Perché non arriva la primavera?

Serie: Le avventure di Rana Storta e Sgabello


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Riscoprendo vecchie fiabe della tradizione italiana ho voluto provare a crearne una mia, ricreando quei personaggi, quei dialoghi e quelle ambientazioni. Spero vi piaccia, buona lettura.

C’era una volta, un falegname che aveva tre figli, il maggiore era lo specchio del padre e sapeva fare di pialla e cesello, il mezzano era forte come un toro e poteva lavorare giorno e notte senza mai riposare, il minore era gracile e nato con una gamba più corta e così che tutti in paese lo chiamavano Rana storta.

Rana Storta aveva un cane, trovato abbandonato in un fosso, abbandonato perché aveva solo tre zampe, così decise di chiamarlo Sgabello perché come uno sgabello stava in piedi su tre gambe.

I due stavano sempre insieme e visto che Sgabello faticava a camminare, il ragazzo era solito tenerselo in una sacca che portava sempre al fianco.

Un giorno Rana Storta incontrò una ragazza, la più bella che avesse mai visto, chiamata Rosabella, Rosabella era la figlia del signore di quelle terre.

Da quel dì il ragazzo, iniziò a farle la corte, cercava di incontrarla ogni volta che poteva, ma il padre venuto a sapere di quel tipo gracile e zoppo ordinò alla figlia di non vederlo più, anche se Rosabella ricambiava il suo affetto.

Quell’anno nel paese, il fiume si seccò e la primavera non voleva saperne di arrivare.

Era Aprile e ancora la neve copriva i campi, con grande sofferenza di ogni contadino, artigiano e mercante.

Il signore del paese per la disperazione mise una ricompensa, mille monete d’oro a chi avesse trovato una soluzione a quel male che affliggeva la loro valle.

Saputo della ricompensa, si fece avanti Rana Storta.

«Riporterò io l’acqua nel fiume e la primavera nei campi, ma una condizione, oltre alla ricompensa voglio anche la mano di Rosabella.»

A quelle parole il padre e tutti i presenti scoppiarono in risate e senza tanto pensare diede la sua parola, nella disgrazia ci faremo almeno due risate si disse.

Ma Rana Storta non si scoraggiò, fece fagotto e con Sgabello al suo fianco prese la via delle colline, per arrivare alla sorgente del fiume.

Arrivato alle prime alture, entrò nel bosco, e ad un certo punto sgabello iniziò ad abbaiare e guaire.

«Che ti prende Sgabello?» Chiese il ragazzo.

Tommasino questo è il nome del nostro eroe, prese il cagnolino e lo posò per terra, questo iniziò a correre come meglio poteva tra gli alberi e lui lo segui.

Dopo poco arrivarono di fronte ad un gigante, seduto per terra, che piangeva con le mani intorno ad un piede.

Rana Storta si avvicinò al gigante e gli parlò.

«Io sono Tommasino detto Rana Storta, chi sei tu e perché piangi tanto?»

Il gigante rantolante, si girò verso il ragazzo che gli arrivava si e no al ginocchio.

«Io mi chiamo Schiaccia Montagne, un folletto dal cappello rosso mi ha tirato un brutto scherzo, andavo per la mia strada e quel mascalzone mi ha messo uno spino sotto il piede, ed io camminandoci sopra mi sono infilzato.»

«Per bacco» Rispose Rana Storta « Fammi dare un’occhiata, di acciacchi, spini e tagli non me ne intendo ma ci posso provare!»

Si avvicinò al piede e vide subito lo spino che affliggeva il gigante, altro non era che un grosso chiodo lungo una spanna, che strappò con un colpo secco, Sgabello gli leccò la ferita che poco a poco guarì.

Il gigante sobbalzò, ma dopo poco si riprese e si rivolse a Rana Storta

«Che sollievo, grazie tante, con le mia mani troppo grandi non riuscivo a tirarlo via, visto il favore che mi ha fatto ti voglio ringraziare, ecco un flauto, se bisogno di me tu avrai soffiaci dentro ed arrivare mi vedrai!»

Tommasino Ringraziò a sua volta e così si salutarono e continuarono il loro viaggio.

Ormai fattasi sera cercarono un posto dove dormire, ma Sgabello si mise di nuovo ad abbaiare, così Rana Storta lo posò per terra, il cagnetto si mise ad abbaiare ad un mucchio di terra di li poco distante, Tommasino si avvicinò e guardò bene quel mucchio di terra.

«Sgabello cosa vedi in questo mucchio di terra? »

Avvicinandosi ancora un poco Rana Storta iniziò a sentire una vocina, la voce più flebile che avesse mai sentito, e vide che veniva da una formica che piangeva.

«Io sono Tommasino, detto Rana Storta, tu chi sei e perché piangi tanto?»

«Sono Amilcare la formica, questo mucchio di terra era la mia casa, ma un malefico folletto dal cappello rosso ci è saltato sopra e me l’ha distrutta, ed ora non so come fare!»

«Io di case di formiche non me ne intendo, ma per darti una mano ci posso provare»

Rispose Tommasino e con l’aiuto del suo cagnolino si misero all’opera e con molta minuzia ricostruirono la casa della formica, che ne fu assai contenta.

«Tommasino tante grazie, per quello che hai fatto ti voglio ricompensare, ecco una mia antenna se la userai potrai diventare piccolo come una formica per tutto il tempo che vorrai.»

Tommasino ringraziò e si salutarono.

Passata la notte, Rana Storta e Sgabello ripresero la strada, oramai la collina si era fatta montagna, quando ad certo punto il cucciolo nella sacca riprese ancora una volta ad abbaiare.

Il ragazzo aveva ormai capito che, quando Sgabello si dimenava in quel modo c’era qualcuno in pericolo, così posato il cagnetto per terra iniziò a seguirlo senta tanto esitare e dopo poco si fermò ai piedi di un altissimo pino.

Da lì Rana Storta sentiva un lamento che sembrava più un pigolio, guardando tra la boscaglia e vide un pulcino che piangeva disperato.

«Io sono Tommasino detto Rana Storta, tu chi sei e perché piangi tanto?»

Il povero uccelletto riprese fiato e inizio a parlare.

«Mi chiamo Bertolino, poco fa è passato di qui un folletto dal cappello rosso, e preso di mira il mio nido, si è trasformato in vento e ha scosso la cima fino a farmi cadere!»

Sentito l’accaduto Tommasino non perse un attimo, raccolse il povero pulcino sventurato e messo in saccoccia, cominciò ad arrampicarsi sull’altissimo pino, arrivato finalmente al nido che era quasi in cima, trovò la mamma del piccolo pulcino, che vedendo il suo piccolo si commosse.

«Grazie giovane, per aver salvato il mio piccolo da quel malefico folletto ti voglio ringraziare, ecco una piuma magica, ti basterà agitarla e pensare a un posto per arrivare lì veloce come il vento.»

Tommasino Ringraziò e salutando riprese il suo cammino.

Serie: Le avventure di Rana Storta e Sgabello


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fiabe e Favole

Discussioni

  1. La foto che hai scelto, almeno per me, è irresistibile: cattura l’ attenzione come immagine che suscita simpatia, nell’espressione giocosa e come figura simbolo di un mondo fantastico.