Prima parte
Serie: Nessuno
- Episodio 1: Prima parte
STAGIONE 1
Milano, 7 settembre 2024
Il mio nome è Nessuno. Ulisse sconfisse Polifemo così, e io ho affrontato la mia vita allo stesso modo. Quello stratagemma è stato il mio scudo davanti alla bestia.
Oggi compio gli anni e, nell’attesa, ho modo di riflettere. Cosa è stata la mia vita? Non credo sia stata inutile, ma vissuta sottotraccia. Sono ancora qui. Mi chiamo Vincenzo. Sono nato in un comune della provincia di Napoli ora inglobato dalla città: quello di fango, fame e voci nei vicoli è sparito. Sono venuto al Nord a ventidue anni, con un piccolo bagaglio e tanta paura. Milano mi ha assorbito. Un appartamento popolare, un lavoro duro, sottopagato, e nient’altro. In cambio mi ha preso tutto, anche la dignità. Oggi compio novantaquattro anni, e non ho ancora finito la mia storia.
Fatima entra senza bussare. Ti abitui in fretta all’idea di non avere niente di tuo all’interno di una RSA. Diventi una pratica, un letto con un cartellino appeso. Lei ha le mani calde e parla poco.
«Buongiorno Enzo» mi saluta, con quel tono cordiale che le hanno insegnato. So che è una recita, ma rispondo «Buongiorno» lo stesso: così facciamo finta di essere umani. Poi comincia. Mi gira sul fianco. Il telo cerato è freddo, come la vergogna che mi rimane addosso. Ma la sopporto in silenzio. Ho imparato a farlo.
In fabbrica, certe mattine, entravo in reparto con le ossa rotte, senza aver recuperato la fatica del giorno prima. Ero stanco, ma accettavo tutto. Quando il capo passava a distribuire il lavoro, c’era sempre chi protestava o chi se lo aggraziava. Io lavoravo. Non ho mai chiesto nulla, non ho mai alzato la voce.
La colazione arriva. Caffelatte, fette biscottate, marmellata; sempre la stessa. Ho provato a chiederne una diversa. Dmitrij mi ha liquidato con una battuta.
Maria avrebbe riso. La risata composta di mia moglie si è spenta con il tempo, insieme all’illusione di poter cambiare vita. Ci siamo incontrati al paese, ero tornato per la morte di mia madre. Lei era in casa, in piedi vicino alla porta, con un vestito scuro e le mani giunte. Non le parlai quel giorno. La sposai due anni dopo e la portai a Milano. Non aveva mai preso un treno. Quando è deceduta, in ospedale, io non potevo essere trasportato; l’ho vista solo dopo, nella camera ardente. Le chiedo ancora scusa. Le avevo addossato tutte le responsabilità, anche le mie. Non è mai venuta meno, se non alla fine, lasciandomi da solo in un vuoto senza confini.
Oggi è sabato. Sono le sette e trentadue di un giorno immobile, seduto su questa carrozzina con il pannolone pulito, ad aspettare che arrivi qualcuno dei miei. Mio figlio mi ha detto che sarebbe passato insieme a sua sorella. Lui, testardo, ha lottato con i suoi mostri, ma quale è stato il prezzo da pagare?
Alle nove la terapia. Anna mi prepara le pillole ogni mattina. Le ingoio con mezzo bicchiere d’acqua naturale. Una volta ho chiesto se potevo avere dell’acqua frizzante. Mi hanno risposto: «Quella è frizzante». Mi prendono in giro, mi credono poco lucido di mente, ma non è così. Sono nelle loro mani, meglio non discutere. C’è chi decide quando devo mangiare, quando lavarmi, quando mettermi a letto, quali sostanze chimiche devono circolare nel mio sangue.
Poi la passeggiata. Diciassette metri di corridoio, cinquantasette passi con il deambulatore. Alle pareti ci sono stampe di paesaggi: un lago di montagna, un campo di lavanda, un tramonto sul mare. Mi fermo e per un momento immagino di essere alla finestra di una casa accogliente, con Maria. Mi manca.
Il signor Renato è già nel corridoio. È fermo davanti alla stampa del lago, assorto, come se cercasse di vedere qualcosa. Non parla, accenna, abbozza, ma alcune parolacce le usa ancora con sorprendente precisione. Ci salutiamo con un gesto, cercando entrambi di rimanere in equilibrio.
Alle undici c’è la palestra. Una stanza con due cyclette, pesetti colorati che sembrano giocattoli, e Giulia, la fisioterapista, che ha ventisei anni e una pazienza sovrannaturale. Mi fa aprire e chiudere la mano. «Bene signor Enzo, ancora una volta.» Apro. Chiudo. Apro. Giulia sorride, un sorriso che sa di protezione. Mi chiedo se la sera, quando torna a casa, abbia qualcuno che le chiede com’è andata la giornata. Me lo auguro. Non sono mai entrato nella vita degli altri, li ho sempre osservati da lontano, senza interferire. Quello che penso lo tengo dentro. Ho sempre agito così, da quando sono arrivato a Milano da straniero: la mia strategia per sopravvivere è diventata la mia filosofia di vita.
Sono le undici e diciassette. I miei figli non sono ancora arrivati.
Il pranzo è alle dodici e mezza. Oggi è sabato, quindi pastina, prosciutto cotto e purè. Ho imparato a misurare il tempo attraverso i pasti.
Mio figlio e mia figlia arrivano mentre Dmitrij sta distribuendo i vassoi. Mia figlia ha in mano una torta. Mi fanno gli auguri tutti e due e per un momento la stanza sembra più grande. Si siedono. Mi chiedono come sto. «Bene» rispondo. Mia figlia mi aiuta a mangiare senza sporcarmi. Mio figlio mi guarda in silenzio, il nostro silenzio, quello che non abbiamo mai saputo rompere.
Quattro figli. Maria ed io li abbiamo cresciuti in cinquanta metri quadrati in una casa popolare. Ho lavorato sempre. Molti sabati e qualche domenica. Non per ambizione. Per necessità, perché sfamare la mia famiglia era l’unico modo che conoscevo per dire vi voglio bene. Non l’ho mai detto. Forse sbagliando, ma non sapevo come fare. Nessuno me lo aveva insegnato.
Mangiamo la torta. Parliamo del più e del meno, dei nipoti, del tempo, di una partita vista ieri sera. Poi lui si alza, «ci vediamo domani», e se ne va. Mia figlia rimane ancora un poco, tornerà stasera per la cena. Prima di andare mi sistema il cuscino, un gesto di affetto.
Accendo la televisione sul canale sportivo. Ho sempre amato lo sport. A casa, con Maria, litigavamo spesso: io mettevo le partite, lei voleva vedere altro. Ora spero solo di rivederla.
Serie: Nessuno
- Episodio 1: Prima parte
Bellissima pagina, Maurizio. Mi lascia addosso una malinconia a due facce: quella da figlio che ha visto vecchiaia e morte dei genitori e quella da anziano, perché, inutile girarci attorno, a settant’anni giovane non sei più e un futuro dove la tua autonomia è destinata a scomparire non può che far paura, più della morte che è solo un episodio. Hai scritto molto bene, con misura e con delicatezza e l’empatia con Enzo nasce naturalmente. Grazie!
Senza parole, bellissimo. Scritto da dio. Ti entra dentro e non ti lascia più.