Oreste

“Ahò ma guarda te questo burino, dajeee, vedi de spicciate!” strombazzando all’impazzata la macchina rossa si faceva largo tra la fila di macchine che, ogni mattina, intasava quella strada del centro di Roma.

Oreste si piazzava sempre li, vicino all’isola Tiberina, comodamente seduto su quel muretto, osservava l’idiozia e la frenesia umana, ma perché hanno tutti una grande fretta?

Se lo chiedeva ogni mattina, ma non riusciva a dare una spiegazione a tutto quello scalpitare.

Osservava quei tubi delle macchine, dalle quali fuoriusciva un fumo grigiastro,

forse era un modo per scambiarsi dei messaggi in codice? Dei segnali di fumo tra i bipedi?

Pensò che quegli umani, non erano proprio così evoluti come loro credevano di essere, la sua specie, già da millenni, aveva imparato a comunicare con dei suoni ben specifici, e nel loro parlare, o meglio cantare, non si creava mai la confusione che era solita manifestarsi tra gli umani.

Oreste era un bel gabbiano di città, il suo piumaggio era grigio scuro, aveva delle belle zampotte gialle, così come il becco, che però aveva anche una macchia rossa sulla punta.

I suoi avi si erano trasferiti in città quando ancora le macchine erano meno degli uomini, avevano deciso di emanciparsi perché, a quanto pare, a Roma, qualche anno prima il cibo era ottimo; invece, da quando avevano chiuso la discarica, la qualità era un po’ calata e dovevano accontentarsi degli avanzi dei turisti.

Oreste era un gabbiano di sei anni, nel pieno del suo vigore gabbianesco, era sempre di buon umore ed era un gabbiano apprezzato dalla comunità, ma negli ultimi mesi si era un po’ incupito perché un pensiero gli era iniziato a frullare nella testa, come un germe, che non riusciva a far crescere, si era piantano nel suo cervello e non sapeva come affrontare la questione.

Tutta colpa di quella cartolina, che aveva ricevuto da un suo amico, il quale, l’anno prima aveva tentato la grande traversata; la cartolina era stata inviata dall’isola di Ponza, un’isola, pare, non troppo lontana da Roma, per gli umani vicinissima, per loro invece si trattava di un viaggio estremamente impegnativo.

Ci pensava e ripensava ogni mattina, era un chiodo fisso; adagiato su quel muretto osservava i segnali di fumo umano, che uscivano dai tubi di scappamento delle macchine, cercava di interpretare quei vapori, ma da quel grigio fumo non recepiva niente di interessante.

Oltretutto, dal giro che faceva il sole in quel periodo dell’anno, poteva percepire che la stagione della luce stava iniziando a finire, quindi, se voleva, doveva farlo nel minor tempo possibile, altrimenti sarebbe stato troppo tardi.

Appunto se voleva farlo, il dilemma era questo: Voleva farlo?

Incrociò le zampe e si accomodò più comodamente sul muretto, Partire o non partire?, Roma o Ponza?

Nella sua mente compariva l’immagine della distesa di mare che doveva attraversare, questo lo spaventava, così come le correnti di vento che, a detta di altri gabbiani, dovevano essere abbastanza forti.

Ma poi, c’era anche la voglia di aria pulita, la voglia di nuovi orizzonti, la voglia di avventura.

Il nonno di un gabbiano amico, gli aveva raccontato della gioia che si provava nel cacciare i pesci vivi in mare; si stava appostati per lungo tempo, si imparava a osservare le onde e a captare i movimenti dei pesci sotto l’acqua, poi bisognava essere veloci e astuti per acchiappare il pesce giusto, ma la fatica era ripagata, il sapore del pesce vivo era unico e impareggiabile!.

Sicuramente sull’isola di Ponza avrebbe potuto sperimentare tutto questo, la questione lo incuriosiva e aumentava quel tarlo che aveva in testa.

Mentre si arrovellava tra i suoi pensieri era arrivata l’ora di pranzo; si sgranchì le ali e facendo un piccolo voletto planò verso il cestino più vicino, sicuramente avrebbe trovato qualche interessante avanzo umano, e infatti; oggi il menù prevedeva: torsolo di mela accompagnato da mezzo panino al prosciutto, niente male, li sull’Isola Tiberina il cibo non mancava e comunque era pur sempre un’isola.

Si adagiò sul ramo di un albero per il riposino del dopo pranzo, socchiuse gli occhi e si addormentò.

Come spesso gli capitava ultimamente si ritrovò nello stesso sogno ricorrente: vedeva le sue valigie pronte per il viaggio, percepiva l’eccitazione della partenza e il vento che si insinuava tra le sue piume, sognava di vedere la profondità del mare sotto di lui, ma ogni volta che arrivava la dove il mare era più scuro, la sua immaginazione lo spingeva in un vortice di vento fortissimo che lo riportava all’indietro e lui si ritrovava di nuovo sul suo muretto nell’Isola Tiberina, e qui si svegliava.

La sua preoccupazione derivava anche da quel suo sogno ricorrente, e da li arrivava tutta la sua confusione. Parto o non parto? E se poi il sogno si realizza? E’ un sogno premonitore o solo la paura che mi blocca?

Insomma, Oreste, ormai da un paio di mesi era ingabbiato (o ingabbianato) in tutti questi pensieri e non riusciva a trovare una via di fuga, doveva prendere una decisione, ma non ne era capace, si sentiva in balia di quel vento che ogni qual volta chiudeva gli occhi lo trascinava in quel vortice.

Si stiracchiò le ali e planando leggero decise di fare un giretto sopra la città, attraverso il Tevere, Piazza di Spagna e giù verso il Colosseo, a quell’ora del tramonto Roma era veramente bella, si adagiò su un sasso calduccio di quell’imponente costruzione, a quell’ora era perfetto perché la pietra aveva immagazzinato tutto il calore del giorno, quindi stare li era veramente piacevole.

Ripensò alla storia del loro grande antenato: il gabbiano Jonathan Livingstone, la sapeva a memoria perché il suo nonno gliela raccontava sempre.

Il pezzo che a lui piaceva di più era quando diceva

“Siamo liberi di andare dove ci aggrada e di essere quelli che siamo.”

E in effetti aveva ragione, lui doveva sentirsi libero e scegliere la sua libertà.

Doveva sentirsi libero di fare quello che più lo aggradava, e a lui aggradava l’idea di restare in città, non per forza doveva dimostrare a qualcuno di essere in grado di raggiungere l’Isola di Ponza.

Certe volte la sfida più difficile è restare.

E quindi restò.

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Discussioni

  1. Ciao Viola, credo che la frase che racchiude tutto sia proprio “ognuno deve essere libero di scegliere la propria libertà”. Una lezione inattesa per come avevi strutturato il racconto (come lettrice ero in attesa di un percorso di crescita improntato sul venire a patti con la paura dell’ignoto). Mi hai stupita e regalato un pensiero forte.

  2. Un gabbiano, come un uomo (e come qualunque altra creatura), può scegliere di restare perché, a volte, è proprio quello il migliore dei mondi possibili. “Volare” con la fantasia può trarre in inganno