PIANTO LUNARE

Un forte, prepotente crepitio invadeva le orecchie di Lèizer, disteso al suolo a braccia larghe, intontito e sanguinante. Da dietro le sue palpebre serrate, quando finalmente riprese conoscenza, poté distinguere solo un’intensa, abbagliante luce bianca.

Drizzò la schiena e provò ad aprire gli occhi, dovendo forzare la palpebra sinistra a spezzare il sangue incrostato su di essa prima di potersi spalancare completamente, e immediatamente fu costretto a socchiuderli di fronte all’orrendo spettacolo che si trovò di fronte.

Sentì le pupille come bruciare quando vide le pallide fiamme bianche come il latte divorare la foresta attorno a lui. Gli alberi sembravano rinsecchirsi, diventare deformi prima di crollare fragorosamente al suolo, quasi uccidendo di colpo gli sparuti gruppetti di animali disperati in fuga, che rapidi e istintivi scansavano i grossi tronchi un istante prima di venire schiacciati, del tutto ignari che li attendesse una morte ben peggiore. D’istinto si trascino all’indietro con mani e piedi ma trovò solo un appiglio incerto, come se stesse giacendo su della cenere, e tornò a cadere nuovamente sulla schiena.

Il panico ebbe la meglio e il suo respiro cominciò ad accelerare, portandolo quasi a perdere nuovamente i sensi fra sommessi rantoli di terrore. Dovette attingere a tutto il suo autocontrollo per potersi riprendere e compiere anche la più semplice delle azioni, e quando finalmente ebbe riacquistato padronanza dei suoi muscoli fece per portarsi una mano davanti al viso.

La trovò ricoperta di una sottilissima cenere bianca come polvere d’osso, così fine che non appena si mosse la sentì immediatamente scivolarne via, quasi fosse liquida.

Poi scrutò il paesaggio attorno a sé, tornando a esaminare lo spettacolo misero che aveva attorno, e subito realizzò. Quella non era cenere, o perlomeno non cenere normale. Così come le guizzanti, altissime fiamme attorno a lui, quella cenere non emanava alcun calore, e non appena notò il cadavere rinsecchito di una lepre poco distante, che dall’aspetto pareva morta da giorni ma aveva ancora la fredda luce della paura intrisa negli occhietti neri, gli fu subito evidente quale fosse il loro terribile potere.

Il fuoco non stava bruciando le foglie, i tronchi d’albero o gli animali in fuga.

Ciò che il fuoco bianco consumava era la vita stessa.

Nell’esatto istante in cui maturò questa terribile consapevolezza, un’altra rivelazione si fece spazio nella sua mente: il suo corpo si trovava perfettamente al centro di un cerchio di fiamme, nel punto in cui doveva essere scoppiato l’incendio prima di dipanarsi tutto attorno.

E prima ancora che avesse il tempo di assimilare la raccapricciante verità, le lingue di fuoco candido cominciarono a crescere a dismisura e agitarsi come impazzite, per poi lanciarsi contro di lui e colpirlo attraverso le braccia che aveva alzato davanti d’istinto davanti al viso, in un vano tentativo di proteggersi.

Ancora una volta le sue membra gli caddero ai fianchi prive di forza, mentre le sue pupille roteavano all’indietro andandosi a nascondere dietro le orbite, che venivano invase dal tremendo fuoco assassino.

Fu allora che le fiamme gli parlarono.

*

Le urla di una donna in pena risuonavano come ovattate, confuse al pari della scena offuscata che aveva davanti. Stava roteando, percorrendo un cerchio perfetto mentre fluttuava rapidamente nell’aria come strattonato da un vento impetuoso, bloccato in un vortice. E sotto di lui figure incappucciate con maschere di strani animali dall’aspetto feroce formavano un cerchio anch’esse, mentre compivano fluidi movimenti con le braccia e cantavano i tonanti lamenti di una litania.

