Pietruccio fa i capricci

La ragazza danzava.

«Mamma, mamma, ma cos’è?».

«Calma, Pietruccio. È una squaw».

«Cos’è una squaw?».

«È una pellerossa, Pietruccio. Una donna degli indiani d’America».

«Ma è bella, mamma».

«Sì, Pietruccio. Lo è, lo è eccome».

«Me la compri, mamma?».

La madre di Pietruccio arricciò un labbro. «Non so, non saprei. Adesso chiedo». Portò Pietruccio fino a un uomo grasso e sudato. Con le bretelle e il sigaro si dava arie di importanza. «Domando scusa».

«Dicami, signora!».

«Quanto costa quella squaw?».

«Ah, la giovane squaw. Sta facendo la danza della pioggia, lo sa? I pellerossa lo facevano per propiziare precipitazioni abbondanti, così da poter avere pascoli più prosperosi in cui i bisonti avrebbero potuto ingrassare per poi essere cacciati. Inoltre…».

«Mi scusi, mi fa piacere scoprire cose nuove, ma io vorrei sapere quanto costa».

«Costa mille euro, signora. Ma le posso fare lo sconto del dieci percento visto che mi sta tanto ma tanto simpatica». Il grassone fece l’occhiolino.

«Pietruccio, ci tieni tanto?».

«Sì, mamma. Sì, sì». Pietruccio si mise a saltellare. Non vedeva l’ora di avere la giovane squaw.

«Va bene. Compro la squaw».

«Faccio subito». Il grassone andò alla cassa, si fece dare i soldi – che contò con attenzione leccandosi le dita – poi sorrise. «Il mio dipendente ve la impacchetta».

Un ragazzo svogliato disse alla squaw: «Ehi, tu. Ferma, sta’ ferma. Scendi dal cubo che ti devo impacchettare».

«Va bene» disse la squaw, sotto gli occhi di un Pietruccio emozionato.

La squaw fu impacchettata e il ragazzo svogliato la portò, con un collega, alla macchina della madre di Pietruccio. Quest’ultima aprì il bagagliaio e lo indicò.

Pietruccio non stava più nella pelle.

La giovane squaw fu adagiata nel bagagliaio dell’utilitaria e la madre di Pietruccio andò al volante dopo aver messo Pietruccio sul seggiolino dietro.

***

Giorni dopo, Pietruccio stava piangendo.

«Ma cosa succede Pietruccio?». Elvira era preoccupata.

«Mamma, la squaw… le ho fatto un pizzicotto e lei si è arrabbiata».

«Elvira, lo dicevo io che sarebbe stato molto meglio non comprarla».

Pietruccio disse a suo padre: «È cattiva».

La squaw si lamentava. «Mi ha fatto male! Ho un ematoma!…».

Il padre di Pietruccio si stufò. «Non ne voglio più sapere. Voglio che sia gettata nella spazzatura. Seduta stante. Elvira gettala, gettala via».

Dopo pochi minuti, la squaw era nel cassonetto dell’immondizia. Aveva provato a dire: “Sono una ragazza, sono un essere vivente come voi, ho la mia anima”. Ma Elvira non l’aveva ascoltata; era meglio che accontentasse suo marito. Dopo essersi sbarazzata della squaw disse: «Novecento euro gettati via…». Se ne andò dopo essersi battuta le mani per darsi una scrollata dalla polvere.

La squaw disse: «Sono un essere umano come voi».

Elvira non la volle più ascoltare. La prossima volta non avrebbe più accondisceso ai capricci del figlio.

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Discussioni

    1. Ciao Cristina! Una sola parola: grazie.
      Anche se aggiungo che ho molta strada da fare.

  1. Questo tuo racconto è davvero surreale, e la normalità dietro ai vari fatti sconvolgenti lo rende ironico e triste. Un’interpretazione originale e una denuncia, che soprattutto fatta da un uomo ha un valore aggiunto. Alla prossima lettura

    1. Ciao! Ho voluto essere surreale, infatti.
      Grazie per avermi letto!

  2. Ciao Kenji, hai sfruttato il lab per dare sfogo a una denuncia sociale purtroppo vicina a noi. A dispetto dei luoghi o delle modalità, gli esseri umani non sono oggetti di cui servirsi per poi essere abbandonati.

    1. Purtroppo molti credono lo siano.
      Grazie per avermi letto!