
Per Simone.
Ogni volta che vengo qui penso a lui.
E’ uno strano rimestare, simile ai flutti del mare aggrovigliati ad altri flutti, fino a che non muoiono sulla battigia.
Uno scandire del tempo, come se lo sentissi soffiato in faccia. E’ il grecale che avanza forte da nord est.
Solo.
Con me stesso e l’immagine di Vito che mi porto stretta sotto la giacca.
Una foto sgualcita, Vito e io sulla spiaggia con le ginocchia insabbiate, fermi sotto all’ombrellone, due buffi cappelli in testa. Ce l’aveva scattata sua madre. Vito strizzava l’occhio contro la luce di mezzogiorno che gli dava fastidio. Eravamo due ragazzi e, a volte, giocavamo a chi resisteva di più a pancia in giù, le braccia incrociate sotto al mento, la sabbia rovente ci faceva fare smorfie e ci bloccava a terra, ognuno nell’intento di battere l’altro.
Dev’essere stato in uno di quei momenti che i nostri pensieri hanno preso strade diverse e io non me ne sono accorto.
A sette anni quello che hai intorno è come fosse il mondo intero, pensi sia tutta lì la vita e, invece, sono soltanto attimi.
A Forte dei Marmi ci si veniva una settimana d’agosto, compreso di rito del picnic in pineta coi panini preparati la sera prima dalle nostre madri. Avevamo due famiglie che si confondevano; stessi gesti, identiche premure, medesimi discorsi dei padri sul lavoro di fabbrica e i preti comunisti. Eravamo amici-fratelli, Vito ed io, in tutte le stagioni.
Una volta tornati in città, quando la nebbia calava e non si poteva uscire, Vito restava per ore insieme a me, steso sul pavimento a leggere fumetti.
Nell’estate dell’89 Vito aveva preso a dirmi che bisognava essere liberi. Non erano le parole a lasciarmi perplesso, ma il modo con cui agitava le mani. Sembrava avesse una frusta a doppia corda pronta a fendere l’aria. Io ero libero e non ero da domare.
Nell’estate del ’90 Vito aveva smesso di fantasticare. Stava dietro a una moretta, piccola di statura ma ben messa, con me ci usciva poco e mi diceva al cuor non si comanda. Una di quelle sere, sfilando davanti al Bar Mexico, vidi il caschetto nero della moretta che però era più alta perché s’era messa il tacco 12.
«Scusa, che c’è Vito in giro?»
«’fanculo!» mi rispose.
Nell’inverno del ’92, Vito non frequentava né le bionde, né le more. A me non parlava se non con un cenno del capo quando lo incontravo sull’altro lato del marciapiede. Di tanto in tanto m’imbattevo in sua madre, lei mi guardava, mi sorrideva, poi si faceva buia in viso e nemmeno lei parlava più. Sospirava, profondi respiri dal suo ventre.
Ogni volta che vengo qui, penso a lui.
Anche ora che un pesce ha abboccato. Se il mare si agita, i pesci non sanno più dove andare a rifugiarsi. Come Vito che era diventato un pesce solitario in mare aperto. Sbatteva contro reti immaginarie, si dimenava cercando un varco verso non si sa che cosa, gli facevo domande, ma lui muto come un pesce, appunto.
L’ultimo anno non lo cercai più. Lo lasciai a quel mondo a cui appartengono tutte le cose che non si possono cambiare. Vito rimase fedele al suo modo di fare, come se attendesse che qualcuno lo ributtasse in mare.
Una certa acquetta mi cola dagli occhi e s’infila con sottili rivoli nel bavero del giubbotto, nel collo. Non sono lacrime.
E’ sempre il grecale che brucia gli occhi.
Avvolgo il mulinello.
«Ehi, Simone, butta bene oggi eh?»
E’ pinna bianca, il bagnino del litorale. Sa che vengo qui a pescare una volta al mese. Da solo. E’ invecchiato, ma i capelli bianchi li aveva già ai tempi in cui portava me e Vito sul pattìno al levar del sole durante le vacanze e ci diceva che sembravamo fratelli. Contava fino a tre, poi ci tuffavamo al largo.
Mi lascia andare una pacca sulla spalla. Non mi domanda niente. Come me si ferma e guarda il mare che ci investe col suo profumo pungente di salmastro. Non c’è bisogno di parlare. Lo hanno saputo tutti. Qualcuno ci ha pure fatto le solite battute del cazzo, del tipo eh, si capiva!
C’è un suono che arriva, sembra una risata di bambino.
«Cala il tramonto e a breve pioverà», dice Pinna bianca.
