Poliziotti contro esercito

La folla gridava.

Tanti anfibi pestavano l’asfalto di Brasilia e tutti alzavano le braccia per inveire contro il governo.

Poco più in là c’era una troupe di Rede Globo che intervistava un leader sindacale.

«Quel che vogliamo è solo che pure noi, agenti semplici, otteniamo l’aumento di stipendio! Non è giusto che solo i sottufficiali e soprattutto gli ufficiali godano di questa benemerenza! Siamo noi agenti semplici ad andare nelle favelas a combattere il narcotraffico, siamo noi a beccarci il piombo delle bande!». Come ogni vero brasiliano, si infervorava mentre parlava.

Ma quella era una cosa importantissima.

Rodrigo marciava con i colleghi e insultava il governo, intanto seguiva quella fiumana di gente arrabbiata. I negozianti erano molto saggi: chiudevano le saracinesche dei loro esercizi commerciali per poi scappare.

Rodrigo raggiunse la testa del corteo, e dopo aver svoltato un angolo vide la polizia militare con gli scudi e le pistole spianate. Non avevano costituito un unico muraglione continuo, ma erano disposti con una distanza di due o tre metri fra l’uno e l’altro con le ginocchia in terra.

Forse era meglio essere più saggi e dileguarsi, ma i manifestanti erano furibondi. Qualcuno fra i tanti estrasse dalla fondina la pistola e sparò.

I poliziotti militari si preoccuparono e come risposta aprirono il fuoco.

Non erano certo pistole mitragliatrici o fucili automatici, erano semplici pistole, ma lo stesso del piombo grandinò ad alzo zero sulla folla.

Molti gridarono. C’erano feriti, qualcuno era rimasto a terra e non si muoveva più. I manifestanti estrassero a loro volta le pistole e fecero i pistoleri. Molto piombo investì quegli scudi.

Più in là, un ufficiale della polizia militare gridava alla troupe di Rede Globo: «Sono truppe golpiste! Vogliono fare il colpo di stato come in Ecuador contro Correa!».

Rodrigo era abbastanza informato. Quell’insurrezione era scoppiata perché Correa aveva voluto abbassare gli stipendi ai poliziotti, e loro, per vendicarsi, gli avevano tirato addosso dei lacrimogeni. Così era intervenuto l’esercito per contrastare la polizia. Era stato un po’ un golpe-farsa, ma comunque ciò non toglieva che gli agenti semplici brasiliani erano arrabbiati. E quello non era l’Ecuador.

Anche Rodrigo si mise a sparare.

In mezzo a tutto quel fioccare di pallottole intervennero i rinforzi della polizia militare.

I nuovi arrivati tirarono lacrimogeni, spararono con le pistole un po’ in aria un po’ ad altezza uomo, poi prendevano tutti a manganellate fino a rompere la videocamera di Rede Globo.

Un gruppo di poliziotti militari aggredì Rodrigo che stava piangendo come una fontana. Lo pestarono con i manganelli e una volta a terra lo presero a calci mentre ridevano, poi lo trascinarono via fino a un furgone cellulare perso fra tanti altri furgoni cellulari dell’esercito.

Rodrigo si ritrovò dentro uno di quei mezzi e piangendo andò alla finestrella. Gridò: «Non ci arrenderemo mai!».

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Ciao Kenji, ho letto nel commento che hai lasciato ad Alessandro che questo racconto è basato su un fatto realmente accaduto. A volte la realtà è più folle della finzione 🙁

    1. Sì, infatti questo racconto è ispirato a dei disordini che avvennero veramente in Brasile negli anni ’90. La trasmissione che li mostrò in Italia fu Real TV su Italia Uno…

  2. “Più in là, un ufficiale della polizia militare gridava alla troupe di Rede Globo: «Sono truppe golpiste! Vogliono fare il colpo di stato come in Ecuador contro Correa!».”
    La stampa non è nuova a distorcere la verità

    1. Be’, sì, ma in questo caso è l’ufficiale che distorce l’evento a suo vantaggio…