Otto secondi 

Pioveva sempre uguale, da ore, giorni, forse settimane. Il cielo pesava così tanto che sembrava stesse per cadere sulle nostre teste. Buenos Aires sotto la pioggia sembrava più stanca e più bella, con le luci ancora accese dietro le vetrine, l’asfalto lucido e le pozzanghere che tremavano sotto la pioggia.

Le vecchie uscivano per prendere pane e verdura e correvano con i loro fazzoletti bianchi sulla testa e ai piedi le ciabatte. A nulla servivano quelle corse affannate e il loro vociare, coperto dal rumore della pioggia.

Ero tornata da pochi giorni, dopo anni passati lontano dalla Capitale e da quella casa. Di mia madre conoscevo soltanto le abitudini di un tempo.

Mi soffermai a guardare dalla finestra un foglio di giornale accartocciato, fradicio, che una folata trascinava lungo il marciapiede. Le mie calze stavano ad asciugare sul termosifone e fui destata dai miei pensieri quando mia madre mi portò una tazza di tè fumante.

«Dove te la appoggio?» La sua voce era stanca come quella giornata d’autunno.

«Lasciala sul tavolo.»

«Sul tavolo no, che poi si fredda.»

Restò in piedi accanto a me. Immobile nella sua attesa fatta di pazienza e silenzi. Da tutta la vita.

Le guardai il viso e mi accorsi di somigliarle molto più di quanto avrei voluto.

Mi proiettai in là negli anni e mi vidi al posto suo, accanto a qualcuno il cui tè si sarebbe freddato di lì a poco. Mi vidi ugualmente paziente.

Presi allora la tazza fra le mani, cautamente, più per pena verso di lei che perché ne avessi veramente voglia.

Bevvi un sorso e poi dissi che sì, si sarebbe freddato se non avessi bevuto subito. La vidi accennare un sorriso.

Lasciò la cucina e io tornai a guardare fuori dalla finestra, oltre la pioggia.

Notai un uomo con un ombrello colorato fermo sul marciapiede. Mi parve che avesse il viso rivolto verso la mia finestra e, per un attimo, immaginai che i nostri occhi si fossero incrociati. Da quella distanza, attraverso la pioggia, non riuscivo però a distinguerne bene i lineamenti.

Lo pensai giovane e di bell’aspetto, lì in attesa che io scendessi di corsa le scale e mi aggrappassi al suo collo. Ne ebbi voglia.

La sera in cui papà ci aveva lasciate pioveva e lui aveva con sé un ombrello ugualmente colorato. Di quel momento ricordo soltanto la sua figura di schiena e la borsa stretta nella mano destra.

L’istinto fu quello di gridargli di aprire l’ombrello, perché altrimenti la pioggia avrebbe bagnato i suoi bellissimi capelli neri. Portai le mani alla bocca, ma non lo chiamai.

Papà era stato un famoso tanguero. Quando io e mamma lo accompagnavamo in milonga, mi piaceva guardare la sua mano scivolare ai bordi della scollatura sulla schiena delle signore. Indugiare quell’attimo di più, così che io stessa potessi sentire il brivido di quel tocco.

Quando entrava in pista mi sembrava che la sala cambiasse luce. Le donne si voltavano verso di lui e gli uomini gli lasciavano spazio. Le lampade prendevano il lucido dei suoi capelli e perfino il bianco dei denti quando sorrideva. Io vedevo soltanto lui. Anche con la pista piena riuscivo sempre a ritrovarlo.

Era un uomo alto ed elegante. Di giorno svolgeva un umile impiego all’ufficio postale, ma la sera indossava il luccichio dei suoi occhi. Cera nei capelli, pantalone elegante e l’immancabile stivaletto con il tacco. Diventava un altro uomo.

Il pantalone si tendeva appena quando avanzava e il tacco batteva sul pavimento con una precisione che mi pareva appartenere soltanto a lui. Non pensavo che stesse ballando. Pensavo che quella musica esistesse perché lui potesse attraversarla.

