Ospiti timidi

Serie: Prison Planet 001

L’odore della preda

Era riuscita a scoprire qualche dettaglio in più, prima che l’aggressore svenisse esausto. Per il momento non sapeva chi l’avesse mandato ma era chiaro che avessero accreditato sul suo conto molti soldi per convincerlo a lavorare ad un caso “particolare” come quello; il tizio pareva un duro ma anche i più duri potevano sciogliersi come neve al sole di fronte ai metodi poco ortodossi che Ripley sapeva usare. Dopo tre ore di interrogatorio a base di bisturi, pinze per strappare le unghie, elettrodi da posizionare dove non batte il sole, decise che era giunto il momento di fare una visita al mercato nero e recuperare un siero della verità. C’era una lunga lista di persone che avrebbero voluto vederla morta, possibilmente nel peggior modo disponibile sul mercato, e non si sarebbe stupita di sapere che anche qualcuno vicino a lei lo volesse; nonostante tutto la sua mente non riusciva ancora a formulare l’identikit del mandante perfetto.

Prima di uscire prese il cappotto, fuori faceva molto freddo quando il pianeta non veniva illuminato dal “sole”.

“Dove stai andando, Ripley?” domandò il pappagallo con aria preoccupata.

“Devo fare dei piccoli acquisti per il nostro ospite: è un tipo più esigente di quanto pensassi.”

“Spero che non vada come l’ultima volta, allora, non credo ci sia più spazio nella discarica.”

“C’è sempre spazio per i topi di fogna come lui, qualche stronzo che li mangia lo si trova sempre.”

La puzza di fogna che si faceva sempre più forte indicava l’assenza di vento che spazzava l’aria, come ogni notte; le narici ormai si erano abituate a quell’olezzo ben poco piacevole. La ragazza ricordava nitidamente il suo arrivo in quella fogna di pianeta: il processo aveva decretato la pena massima, qualcuno mormorava che la giuria fosse stata corrotta, qualcuno pensava ad una mazzetta molto grande al giudice. In un batter d’occhio l’avevano condotta in prigione con l’aspettativa di rimanerci per sempre, senza possibilità d’appello, una prospettiva per nulla interessante per una tipa intrapendente come lei. I primi mesi l’odore non la faceva nemmeno dormire, qualche buontempone aveva soprannominato la fragranza “Odore di casa”, visto il comune destine che portava tutti su quel fetido buco dimenticato da tutto e tutti. Poi, con il passare del tempo, aveva iniziato a non farci più caso, solo nel momento in cui ci pensava riusciva a sentirlo.

Per strada i passanti erano ridotti all’osso, soltanto le vedette robotiche della Repubblica controllavano le strade con il loro occhio verde in cerca di violazioni del codice della prigione: alcune potevano essere pagate con la morte. Ai lati delle strade bidoni di combustibile ospitavano bracieri che, dopo anni, la donna non aveva ancora capito chi si occupasse di tenere accesi; all’interno poteva bruciare di tutto: dal legno ai cadaveri. Le luci al neon spargevano la loro luce bianca, come quella di una sala operatoria, formando un alone simile a quello delle luci dei palchi dei teatri; la cosa peggiore di quel gioco di ombre era che qualcuno poteva sfruttarlo a suo vantaggio per tendere un agguato.

Ripley percorse la strada che arrivava fino ad un angusto incrocio a “T”, una volta giunta lì la donna svoltò a destra, dopo un centinaio di metri la via si allargava fino a raggiungere gli otto o dieci metri, si poteva definire un viale per gli standard del posto. Sulla sinistra edifici diroccati rendevano l’atmosfera spettrale; circa trecento metri dopo, sulla destra, una piccola insegna al neon verde indicava la presenza di un negozio: “Harry’s” era il nome che troneggiava sull’insegna. Non era indicato nemmeno cosa vendesse, ciononostante Ripley si diresse proprio verso la porta blindata e pigiò il tastino di metallo che si trovava sulla sinistra nel muro di cemento armato. Trascorsero due o tre secondi prima che l’interfono si animasse con una luce verde: “Chi è a quest’ora?”

“Ripley.”

Un suono metallico annunciò l’apertura della porta “Ti ho aperto” fu tutto quello che disse l’interlocutore prima di chiudere la comunicazione così come l’aveva aperta.