Lacrima bianca, che scendi nel bosco

Guardiana eterea dallo sguardo fosco

Ti offro la carne perché tu prenda forma

Fra nuove spoglie ti prego, ritorna

Pianto di Luna che bagna la terra

La nuova vita che dono tu afferra

Perché una forma tu possa acquistare

E la tua fiamma ritorni a brillare

Non appena gli uomini incappucciati ebbero pronunciato queste parole, le urla della donna in travaglio si fecero più forti. Lèizer cominciò a roteare più forte, trascinato però stavolta verso il centro del cerchio, percorrendo una spirale mentre si avvicinava al suolo sempre più veloce. Infine, dopo quello che sembrò un istante, si trovò a stretto contatto col corpo della donna, che urlò ancora più forte, dilaniata da un dolore così folle che parve far rabbrividire inorridite le chiome degli alberi al suono delle sue grida. Tutto divenne nero.

Poi, per un attimo ci fu silenzio, l’unico suono percepibile fu il respiro affannato della donna. E poi, immediatamente dopo, il pianto di un bambino.

La visione confusa e sfocata riprese, ancora più offuscata di prima, e le piccole manine del neonato gli si strinsero di fronte. Era nel suo corpo ora, vedeva ciò che i suoi occhi ancora così poco avvezzi al mondo scrutavano. Qualcuno lo stava tenendo in braccio, portandolo lentamente verso il petto della donna sfinita e ansimante.

“ Ce l’hai fatta, Leliana… È nato, ed è lui il nuovo Guardiano. Ora puoi riposare.” Disse l’individuo sottovoce, con una dolcezza che pareva camuffare una forte pena nei confronti della donna, mentre le adagiava la minuscola creatura fra le braccia.

“ L… Lèizer…” Annunciò lei in un sussurro, rispondendo alla domanda che le era stata silenziosamente posta mentre guardava con tanto amore quanta sofferenza il corpicino nudo e umido.

Poi, aiutata dall’uomo, Leliana si adagiò lentamente al suolo stringendo a sé suo figlio. Non appena la sua schiena ebbe toccato il terreno erboso, le palpebre le calarono sugli occhi per sempre.

*

Con un violento e rauco respiro Lèizer tornò in sé, sollevando la schiena di scatto. Portò le mani tremanti sul viso madido di sudore, coprendosi la bocca sconvolto. Finalmente gli fu tutto chiaro, ora sapeva cos’era successo. Si piegò in avanti e strinse i denti mentre spostava i pugni chiusi poco sotto il petto, quasi scoppiando a piangere.

Per tutta la vita l’aveva sentito, aveva avvertito che con lui c’era qualcuno… o qualcosa. E sempre, d’istinto, ne era stato terrorizzato. Per quanto stesse lentamente diventando avvezzo alla sua presenza, per quanto gli altri membri del circolo gli dicessero che era una benedizione e non dovesse averne paura, dentro di sé avvertiva la minaccia, la brama di sangue.

Sollevò gli occhi al cielo, puntandoli sulla luna piena e rossastra come macchiata di sangue. Lo spirito del guardiano, che prima di lui aveva accompagnato il suo predecessore, non era mai stato dalla loro parte. Aveva protetto il corpo di cui era ospite, il suo corpo, e la foresta in cui viveva al solo scopo di sopravvivere finché non avesse avuto le forze per muoversi autonomamente.

Ciò che gli altri druidi pensavano li stesse proteggendo non era una presenza eterea, ma una vera e propria creatura, un predatore pronto a nutrirsi di ogni forma di vita che gli si presentasse davanti.

Ed ora tutto il mondo era la sua preda.

Mosso da un’improvvisa decisione, Lèizer si alzò in piedi. Si guardò lentamente attorno, notando ai bordi del cerchio di fiamme attorno a lui dei grossi cumuli di cenere. Da uno di loro gli parve perfino di veder spuntare una mano rinsecchita e grigia, quasi scheletrica.

La sua gente era stata brutalmente uccisa, e lo stesso destino toccava a qualunque altro essere vivente avesse toccato quelle fiamme.

“ Seliniak… “ Sussurrò. E al suono di quel nome le fiamme di fronte a lui si scostarono aprendogli un varco, quasi come a indicargli la strada.

E così Lèizer si incamminò fra gli alberi ormai senza vita per abbandonare la foresta.

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