Possibili alternative

Odio quando la metropolitana è così gremita di gente, perchè non so dove tenermi e mi scatta l’ansia di dover scendere ed esserne impedita. Siamo stipati come muli dentro un recinto e non vedo l’ora di tornare all’aria aperta. È Novembre e mi sento in forma per intraprendere l’inverno alle porte.

Mio marito sarà a casa che cerca di sicuro di avviare la lavatrice. È buffo che in cinque anni di matrimonio ancora non ne sia capace. Chissà forse fa finta, perchè sa quanto mi piace canzonarlo ogni volta, alla fine è un pretesto per ridere e lui lo sa. Ultimamente è difficile ridere, ma almeno posso dire che siamo una coppia che se la cava, nonostante tutto. Credevo che fosse facile mettere su famiglia: ci si fidanza, dopo un pò si convola a nozze e infine arrivano i figli.

Salgo i gradini che dai treni mi portano all’uscita, è quasi buio fuori e la gente corre per i marciapiedi affollando negozi, i supermercati e i portoni dei palazzi. Ognuno con l’intento di concludere la giornata come meglio può. Ripenso al corredino azzurro piegato per bene e chiuso dentro quel borsone in camerino,che non avrò mai il piacere di portare con me in ospedale, pronta per dare alla luce il mio bambino.

È un pensiero talmente ricorrente che è ormai diventato una fissazione. Per quanto mi impongo di non pensarci e guardare avanti, rimango incastrata in quel ricordo non così tanto lontano.

Lo ricordo come se fosse successo ieri, tutto era successo dopo cena, avevo dei dolori che mi preoccupavano molto, ma per non allarmare mio marito non gli dissi nulla. Ma le ginocchia hanno ceduto e sono caduta a terra. Poi ricordo solo i dolori atroci che mi toglievano il respiro.

Mentre ripenso a quella terribile sera mi accorgo che come al solito le lampadine dell’atrido del palazzo sono fulminate, devo essere sempre io a segnalarlo!? Salgo in ascensore e cerco di pensare ad altro, per esempio a cosa dovrei cucinare questa sera. Ma ho voglia solo di buttarmi sul letto e rimanere così fino a domani mattina.  Mi perdo ancora in quel ricordo e ripenso al suono della sirena dell’ambulanza che tentava di raggiungere di corsa l’ospedale; il dolore era intenso e ad intermittenza, solo dopo ho seputo che erano le contrazioni del parto, e perdevo sangue. Mio marito era addolorato e cercava di capire come mai ero ridotta così a soli 4 mesi dal parto!

Riemergo dai pensieri ed entro in casa e proprio davanti a me vedo mio marito con una bacinella in braccio e rosso in viso per lo sforzo. Che carino, da quando mi hanno dimesso dall’ospedale cerca di aiutarmi in casa. Lo faceva anche prima ma adesso sembra lui la donna di casa. Gli sono grata per tutto quello che fa per me. Sarebbe un padre perfetto. In questi anni di matrimonio era più lui a fantistare sui nomi da dare, quale scuola scegliere o se era il caso di trasferirci in un altro quartiere… e ora si limita ad accarezzarmi o a stringermi le mano se mi vede con lo sguardo assente.

Mi teneva la mano quando il ginecologo al reparto di ginecologia era intento a guardare in diretta il monitor dell’ecografia: 

< signora si nota un assottigliamento della placenta, alla base dell’utero, un evento che accade solo gli ultimi giorni di gestazione, ovvero quando si è pronti per il parto. Mi resta solo da dirle – buona fortuna- perchè ci sono poche possibilità che la gravidanza continui. Mi dispiace >. 

Si congedò dispiaciuto mentre io e mio marito stavamo lì inebetiti mentre l’infermiera mi invitava a rialzarmi.

< Cara stasera ti va una pizza? Non so che preparare>, lo guardo riemergendo da questo ricordo e sorrido: < Vada per la pizza! Ma ti prego molla tutto che tra un pò mi spunta la barba e i ruoli si invertono definitivamente!>; ridiamo e mi segue con le mie ciabatte nelle mani. Dio, quanto sono fortunata ad averlo sposato, se non avessi lui sarei in fondo al fiume che scorre dietro casa mia. Si, non ce l’avrei fatta a reggere questo tremendo dolore. In due si sopporta meglio.

Quella stessa notte dopo il responso del ginecologo mi si ruppero le acque, urlai come una disperata in astanteria e l’infermiera si precipitò spaventata a vedere cosa stava succedendo. Non potevo muovermi dal letto e piangevo come una bambina. No, non volevo perderlo!! Sentivo il bisogno di spingere ma solo in sala parto tirarono fuori il bambino. Morto. Intorno a me le voci sembravano appartenere a un’altra dimensione, e tentavo di rendermi conto che in quel momento avevo perso mio figlio. Mi posarono in grembo per la prima e l’ultima volta la mia creatura, era piccolissimo e sembrava dormire.

Affondo e riemergo da questi ricordi dolorosi mentre mangiamo uno di fronte all’altro e parliamo del più e del meno di quello che c’è da fare l’indomani. Ma sentiamo quanto la casa ci sembra vuota e buia.

