Primi giochi

Serie: Quando c'è la (s)fortuna


Nonostante tutto, io continuai a crescere e a vivere una vita felice. Ero un bambino gioviale che non stava mai fermo e soprattutto ero sempre alla ricerca di nuovi modi di giocare. Questa mia propensione alla ricerca di compagni di giochi mi portava naturalmente ad adattarmi a situazioni più o meno scomode per un bambino come quello di assoggettarsi ai giochi proposti dalla sorella maggiore con bambole e mini servizi da tè che certamente non soddisfacevano la mia naturale indole maschile che mi portava ad essere attratto da ben altri giocattoli, quali macchinine, trenini, pistole e fucili.

Molti mi dicevano che ero proprio un bimbo fortunato ad aver trovato una sorellina che, nonostante fossi un maschietto, si sacrificasse a giocare con me ma in cuor mio pensavo che ero stato proprio sfortunato ad avere una sorellina e non un fratellino!

La mia indole innata di “maschio guerrafondaio” veniva, però, a volte, assecondata dalla presenza di un amichetto coetaneo di mia sorella, nostro vicino di casa. Quando veniva a passare i pomeriggi a casa nostra per giocare insieme a mia sorella, si optava spesso per giochi un po’ più da maschi, come ad esempio cowboy vs indiani, era infatti un periodo in cui l’epopea del mitico West era molto in voga, e si cresceva a pane e films western,

Durante lo svolgimento di questi giochi mi era consentito partecipare, ed io ne ero entusiasta! L’unica cosa che all’epoca non riuscivo a capire era il perché dovessi da solo fare sempre la parte dell’indiano perdente e loro quella dei cowboy vincenti. 

Non ne potevo più di quelle umilianti sconfitte! 

Un giorno eravamo impegnati sul campo di battaglia localizzato nello studio di mio padre, tra scrivanie, sedie, librerie e tavolinetti. Come al solito stavo soccombendo alla superiorità numerica di quei maledetti visi pallidi supportati anche da armi più efficaci, quali pistole e fucili, rispetto al mio misero archetto con frecce. Decisi allora di contrattaccare utilizzando un’arma mai sperimentata prima in modo da trovare impreparate le linee nemiche. Presi sulla scrivania di mio padre il lucente pugnale, che in realtà era il tagliacarte in acciaio del set scrivania, e con violenza e precisione lo lanciai contro le fila nemiche!

Il colpo, sorprendentemente, andò a buon fine colpendo in testa il soldato nemico, ovvero l’amico di mia sorella, che immediatamente lanciò un grido lacerante di dolore seguito dalle grida disperate di mia sorella accorsa ad assistere il compagno. A quel punto capì di aver vinto finalmente una battaglia, ed iniziai ad eseguire, intorno alla vittima, la mia danza di trionfo accompagnata da ululati gioiosi!

Tutto quel trambusto allarmò mia madre che di corsa  venne ad accertare cosa stesse accadendo. Entrata nello studio si trovò davanti una scena apocalittica con il povero Piero, ovvero il soldato colpito, steso a terra che si teneva la fronte con entrambe le mani e lanciava grida laceranti di dolore, mia sorella disperata inginocchiata accanto al compagno ferito che urlava di disperazione ed io che saltellavo festante intorno a loro due urlando gioiosamente!

Mia mamma, dopo un primo momento di sbigottimento, intervenne, ci intimò di fare silenzio e ci chiese delle spiegazioni sull’accaduto.

Il povero Piero, nonostante fosse ancora molto dolorante, impaurito dal tono severo di mia madre, cercò di contenere i suoi lamenti trasformandoli in sordi mugugni, mia sorella smise di frignare ed accorrendo incontro alla mamma iniziò a puntare il suo dito accusatorio verso il sottoscritto affermando che era tutta colpa mia, che avevo assassinato Piero! A quel punto mi ribellai verso tali assurde accuse e dissi: 

“Mamma, mamma, io non ho fatto niente! Loro mi sparavano con fucili e pistole ed io mi sono difeso lanciandogli contro il mio pugnale di guerra! Stanno facendo tutto questo baccano solo perché sono riuscito finalmente a sconfiggerli in battaglia!”

Mia madre decise di andare a constatare direttamente quali fossero le reali condizioni di Piero e quando si chinò e constatò che dal centro della fronte prorompeva un gigantesco bitorzolo dal colore rosso violaceo molto simile ala vetta dell’Etna in eruzione, capì immediatamente cosa era accaduto realmente e passò all’azione. Per prima cosa portò i dovuti soccorsi al ferito dell’aspra battaglia ponendo sul bitorzolo una borsa del ghiaccio, dopo di che rivolse le sue attenzioni al glorioso guerriero indiano che venne immediatamente condannato, senza nemmeno essere prima regolarmente processato, e messo in castigo per una settimana. Tale condanna suscitò un’esplosione di gioia da parte della sorella cowgirl mentre io arrivai alla tristissima ed amara conclusione che, come ci insegna la storia, non c’era niente da fare: I maledetti visi pallidi, oltre a possedere una schiacciante superiorità numerica e di armi, avevano anche la giustizia dalla loro parte, per noi pellerossa non c’era scampo, eravamo destinati alla sconfitta!

