PAZUZU

Serie: Semplicemente Paladino #2Stagione


«Io sono Pazuzu, figlio di Hanpa. Il re degli spiriti malvagi del vento che sorge all’improvviso dalle montagne» recitò quella voce.

«Okay, okay. Calmo» impose Paladino. Guardò meglio quel che aveva davanti e rabbrividì: aveva un corpo ricoperto di scaglie e testa di uomo, ma con corna e con muso di leone o cane, zampe da rapace per piedi e zampe di leone per mani, due paia di ali e coda di scorpione. Un braccio era rivolto verso il basso e l’altro verso l’alto, come se volesse aggredirlo. Aveva il pene eretto e con testa di serpente. Ma che razza di sgorbio era?

«Che roba è?» chiese Capitan Splatter, avanzando e trascurando l’ingresso.

«Qualcosa di pericoloso e maligno» rispose Paladino.

Un attimo di distrazione e qualcuno ne approfittò: una testa squamata entrò nell’astronave e provò ad azzannare i due. Questi si spaventarono e la figura misteriosa, mostruosa, rise di cuore. Sempre che ce l’avesse.

Capitan Splatter imprecò e scatenò i suoi poteri sul dinosauro, un allosauro, riconoscibile dalle protuberanze sul cranio, sopra le orbite, simili a corna. Il cranio del dinosauro fu fatto esplodere grazie ai poteri di Capitan Splatter, che Paladino definì “telecinetici”. Ma ora c’era altro cui pensare… Quell’essere non era apparso finora troppo minaccioso, solo un po’ sadico. Ma secondo Paladino era pericoloso.

Capitan splatter chiuse la porta, per impedire che altri dinosauri s’infilassero e li sbranassero. Ma prima raschiò via i resti dell’allosauro. Poi, con Paladino rimase solo, in presenza di quel… Pazuzu. Che strano nome. «Il mio amico ti ha fatto una domanda» disse il Capitano. «Chi diavolo sei?».

«Diavolo è un termine esatto. Anche se molti, sul vostro pianeta, mi hanno definito demone, o spirito maligno» ringhiò Pazuzu. «E poi ti ho già detto il mio nome». Schioccò le fauci.

«Ti chiami Pazuzu, dunque» concluse il Capitano.

«Parli italiano…» constatò Paladino.

«Parlo tutte le lingue dell’universo, le quali sono molte di più di quelle che nacquero dopo il tentativo di costruzione della torre di Babele» rispose Pazuzu.

Che strano: in un pianeta lontano dalla Terra, si citava un evento biblico, pensò Paladino. Ma a quanto pareva non c’erano limiti a quel che capitava: dinosauri, anguille del fango, rettili cosmici, Ninfe guerriere, Mercanti del Crepuscolo…

«Ci puoi aiutare a ritornare sulla Terra?» domandò Capitan Splatter.

«Certo» annuì Pazuzu.

«Penso che…» iniziò Paladino.

«Perfetto!» disse Capitan Splatter.

«Ma…».

«Datemi la mano. Formiamo una catena» invitò Pazuzu.

«Penso che…» ripeté Paladino.

Ma prima che Paladino potesse finire di esprimere il suo pensiero, Capitan Splatter lo prese per mano e strinse una mano leonina di Pazuzu.

La catena era stata fatta.

Paladino provò a dire la sua, ma non poté fare nulla. Fu come percorso da una scossa e tutto intorno, l’ambiente che vedeva, sparì. La giungla fu sostituita da un ambiente desertico. C’era lo stesso caldo, solo che, anziché essere umido, era secco.

«Dove siamo?» domandò Paladino.

«Vi ho riportati sulla Terra» rispose Pazuzu, con l’aria insopportabile di un innocentino.

«Sì. Ma noi volevamo l’Italia! In Italia non ci sono deserti!» si lamentò Paladino.

«Non mi avevate detto nulla a riguardo!» protestò Pazuzu.

«Al diavolo!» sbottò Paladino, infastidito.

«Non mi adulare troppo» ghignò Pazuzu. Il suo ghigno era orrendo, soprattutto con quelle zanne sporgenti.

Erano sulla Terra, in effetti. Per terra Paladino vide uno scorpione, in cielo un solo sole e delle nuvole che davano un po’ di ombra. Era la Terra, era vero, ma non era l’Italia.

Da dietro delle dune spuntarono degli uomini barbuti, armati di spade e lance, su cocchi trainati da asini. Indossavano dei gonnellini di pelle, forse, di pecora. Urlavano in una lingua sconosciuta a Paladino. Di certo, non arabo. Ma avevano i tratti arabi.