La faccia era gonfia e gli occhi fissi, uguale al pesce nella mia cesta. La doppia corda gli avvolgeva la gola. Nella tasca dei calzoni, due righe vergate a mano.
Per Simone.
Forse lo avevano capito tutti, tranne io.
“Se fossi donna ti sposerei.
Vito”
Pinna bianca è sempre stato un mago ad indovinare il tempo.
Piove, pesanti goccioloni dopo il grecale.
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Una bellissima e struggente storia d’amore, della quale come lettrice ti ringrazio. Amore non riconosciuto, non accettato, mascherato da un balletto di genere (se fossi donna ti sposerei), e forse anche per questo più amaro. E ancora una volta come spesso nei tuoi raconti, assenza che mai sarà tale. E dunque amiamo, amiamo senza remore, amiamo senza paure di ferirci e senza mai ferire gli altri. Scusami, oggi va così, ho la lacrima facile. Un abbraccio virtuale.
Un abbraccio forte a te, anche se a distanza. Condivido l’espressione del tuo pensiero, Nyam. L’Amore (vissuto con reciproco scambio, senza prevaricazioni), non ha da giustificarsi con nessuno ed è assolutamente da proteggere, vivere e sancire, se a qualcuno non piace è un problema di quel qualcuno. Sono io che ringrazio te.
“Lo lasciai a quel mondo a cui appartengono tutte le cose che non si possono cambiare.”
👏
💕 grazie.
Ciao ❣️
Questo è il racconto di una storia d’amore che sa di dolce e amaro.
L’amore non è sempre facile e ci fa soffrire, ci fa lottare, ci fa rinunciare e poi tornare a sperare … è desiderio e realtà.
Bellissimo ❣️
Ciao, Lola. Non sempre è reciproco o compreso l’Amore, come molte altre cose. Talvolta è dolore, altre cura. Grazie mille per essere passata di qui.
Alcuni racconti suscitano particolari sensazioni e la memoria lavora sui pensieri associativi. Il tuo racconto mi ha portato alla mente una canzone di Max Gazzè che si intitola “Il bagliore dato a questo sole”.
Questione di sensazioni intense, Bettina. Brava come sempre!
…l’ascolterò perché non la conosco. E’ vero ciò che dici, anche in senso inverso, spesso mi aiuto con certi brani di musica per creare connessioni e suggestioni. Grazie molte per la tua lettura Francesco.
““Se fossi donna ti sposerei.Vito””
Se avessi la forza di essere me stesso, ti amerei
…vero!
Oggi è la giornata in cui tutti si affannano a trovare la frase giusta oppure l’immagine giusta da propinare al mondo intero per dire ‘Sapete tutti che io amo e sono amato? Bla, bla bla… Un sacco di parole spese solamente per riempire lo spazio di un contributo social. L’amore forse non lo dovremmo descrivere, l’amore lo dovremmo guardare negli occhi e provare sulla pelle. Mi hai accompagnata sulle onde calme del nostro mare dove ho visto due persone dare forma a un sentimento. L’amore non ha una faccia, piuttosto ha la nostra di faccia quando lo lasciamo vincere. Un racconto bellissimo, scritto come solamente tu sai fare, un gioco in cui ti riconosco maestra. Grazie.
“tutti si affannano a trovare la frase giusta oppure l’immagine giusta da propinare al mondo intero per dire ‘Sapete tutti che io amo e sono amato? Bla, bla bla…” Carissima Cristiana, le parole che hai usato mi toccano. Non soltanto in questa giornata, purtroppo. Somiglio a una anziana signora quando dico che noi tutti dovremmo fare un passo indietro rispetto al senso del pudore e della decenza. Di solito quando l’amore si sbandiera ai 4 venti mi lascia dei punti di domanda. Vorrei che tutti potessimo urlarlo nel silenzio, perché è una cosa talmente seria e sacra che va protetta.
Grazie per la tua lettura e il tuo bellissimo commento.
Non credo, Bettina, che pudore e decenza siano legate ad un’età anagrafica. Credo piuttosto che siano parte di animi delicati che sanno bene di cosa parlano e cosa fa la differenza. Nel tuo racconto io ritrovo tutto questo. Sono tornata a rileggerlo e il peso sul cuore è tornato. E se fosse un figlio mio? Questa domanda mi tormenta, ogni giorno. Bisogna amare, incondizionatamente e gratuitamente. È l’unico modo.
Mi piace, Bettina. Da sempre. La sua scrittura si ammanta di Kairos, laddove troppo spesso è il Kronos con cui dobbiamo confrontarci.