Il negozio era un piccolo rettangolo pieno di scaffali contenenti pacchetti di vari colori e generi, non erano affatto prodotti industriali, almeno le confezioni facevano pensare questo, ma beni un po’ più “casalinghi”. Il bancone dietro il quale si trovava l’uomo era proprio di fronte all’ingresso, sul lato lungo del rettangolo; il negoziante era un uomo magro quasi da contargli le costole, alto un paio di metri, calvo ma con una lunga e folta barba che lo faceva somigliare ad uno di quei santoni che per anni si erano visti in tutti i pianeti della Repubblica, lì a predicare la venuta di questo o quel Messia. Gli occhi scuri ed incassati nelle ossa gli donavano un’aria tetra, il sorriso scoprì dei denti giallastri e decisamente poco curati, prima di parlare si schiarì la voce tossendo con la mano davanti la bocca.

“Era da tanto tempo che non ti vedevo mettere piede in questo umile esercizio commerciale” disse a bassa voce appoggiando entrambe le mani sul bancone.

“Diciamo che ho avuto altro da fare, Fernando. Vedo che per te il tempo non sembra proprio scorrere, cosa diavolo utilizzi per rimanere sempre identico a te stesso?”

“Niente di che: un po’ di questo e un po’ di quello. Tutta roba genuina e ben fatta ma questo tu lo sai per certo, vero Ripley?”

“Altrimenti ti avrei piantato una pallottola in fronte tanto tempo fa, amico mio” rispose la donna facendo il giro degli scaffali per avvicinarsi al bancone, lo sguardo si muoveva in ogni punto del negozio in cerca di quello che voleva.

“Di cosa hai bisogno, ti vedo molto frettolosa, di solito sei molto più cauta nelle tue ricerche.”

“Ho un ospite a casa e, sai, l’educazione ci impone di lasciarlo solo il meno possibile: potrebbe spazientirsi ed andarsene senza troppi complimenti.”

“Capisco benissimo, avete avuto una buona conversazione?”

“Sì, è un tipetto niente male, mi fa molto piacere parlare del più e del meno con lui: il problema è che quando si toccano certi argomenti pare volersi nascondere dietro un silenzio difficile da rompere a parole.”

“Mmm” disse accarezzandosi la barba folta ed ispida, poi girò il bancone e si avvicinò alla ragazza “credo proprio di avere qualcosa che potrebbe fare al caso di una donna piena di risorse come te. Mi è arrivato proprio stamattina, ormai quasi non ci speravo più.”

“Di cosa si tratta?”

“Oh, te lo mostrerò subito, aspettami qui un solo istante” concluse mentre spariva dietro la tenda che si trovava vicino al bancone e che conduceva al magazzino.

Qualche secondo dopo il negoziante riemerse con una scatoletta rossa tra le mani, pareva simile ad un portasigari di quelli che i contrabbandieri dai pianeti più esotici portavano al mercato; un oggetto ben rifinito e costruito. Lo aprì con uno scatto secco rivelando il contenuto: una polverina giallastra e inodore.

“Che diavolo è?”

“Con questa nessun ospite sarà più tanto reticente, fidati del tuo Fernando” disse scoprendo ancora i denti giallastri, gli occhi brillavano.

Serie: Prison Planet 001
  • Episodio 1: Prima della stagione di caccia
  • Episodio 2: La strada è ancora lunga
  • Episodio 3: Ospiti timidi
  • Episodio 4: La realtà galleggia
  • Episodio 5: Rivangando il passato
  • Episodio 6: Echi di un passato lontano
  • Episodio 7: Fuga e sudore
  • Episodio 8: Ossa Rotte
  • Episodio 9: Un taglio netto
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    Discussioni

    1. Ciao Alessandro, Ripley la adoro, è un personaggio davvero con una grande personalità. Scommetto che ne ha passate di cotte e di crude per diventare così “forte”, il suo passato mi attira parecchio. Ma anche il pianeta originato dalla tua mente è affascinante: una prigione! E chissà da chi, o cosa, viene gestito! Curiosissimo del seguito, sempre scorrevole e piacevole! Alla prossima!

    2. Ciao Alessandro, la tua “prigione” inizia a prendere forma e colore, oltre che “odore”. Rimane la curiosità di capire perché Ripley è stata condannata a scontare una pena a vita in quel luogo, ma penso che con il procedere della serie lo scoprirò. Di sicuro, non è una “santa donna” 😀 Mi sto facendo parecchie idee balzane su questo tuo mondo, ma per ora le tengo per me. Siamo sicuri che a decidere della sorte di questi umani siano altri esseri umani? Mah, la follia sta prendendo possesso della mia mente sempre in movimento.
      Quanto alla scatoletta rossa… credo di sapere cosa contiene.

    3. Episodio adrenalinico! In particolar modo mi è piaciuta molto la descrizione della città. Già mi è piaciuto l’andamento di questo interrogatorio, ma non vedo l’ora di “assistere” al prossimo… A presto, Alessandro.