«Sono sumeri!» esclamò Capitan Splatter, stupito.

«Perspicace» constatò Pazuzu, il tono canzonatorio.

«Maledetto! Ci hai riportato sulla Terra! Ma…».

«Un millennio prima della nascita del nemico! Com’è che lo chiamate? Ah, sì: Gesù Cristo!».

«Maledetto!» ripeté Capitan Splatter, e gli puntò contro il suo sguardo assassino, il preciso volere di fargli del male.

Ma Pazuzu rise, una risata che sgorgava dalla sua anima immonda. Sempre che ce l’avesse. «Illuso! Non puoi uccidermi come un normale essere vivente!».

«Paladino, aiutami!» invocò Capitan Splatter.

Sorvolando sul fatto che se erano finiti in quel guaio, lo si doveva alle irruenza e ingenuità di Capitan Splatter, Paladino obbedì. Creò una sfera d’energia e la scagliò contro Pazuzu. Ma questi, sghignazzando di cuore, sparì nel nulla, lasciando solo un grande odore di zolfo e un calore maggiore del normale, cioè di un deserto.

«Accidenti!» sputò Paladino. Prima che potesse rimptoverare il suo alleato, vide che gli uomini barbuti si erano fermati a una ventina di metri da loro, erano scesi dai cocchi e invocavano il cielo, agitando le braccia con studiata lentezza. Paladino dedusse che stessero pregando.

«Guardali! Ci credono dei» concluse Capitan Splatter.

«Chiediamogli aiuto» suggerì Paladino, anche se non sapeva come si sarebbero potuti far capire: loro due, uomini del futuro, muniti di superpoteri, addirittura Capitan Splatter di un presente alternativo, rivolgersi a dei sumeri, uomini di un’altra epoca e un’altra nazione. Magari fossero stati latini! Roma doveva essere stata fondata attorno a quella data.

I sumeri, al vederli avvicinarsi loro, si allarmarono e presero dei giavellotti. Con debolezza e indecisione li lanciarono addosso a loro.

Capitan Splatter urlò: «Ostili!». Con un gesto brusco cacciò via i giavellotti ancora in aria, poi puntò il suo peggior sguardo assassino sui sumeri e li fece a pezzi.

Paladino imprecò. «Non sai fare altro che uccidere?».

«Perché protesti?» gli domandò Capitan Splatter, forse accigliato. N on si capivano bene i suoi sentimenti, dato che per faccia aveva una maschera kabuki.

«Sai solo uccidere! E poi, accidenti, perché ti sei fidato di Pazuzu? Non saremmo finiti in quest’epoca, se tu mi avessi fatto parlare. Sei stato impetuoso!» si lamentò Paladino.

«Be’, sulla Terra ci siamo, no?».

«Tremila anni prima della mia nascita» gli ricordò con un sibilo Paladino.

«Va bene» si arrese il Capitano. Per intanto aveva ucciso. Il sangue di quei sumeri massacrati era sparpagliato a chiazze sulle dune. Gli asini dei cocchi, vedendo i padroni uccisi, si ritirarono. Allora propose: «Seguiamoli. Vediamo fin dove ci portano!».

«E sia. Ma se incontriamo qualcuno, non agiamo subito con la violenza. Parlo prima io» gli disse Paladino, avviandosi nel seguire le bestie sopra il suo skateboard.

«Certo, certo» annuì Capitan Splatter, librandosi in volo.

I due supereroi seguirono gli asini per molte ore, sotto il sole cocente della Mesopotamia. Paladino sudava, e intanto rifletteva che preferiva essere su Paleo Pianeta da solo, senza aver incontrato Capitan Splatter. Lo considerava un alleato ingombrante, uno psicopatico. Si chiedeva cosa stavano dicendo, anzi, cos’avrebbero detto visto che era il futuro, i Mercanti del Crepuscolo della sua diserzione.

Infine gli asini arrivarono presso un agglomerato di costruzioni, tanta gente e, al centro…

Paladino ricordò a Capitan Splatter: «Parlo io. Niente violenza».

«Certamente». Capitan Splatter fece cenno di aver capito.

Ma prima che i colloqui potessero iniziare, ecco un raggio viola puntare su di loro. Per poco Paladino non ne fu investito. Cosa ci facevano, i sumeri, con quel raggio?

Al centro dell’agglomerato ecco far capolino un’astronave triangolare, uguale a quella che Paladino aveva visto sull’uovo del rettile cosmico e poi su Paleo Pianeta.

Cosa ci facevano i Tank futuri nella Mesopotamia del Primo millennio avanti Cristo?

Serie: Semplicemente Paladino #2Stagione


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni