Prima occhiata

Serie: Il viaggio di J.


Non conosceva quel posto, vi si era trovato per caso, un giorno di marzo.

Camminava e camminava e camminava…. Amava spostarsi da un luogo all’altro, ammirava tutto ciò che lo circondava e poi via verso nuove avventure e curiosità, in tutte le direzioni, Nord Sud Ovest Est. Questa volta aveva scelto proprio l’Italia. Un’italia straziata dalla recente pandemia  che con tutte le forze tentava di rialzarsi.

Non aveva casa J., ma badate bene, non era un senzatetto, era semplicemente un curioso cittadino del mondo.

Facemmo conoscenza proprio in quel sito di cui non sapeva nulla, un piccolo borghetto umbro al confine con il Lazio, seduti sulla stessa panchina, accarezzati dallo stesso vento e intiepiditi dal medesimo sole, lui masticava a fatica un panino duro come un ciottolo; gli offrì, per questo, il mio pranzo, ma lui declinò l’offerta…un moderno San Francesco, direte voi? Assolutamente no, J. Aveva molti soldi e se li spendeva per viaggiare, come mi disse in seguito.

Si era ritrovato per caso in quel posto sconosciuto e, chissà perchè, parlò volentieri delle sue mille avventure. Mi risultò evidente che  amava condividerle. Era stato ovunque, dall’Alaska all’Australia e seguendo un casuale impulso era giunto fino a questo piccolo paesino, che mai aveva sentito nominare. Parlammo così tanto dei viaggi fatti, e di quelli che avremmo voluto fare, che il tempo, come si suol dire, volò!

J. Era alto, magro e bianco come un cencio. Nel suo ipod i Doors risuonavano a manetta, vestito da pellegrino, con uno zaino troppo pesante per la sua minuta corporatura, indossava dei sandali dimessi. Lo invitai a dormire a casa mia e lui accettò, sincerandosi di poter scambiare qualcosa dei suoi pochi averi. Ovviamente non volevo privarlo di nulla, ma non era mia intenzione offenderlo e nulla mi interessava. Mangiammo ad una tavola imbandita per l’occasione – da noi l’ospite è sacro- poi si fece una doccia e terminata disse «Sono proprio ristorato».

Gli preparai il giaciglio nella stanza degli ospiti e lui si buttò finalmente su un letto vero, con materasso lenzuolo e tutto il resto. «A domani» lo salutai «Forse» la sua laconica risposta.

Il mattino dopo trovai la camera da letto in ordine, lo cercai per tutta casa, ma J. E il suo zaino erano spariti. Mi chiesi se avessi fatto qualcosa di sbagliato, ma poi capii…J. Era già ripartito.

Guardai fuori dalla finestra e lo vidi…camminava con lo sguardo rivolto al sole, mentre alzava una mano in segno di saluto.

Non lo avrei mai più Rivisto. Forse.

Per misteriosa ispirazione scrissi al mio giornale del fortuito incontro con questo ragazzino bianco come neve. Ne fecero uscire un trafiletto il giorno seguente e, inaspettatamente, fui inondata di lettere in cui mi scrivevano «anche io l’ho visto». L’idea migliore la ebbe, però, il mio capo «seguilo per farne una storia» mi ordinò. Avevo l’occasione della vita: viaggiare scrivendo, due delle cose che più amo fare. Avrei trattato il viaggio di J. come se fosse stato un moderno Supertramp alla ricerca della felicità, ma non in Alaska, bensì nel Bel paese. Non avevo legami, matrimonio finito da un pezzo, niente figli a carico. Avevo solo un piccolo gatto per cui avrei dovuto trovare sistemazione. Ero la classica gattara single.

Problema: J. Era già partito da un paio di giorni, ma quale direzione avrebbe scelto? Non ricordavo se ne avessimo parlato o meno, mi arrovellai il cervello per circa mezz’ora – un’altra mezz’ora persa nella ricerca di J. – e alla fine eccola! Cortona! Voleva andare a Cortona, dormire in piazza cantando con la sua dolce chitarra canzoni che ricordavano la vita. Canzoni italiane di cui avevo goduto quella sera che si fermò da me, aveva cantato De Andrè splendidamente, mi dedicò Dolcenera

nera di malasorte che ammazza e passa oltre

nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna

nera di falde amare che passano le bare

In pochissimo tempo ero pronta, avevo recuperato il mio vecchio zaino da trekking che caricai delle cose essenziali – biancheria, spazzolino, scarponcini, maglie termiche k-way – Non volevo girare in sandali come J., ma non volevo nemmeno essere una viaggiatrice perfettina.

Mancava la gattina, Blu, da sistemare. Giro di chiamate e l’unica che accettò di tenere la mia piccola fu la mia vicina di casa, Alessia, una grattar come me. La portai titubante da Ale, mi dispiaceva non poterla portare con me, ma quello sarebbe stato un viaggio poco comodo, un viaggio itinerante per antonomasia, fatto da sonnellini in piazze e cene sotto alberi di parchi comunali – d’altra parte mi occupavo di viaggi per il giornale.

Andai da Alessia e rifiutai il suo caffè, ero di fretta, dovevo raggiungere J. che era avanti a me di due giorni. Non avevo la minima idea di dove e come lo avrei trovato.

Serie: Il viaggio di J.


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Discussioni

  1. un’idea interessante per una serie, sono proprio curioso di vederne gli sviluppi. Anche io ho incontrato un ragazzo come il tuo J., si chiamava Francisco e girava l’europa solo con il suo zaino e il suo sorriso, portarlo un po’ in giro per la mia città mi ha arricchito