù un goccio di spumante.

Lui mi si avvicina e mi mette in testa un cappello oro da Babbo Natale e su di lui uno con la barba bianca, poi mi bacia ancora, a lungo, mentre riaprendo gli occhi scorgo la rimanenza di 10 secondi, mi volto alla pressa e lui torna al tavolo, continuiamo a parlare mentre non ci guardiamo più negli occhi.

“Lo so lo so, dobbiamo stare più concentrati. Ma sono le 4 del mattino e sono quasi 48 ore che lavoriamo senza sosta, concedimelo.”

Gli rispondo passandoli un’altra agenda stampata.

“Anche io ormai sogno il letto, con te. Gli ultimi giorni poi festeggeremo anche noi.”

“Ti ammiro, per quello che hai costruito, così giovane e in così poco tempo.”

Posiziono il logo e non penso alle sue parole, da quando ho iniziato ad essere un’artigiana non ho mai sentito il bisogno di tirare le somme, è un sogno che si sta ancora alimentando da solo.

“Prepara una serie da 10 di loghi bianchi. Poi partiamo con la laminazione e facciamo trance di 50 in 50.”

“Ok. Il plotter hai finito. Taglio?

“Taglia e fai partire un altro pannello con circa un’ottantina di altri loghi, guarda quanti ce ne stanno per riga, per favore.”

“Vediamo. Dodici per riga. Come mai proprio questo lavoro?”

“Allora vanno bene ottanta. Lo facevano i miei e me ne sono subito appassionata, e poi sei arrivato tu e la squadra si è allargata. E guardaci ora, siamo peggio del laboratorio di Babbo Natale!”

Lui sorride, come orgoglioso di quella piccola squadra artigianale.

“Amore.”

“Eh?”

“Sei bellissima quando lavori.”

Con una mano gli mimo un ordine da fare e lui mi asseconda, sbuffando teneramente.

Alle 6 del mattino una serie, per noi infinita, di tazze, magliette, grembiuli, agende, calendari, sciarpe e decorazioni natalizie, giace stampata, rifinita a mano, fissata e lucidata, confezionata e messa in ordine, in grossi scatoloni marroncini, lui ha le braccia infilate nella felpa ed io mi sono appoggiata sulle spalle il maglioncino, da lì ad un’ora il sole segnerà l’inizio di un giorno nuovo.

Finalmente ci abbracciamo senza sosta mentre a poco a poco spegniamo ogni luce del laboratorio, il pc lampeggia prima di diventare nero, le stampanti si raffreddano, la pressa fa scomparire i secondi rossi dal display.

“Vieni qui.”

Mi prende sulle sue gambe mentre ci sediamo a terra sul cotto grezzo, e le ombre del mattino come contorno.

“Ce l’abbiamo fatta. Tutto è pronto per tempo.”

“Ce l’hai fatta, l’azienda è tua.”

Lo guardai infastidita.

“Ma ci lavoriamo tutti e due.”

“Le responsabilità però sono tue, tutte.”

“Viviamo insieme, mio o tuo non esiste, lo sai.”

Mi lascia a terra mentre si dirige, un po’ barcollante, a recuperare la bottiglia di spumante stappata e abbandonata ormai da ore. L’agita in aria, rimettendo Sinatra tra le mura della stanza.

“Allora signorina, mi permettete di festeggiarla come si deve?”

“Non vorrai mica bere a quest’ora.”

“Questo spumante è come se fosse gazzosa.”

Mi porge uno dei due calici e il rimasuglio della bottiglia si divide in due.

“Buon compleanno! 22 anni, e come ci si sente ad essere il capo di un importante e florida azienda artigianale?”

Sorrisi, ormai completamente stravolta di stanchezza.

“Solito esagerato! Però direi felice, e tanto tanto stanca.”

“Letto?”

Annuisco, anche se possiamo dormire solo poche ore.

Brindiamo, tra pantaloni della tuta sporchi e capelli arruffati e sacchetti neri di plastica pieni di scarti.

Saliamo a casa abbracciati e prima di chiudere il portone della sala stampa, gli scatoloni con la scritta “Opificio San Lazzaro” sono l’ultima cosa che vedo. La mia azienda. Comincio a pensare a come quegli anni siano volati, a quante cose ancora ho da imparare, all’emozione che ogni volta mi nasce dal creare qualcosa di unico e personalizzato con le proprie mani, alla mia età, ai sogni che sembrano così vicini, all’impressione di essere nell’istante giusto per costruirsi il proprio futuro.

E solo in questo momento mi dico buon compleanno per davvero. 

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Discussioni

  1. Hai scritto questo racconto come se tu avessi vissuto tutto in prima persona, sei davvero molto brava, complimenti!
    Mentre leggevo, nel ragazzo rivedevo mio fratello. Mi ha fatto piacere “imbattermi” in questo Libri/Quick.

    1. Ciao Andrea!
      Effettivamente volevo proprio che si vivesse l’azione diretta con la protagonista stessa, volevo fosse una scena energica!
      Contenta di averti ricordato tuo fratello, sicuramente una persona che si da un gran da fare 😀
      Grazie per avermi letta!

  2. Ciao Peter,
    grazie mille!
    Forse per la parte di maturazione che dici tu, ho attinto un pò all’autobiografia, non mi sono mai cullata troppo nel mondo fanciullesco e forse questo mi hai fatto nascere questo racconto che voleva esprimere l’amore in due modi, quello per l’altro e quello per il proprio lavoro, la voglia di fare e creare, sia nel rapporto che nella professione.
    Ti ringrazio per avermi letta e sono ancora più felice che quello che volevo esprimere ti sia arrivato in modo così diretto e bello! 😀

  3. Hai saputo disegnare il ritratto d una brava ragazza con tanta voglia di emergere dalla mediocrità che avvolge i 22 anni. Alle volte ci si imprigiona troppo nell’adolescenza con il pretesto di voler rimanere piccoli, perché crescere è troppo complicato, oggi, e la società non aiuta. A far da cornice, c’è l’amore con la A maiuscola, quando quella follia (perché l’amore è follia pura, come scriveva Shakespeare) ti porta a lavorare 48 ore di continuo con il doppio intento del guadagno: quello materiale e quello sentimentale!