Per Sempre

Serie: Per Sempre


La pioggia cadeva incessantemente sui tetti danneggiati del castello, poco era sopravvissuto all’assalto, rami rampicanti coprivano le statue dei giardini che ormai non venivano più curati da secoli. Gli affreschi sfumati dal tempo all’interno delle sale abbandonate rammentavano la fierezza d’un passato glorioso, un silenzio sinistro immergeva un posto oramai dimenticato, ma la memoria apparteneva ancora a qualcuno.

Un lampo illuminò una sala principale con colonne logore, crollate, il trono in fondo era semicoperto da panneggi rossi miracolosamente integri, una colonna fungeva da ponte perché spezzata a metà. Una persona sedeva sullo scranno, immobile come una sfinge, imperturbabile e nascosta nell’ombra della sala. Secoli erano passati, eppure nulla lo aveva smosso, che fosse il tempo od una scossa di terremoto improvvisa, niente.

Sua la maledizione di ricordare per sempre, il sangue, il dolore, una stirpe sparita nel nulla per qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere.

Amore. Tutto si riduce a questo. Alla disperazione degli uomini, ritenuti deboli dalla sua razza, eppure, anche loro vi erano caduti. I sentimenti accomunano le persone, i mostri, gli angeli, gli Dei.

Il mondo va avanti, ma lui rimane lì, ad aspettare, a proteggere il solo ricordo rimasto.

E quella sera non era altro che l’ennesima di centinaia passate, con gocce di pioggia a picchiettare sulle migliaia di ossa sparse ovunque, attorno al castello, dentro le mura, nei corridoi con il soffitto sfondato. I lampi rischiaravano i luoghi bui attraverso le finestre rotte, gettando ombre minacciose. Rendendo la fortezza così spaventosa, già per la sua altezza e imponenza, quasi a sfidare il cielo stesso a cadere per schiacciarla. Solo l’ombra di ciò che era, tutto qui.

Lentamente il temporale si assopì, lasciando il silenzio a dominare il luogo, a gettare forse una tenue pace. E dietro la coltre di nuvole si stagliò una Luna meravigliosa che illuminò il maniero, la seconda sarebbe passata qualche giorno dopo nel suo solito viaggio ad inseguire la gemella per l’eternità. Alcuni raccontavano che girano per contendersi il calore e l’amore del Sole.

Un raggio illuminò l’area del trono, ma non fu esso a svegliare Reidan. Aprì gli occhi dalle iridi viola acceso, subito si abituò all’oscurità della sala. Le ossa scricchiolarono ai movimenti delle dita, poi delle braccia, delle gambe. Si alzò con rigidità rimanendo fermo.

Quando il sangue tornò a scorrere veloce nelle vene, poté muoversi senza difficoltà, poté spazzare via la polvere dal cappotto nero di pelle, pieno di ornamenti argentati come spallacci finemente realizzati, placche a tribali sui fianchi e maniche coperte di protezioni. Il tempo non parve aver intaccato il metallo, nemmeno quello degli stivali. Nulla in Reidan può essere colpito dal susseguirsi degli anni, secoli.

Si chiese che anno fosse, che stagione fosse, ma alla fine non aveva molta importanza.

Respirò profondamente riempiendo a pieno i polmoni. Una brezza fresca gli solleticò il petto nudo e muscoloso, che magnifica sensazione.

Scese i pochi gradini che rialzano il trono, si fermò osservando la desolazione attorno a se come se fosse la prima volta, riprese a camminare con lenti passi che riecheggiavano solitari nella sala disperdendosi ovunque.

Svoltò a sinistra passando sotto le due navate esterne, raggiunse l’uscio che lo portò alla terrazza posta sulla parete laterale. Da lì si potevano vedere i giardini, il piccolo labirinto, gli alberi cresciuti e racchiusi in piante rampicanti, le mura mangiate dal tempo e dalle intemperie. E più lontano le montagne, maestose vegliano sulla valle. Il tutto illuminato dalla luna piena, dalla sua tonalità unica e fredda, simile alla sorella che probabilmente in quel momento stava passando sopra un’altra terra.