Cura, passione, empatia, profondità. E rigore, un rigore esemplare. Per me, il più grande segno di rispetto nei confronti dei lettori, insieme all’universalità, la capacità di abbracciare ognuno di noi. Noi che, leggendo, riconosciamo sempre, sparso tra le righe, un frammento delle nostre vite.
Come recentemente ho letto in un commento di @francesca.espositi che ho tanto apprezzato, faccio mia la frase: non si tratta solo delle “emozioni” che si trasmettono – questo lo può fare chiunque abbia inclinazione alla scrittura – ma la ferrea volontà, aggiungo io, di farle provare intatte, così come l’autrice le ha vissute. Questo è il patto che si è creato tra Bettina e noi, mentre il mezzo, inteso come strumento, si nasconde in forma e stile e, con riferimento a quest’ultimo, nel tratto che trovo più caratteristico e congeniale in lei: la struttura. Seguiamo i paragrafi che, come le onde del mare, ci accompagnano in un’altalena tra presente e passato. Ci fermiamo di fronte a imprevisti sciabordii: le ‘stoccate’ che, separate dal resto, ci costringono a riflettere. Ma sopra ogni cosa stanno i corsivi, che tanto somigliano a un messaggio nella bottiglia: quella di cui scorgiamo il riflesso vitreo tra la schiuma solo quando stavamo per lasciare la riva. Raccogliendola, leggiamo quelle parole che sono sempre state laggiù, in un passato che avevamo relegato lontano e di colpo torna a scuoterci, trasformando l’eco indistinguibile in una evidente realtà.
Non è un caso che l’ultimo dei corsivi contenga l’amo che, a racconto terminato, ci aggancia per farci risalire la corrente fino a svelare il cuore di tutta la trama: no, nessuno potrà negare che “al cuor non si comanda…”.
Il livello è sempre alto, lo scambio intenso, pochissime righe ma tanti aspetti che si intrecciano e tutti, come adoro in questa autrice, realisticamente amalgamati da un sottile dolore che fa di sfondo all’ineluttabilità delle nostre vite imperfette.
Ciao Robèrt. Al di là di tutto quanto dici su questo racconto, di cui ti ringrazio in sincerità di autrice e lettrice a mia volta, c’è un punto che tu evidenzi e che mi restituisce molte cose che spesso la disciplina usata nella scrittura porta via, non soltanto in termini di tempo. In merito al “tempo” ho una lettura mia personale (… e anche questo è passato attraverso il testo). Mi riferisco al “rigore” di cui parli, nei confronti di chi legge e anche nei miei. E’ qualcosa a cui tengo sopra a tutto, con fede lo perseguo, perché per me è come la parola data, vale sopra ogni altra cosa e comprendere che questo “passa” attraverso i miei scritti mi fa enorme piacere. Ti ringrazio.
Intenso, malinconico e amaro. Una storia d’ amore per niente banale o scontata, particolare anche nelle descrizioni iniziali, con espressioni vagamente poetiche efficaci e singolari, nel tuo stile.
M.Luisa, grazie moltissime. Una storia d’amore soltanto per Vito, Simone non se n’è neppure accorto (per questo inusuale). Mi fa piacere che tu l’abbia letta.
Ci sono storie che leggi e ti tirano dentro, e ne esci solo dopo diverse ore, e forse non ne esci proprio.
Sono storie belle o brutte, tristi o allegre, non fa differenza: ti tirano dentro e basta, e non riesci a uscire, anzi, in fondo, non ti va nemmeno.
Grazie Bettina, per questa storia. Il resto, se ci riesco, te lo scrivo quando ne esco.
…spero che tu ne sia uscito, allora. Grazie per la tua lettura e per il commento. Per me era importante che questo breve racconto restasse almeno un po’ nel lettore. Mi fa piacere quello che dici. Grazie.
Io ne sono uscito, ma il racconto non è più uscito da me.
Davvero, è uno di quelli che restano dentro. Ed è veramente la cosa più bella.
Il mare d’inverno porta a riva questi ricordi di cui sembra di sentire la salsedine ed il salato delle lacrime confondersi tra le onde del mare
Grazie Hugo per aver letto. Sono contenta se il testo è riuscito a suscitare le suggestioni che dici. Mi fa molto piacere.
Anni di vita condensati in poche righe di una prosa di alto livello. Non so se sia triste, ha il tono grave del mare quando lo senti sullo sfondo.
Ti ringrazio per esserti soffermata a leggere. Apprezzo il tuo commento e sono lieta che ti sia piaciuto questo breve racconto. L’immagine che restituisci nel commento è ciò che volevo per questo testo.