Io e mia madre lo seguivamo ogni sera. Ci venivano riservate due seggiole al tavolino all’angolo e mi dovevo sforzare per riuscire a vederlo in tutta la sua bellezza.

Appariva alla mia vista con la dama di turno, volteggiando come se volasse, per poi sparire nel lato della pista a noi invisibile.

Io contavo, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto. Otto secondi interminabili perché lui si mostrasse di nuovo a noi, fino a passarci accanto, così vicino che a volte allungavo la mano per riuscire a sfiorarlo.

Una sera vidi ballare anche mia madre. Accadde una volta soltanto. Un uomo basso, dalla pelle scura, venne a prenderla al nostro tavolino e lei si alzò senza dire nulla. La seguii con gli occhi appena per qualche istante. Poi tornai a cercare mio padre tra le coppie. Quando lo vidi comparire dall’altra parte della pista, dimenticai quasi che mia madre stesse ballando. Ricordo soltanto che, quando passò davanti al nostro tavolino, lei non era ancora tornata a sedersi. Mio padre non sembrò accorgersi nemmeno della sua assenza.

L’uomo sotto la finestra inclinò l’ombrello all’indietro. Non era giovane come avevo immaginato. Il viso era scavato e i capelli radi, ma bastò il modo in cui sollevò il mento perché qualcosa, molto lontano, tornasse al suo posto.

Mia madre rientrò nella stanza. Si fermò dietro di me e non disse nulla.

L’uomo sollevò una mano e la tenne per un istante davanti a sé, con il palmo rivolto verso l’alto.

Vidi mia madre guardare quella mano.

In quel momento le passò sul viso un sorriso antico che non conoscevo. O forse che avevo dimenticato.

Poi, lentamente, si tolse il grembiule. Lo piegò una volta, poi un’altra, e lo lasciò sul tavolo.

Fu allora che ricordai quella mano tesa davanti al nostro tavolino in milonga.

Mia madre si scostò dalla finestra. Per un istante pensai che sarebbe tornata in cucina, invece prese il cappotto dall’attaccapanni e aprì la porta.

«Mamma.»

Si fermò.

Avrei voluto chiederle di quella sera. Di quell’uomo. Di tutte le volte in cui ero rimasta seduta accanto a lei senza accorgermi che, mentre io aspettavo mio padre, lei custodiva in silenzio una parte di sé che io non avevo mai guardato.

Rimase sulla soglia qualche secondo, senza voltarsi.

Pensai di chiamarla ancora. Farla voltare. Domandarle chi fosse stata prima di diventare mia madre, cosa avesse desiderato, cosa avesse perduto.

Per la prima volta mi accorsi di non conoscerla affatto, così tacqui.

Mia madre allora chiuse piano la porta dietro di sé e scese le scale senza ombrello.

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Discussioni

  1. Questo contesto è perfetto per lo scatto di una foto, che rimane impresso e indelebile nella mente di chi lo ha vissuto e di chi guarda l’immagine perdendosi nella scrittura del brano. Dall’esterno e da semplice lettore che rimane sempre ammaliato dalle tue parole riesco a interpretarlo così il tuo racconto, come se avessi in mano questa bellissima fotografia ♥

  2. Una scrittura raffinata ed elegante… complimenti, soprattutto per questa frase:
    “Non pensavo che stesse ballando. Pensavo che quella musica esistesse perché lui potesse attraversarla.”
    Assolutamente fuori dall’ordinario.

  3. Nasce una profonda malinconia quando ci accorgiamo che i nostri genitori non hanno interpretato sempre quel ruolo e che, lontano da noi, sono persone diverse. Coi loro sogni, i batticuori e una personalità viva e sconosciuta. Hai regalato una profonda introspezione dell’animo umano al tempo di un giro di pista.