Che spettacolo meraviglioso. Reidan alzò un braccio, finse di raccogliere la luna nel palmo della mano, se potesse prenderla per davvero, l’avrebbe donata a lei.

Abbassò il braccio poggiandolo sul parapetto di pietra, volse lo sguardo a destra verso il portone principale delle mura esterne. Una fiumana di torce si stava dirigendo da quella parte, devono essere migliaia, si sparsero come formiche di fronte alla fortezza.

Reidan rientrò nella sala per procedere nel mezzo, sui resti di un sontuoso tappeto, si fermò vicino ad un altare, l’unico in quel posto.

Ogni attimo…una tortura, ogni sguardo…una supplica per il perdono. Strinse i denti quasi fosse doloroso girare la testa, come se gli costasse la stessa vita in quel movimento. Non scostò i lunghi capelli neri, sperando di nascondersi dietro di essi, volse gli occhi alla statua sopra il blocco di pietra. Raffigurava una ragazza, dal corpo minuto e snello, ogni dettaglio scolpito scrupolosamente, ogni curva, ogni sentimento…

Il viso delicato e bellissimo, sereno, innocente. I capelli coprivano le sue nudità, una semplice veste il resto dei segreti.

Reidan si inginocchiò appoggiando la fronte all’altare, le lacrime scesero, la disperazione si fece strada fin nel cuore ghiacciato. Lei è morta a causa sua, lei è in un posto migliore, ma senza lui…

Alzò lo sguardo, il ciondolo sempre lì attorno all’esile collo, l’unica cosa rimasta di lei. Reidan glielo donò tanto tempo fa, quando tutto era ancora al suo posto. Un semplice diamante azzurro, grande come una noce, l’unico sulla terra. Lo chiamano Aetia, e alcune leggende dicono valga più di mille regni, più di ogni cosa, altre che sia una lacrima di una dea del cielo, qualcosa di speciale.

Udì le urla di tutti quegli intrusi che esultavano, bestemmiavano contro il castello, si preparavano ad invaderlo.

Chi era giunto lì cercava quella pietra preziosa, perché non ne esistevano altre. L’unica cosa che rimaneva di lei, e non avrebbe permesso a nessuno di portargliela via.

Si alzò dirigendosi alla terrazza principale che dava sulle mura esterne e oltre di esse la grande valle di colline e montagne innevate.

Vide l’esercito giungere nei campi incolti all’interno dei bastioni, ogni secolo ne arrivava uno, comandato da un signore avido, pazzo o semplicemente stupido.

Si appoggiò con i palmi delle mani su una parte intera del parapetto di pietra, chinò la testa quasi con stanchezza. Risoluto raccolse la spada posta davanti ai suoi piedi, ovvero, uno spadone a due mani enorme, lungo il doppio di una normale arma bianca.

La distanza da terra era di circa duecento piedi, non si curò dell’altezza, e non perché non soffrisse di vertigini, fece un passo avanti e si lasciò cadere nel vuoto.

C’era un ariete sotto di lui, pronto ad abbattere il portone marcio della sua dimora, roteò in aria brandendo la spada con entrambe le mani e colpì calandola sull’arma d’assedio tagliandola di netto, atterrò al suolo con la forza di una meteora alzando terra, polvere e scaraventando via i soldati vicini che cozzarono le armature contro il suolo freddo e duro.

Il condottiero dietro una moltitudine di compagni d’armi lo indicò gridando che è il demone, e che Dio brucerà la sua anima all’inferno buio.

Reidan si tirò in piedi roteando lo spadone come se pesasse meno di un pezzo di legno, decapitò cinque nemici con un solo fendente. Le teste non toccarono ancora terra che con un scatto inumano attaccò nuovamente abbattendo altri quattro soldati, poté vedere la lama della propria spada attraversare ferro, carne, ossa e uscire dall’altra parte con una scia di sangue a seguirla.

Si creò confusione fra le file degli uomini che spaventati cercavano di allontanarsi da quella carneficina, alcuni coraggiosi o folli affrontavano il demone finendo a terra in una pozza rossa.

La terra si sarebbe abbeverata in abbondanza quella notte. Sino a scoppiare…

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