< Carla non ci pensare ti prego…>

Trasalisco.

< È inevitabile tesoro, è appena successo e io lo desideravo, noi lo desideravamo…>

< Lo so, fa male anche a me, ma abbiamo bisogno di andare avanti, c’è sempre un’alternativa e noi la troveremo…>

Mi stringe la mano, con il suo solito modo rassicurante e io ricambio con tutto l’amore che provo per lui. Ma il dolore non diminuisce.

Chiudo gli occhi e ritorno a quei momenti dopo il raschiamento e quando fui riportata in stanza, mio marito aveva gli occhi rossi e cercava di controllarsi per essermi di aiuto mentre io ero entrata in uno stato di torpore emotivo che mi impediva di sfogare il dolore. Entrò il dottore con un espressione che non rendeva ottimisti. Fu una conversazione lunga e farcita di tanti termini medici, l’unica cosa chiara, alla fine, era che io non potevo più avere figli. Tutto attorno a me diventò buio e freddo. Una morte interiore che non auguro a nessuna donna, a nessuna coppia.

Ritorno al presente e mi accorgo di quanto sono così dolci i suoi occhi mentre mi scrutano dall’altra parte del tavolo. Anche se il mio dolore è stato grande, lui non mi ha permesso di viverlo da sola. Mi è stato vicino, in silenzio molte volte, anche se i primi tempi lo allontanavo. Poi ho capito. Eravamo una coppia e io avevo un dovere nei suoi confronti, non dovevo allontanarlo perchè anche lui soffriva. Così dopo un pò mi sono avvicinata e la distanza fisica ed emotiva che avevo interposto tra noi diventava sempre più sottile. Anche io come lui mi prendevo cura del suo dolore e insieme abbiamo cercato di tornare alla normalità. Ora tra noi c’è un calore che permette di mitigare questa perdita. Cerchiamo di non ferirci perchè basta davvero poco per farlo.

Non abbandono l’idea della maternità, non ancora, e mentre il corredino prende polvere in camerino mio marito con artificiosa non curanza posa sul bancone i moduli di adozione. Lo noto, sorrido e intanto le lacrime calde mi scorrono sulle guance.

In fondo, come dice lui, c’è sempre un’alternativa.

La vita è piena di alternative.

P.s. Questo piccolo racconto, scritto col cuore, è dedicato a tutte quelle donne che hanno perso un figlio o più durante il corso della gravidanza. So bene che dolore si prova ma voglio ricordare che siamo donne e siamo forti. È questa natura che ci contraddistingue da tutto il resto.

Un abbraccio affettuoso.

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Discussioni

  1. Purtroppo conosco bene quel dolore straziante, ma la cosa che mi ha colpito di più è la complicità e l’amore della coppia…
    Sei bravissima e complimenti davvero. ?

    1. Grazie ? in questo brano è stato intenzionale mettere in risalto questa complicità, che lo sappiamo è veramente difficile. Farò un altro racconto su una storia vera dove sul dolore vince l’amore. La cosa che rincuora è che anche questo è possibile..

  2. Argomento difficile ma affrontato con padronanza e poesia. Bello l’alternarsi dei pensieri, che richiamano al passato, con la presenza affettuosa del compagno che riporta nel presente. Questa donna ha già vinto, nel comprendere che è necessario “prendersi cura” l’uno dell’altro nel dolore, alimentando ciò che la vita ci ha lasciato e ripartendo da lì. Brava

    1. Grazie era la parte positiva di questo racconto che volevo trasmettere. La necessità di non farsi trasportare da questo dolore che c’è e che non si può minimizzare. La cosa più drammatica sta nel non poter più diventare madre . Ma nonostante ciò l’alternativa si trova ed è un modo per restituire amore a una creatura che non ne ha. Dentro a questo racconto ho messo drammaticità su drammaticità che ha un epilogo positivo.
      Grazie per il tuo commento sensibile ??

  3. Ma che cara che sei, grazie!
    Ti dirò, anche io ho scritto dell’aborto spontaneo e non è stato facile, ho scritto non pochi racconti sull’avere un bambino, anche se non ho mai avuto uno, qualche anno fa, in un rapporto di coppia, era una cosa di cui si parlava spesso, come desiderio.
    Solitamente scrivo di cose che so e basta, per non andare a trattare temi che infondo, non posso sapere molto, sono partita quindi da questo desiderio personale e dal fatto che purtroppo mia madre ha perso due gemelli quando io ero piccola e ho scritto di questo per elaborare cosa può essere per una donna la perdita di un figlio.
    Credo che siano testimonianze che vanno date, scritte e lette, per le donne e la madri, ma anche per tutti quegli uomini e padri che seppur vivono la perdita in modo diverso, sono il primo confronto e raffronto che una donna ha quando subisce un aborto, quindi ti ringrazio davvero di averne parlato e di averlo fatto anche in modo così dolce, nonostante tutto il dolore che possa esserci in questi drammi.

    1. Grazie!! Speravo che lo leggessi ci tengo a sapere il tuo parere.? Dovevo dare voce a questa tematica che mi sta tanto a cuore, anche se non sono una scrittrice volevo comunque esprimere quello che avevo nel cuore.