Molti potrebbero pensare che in quel caso fui molto fortunato di aver causato solo un piccolo bitorzolo al povero Piero con il lancio del tagliacarte metallico invece di causare danni molto più gravi e/o permanenti. Altri potrebbero, invece, affermare che fui proprio sfortunato nel riuscire a colpire il “nemico” con un lancio da circa tre metri in considerazione del fatto che fino ad allora non avevo mai lanciato un pugnale vero o falso che sia.

Tra epiche battaglie e noiosissimi tè con bambole e peluches, continuai a crescere fino a quando non ottenni da mia madre la “semilibertà vigilata”: Potevo giocare per i fatti miei con i miei amichetti ai giardini pubblici. Fu allora che iniziai a socializzare con i miei coetanei e con molti altri bambini più grandicelli, giocando a nascondino, a ruba bandiera e a quel gioco che dalle nostre parti si chiamava “pirito” ovvero quel gioco in cui il bambino che inizialmente, per sorteggio, era gravato dal “pirito” doveva cercare di passarlo ad un altro partecipante toccandolo con la mano. Tutti giochi, questi, in cui ci si correva e si sudava tantissimo per la felicità di mia madre che appena mi vedeva tornare a casa  grondante di sudore, preoccupandosi che mi potessi beccare un bel raffreddore, mi prendeva rapidamente mi lavava, asciugava e cambiava indumenti ma solo dopo una sana ed educativa “bastonata”! In questo modo mi preservava dal rischio influenza un po’ meno da lesioni muscolo-scheletriche ma in fondo ortopedici e traumatologi pediatrici dovevano pur lavorare…

Ero un bambino buono ed ubbidiente, ma non ero un idiota, così ben presto capì che per evitare danni permanenti al mio apparato muscolo scheletrico, avrei dovuto stare molto attento ai miei ritorni a casa: evitando ad ogni costo di tornare bagnato come un pulcino appena nato caduto in una pozza d’acqua!

In estate l’operazione risultava, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, abbastanza semplice. Bastava, infatti, prima di tornare da mamma levarsi la magliettina e la canottiera ed esporsi al vento caldo secco delle nostre estati. In questo modo ogni goccia di sudore, sia sul corpo che sugli indumenti, veniva spazzata via, assorbita da quel clima sahariano. Arrivavo a casa asciuttissimo ma c’era un particolare che faceva insospettire mia madre: L’asciugatura rapida del sudore lasciava abbondanti striature di “sale naturale” su pelle ed indumenti! la cosa però alla fine fu sfruttata da mia madre che con pazienza aveva preso l’abitudine di raccogliere questo eccesso di sale, da me prodotto, utilizzandolo per uso cucina.

Nei mesi invernale tale pratica di asciugatura preventiva risultava molto più complicata dato che al posto dell’utilissimo ghibli estivo spesso soffiava un gelido vento di tramontana che tramutava la mia copiosa sudorazione in cristalli di ghiaccio. Inizialmente provai a staccarmeli da dosso e riunendoli in un blocco unico, mi presentavo a casa con in mano una sorta di ghiacciolo che però non riusciva ad ingannare la mia furba madre che sapeva benissimo che durante i mesi invernali nessuna gelateria della zona preparava ne tanto meno vendeva ghiaccioli, a quel punto le mazzate arrivavano ugualmente! Per fortuna in inverno uscivo molto meno per andare a giocare ai giardini altrimenti non so se sarei stato in grado oggi di scrivere questa storia.

Come sempre, anche in questa situazione mi rimane il dubbio se io sia stato più fortunato a sopravvivere alle mazzate o più sfortunato ad avere una madre terrorizzata dal mio sudore!

Serie: Quando c'è la (s)fortuna


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Discussioni

  1. Davvero piacevole e leggero anche questo episodio. Il passaggio piú divertente è stato il gioco indiani-cowboy e la riproduzione, in scala risotta, delle ingiustizie sociali subite dai pellerossa.

    1. Grazie ancora una volta per l’apprezzamento. Come avrai notato cerco sempre di trattare attraverso l’ironia tematiche più o meno serie, evidentemente a volte ci riesco meglio a volte un po’ meno ma cerco sempre, in primis, di divertirmi nel farlo