Primi pezzi

Serie: Che fine ha fatto Margherita?

L’appartamento dei vicini era dirimpetto. La luce che illuminava il pianerottolo andava ad intermittenza rendendo fastidioso già solo restare lì. Il fumo del mio toscano andava ad infrangersi sul soffitto scrostato. Guardandomi intorno notai che anche i muri della tromba delle scale e il pavimento erano rovinati.

“Non proprio un condominio di alta borghesia. Ho visto vicoli tenuti meglio” dissi io.

“Già. Guarda, degli scarafaggi” disse Rizzetto,

“Ti immagini quanti ce ne saranno dentro questi muri?”

Io annuii. Risuonammo. Rimasi in ascolto. Niente. Sul campanello c’era scritto “Gambrini”.

“Sai, a volte, vorrei essere uno di loro. Uno scarafaggio. Non perché mi piacciono l’umidità o Dio sa che altro, ma perché potrei nascondermi. Nel Buio, nel muro. Scappare ogni tanto” dissi io.

Qualcuno disse che stava arrivando da dietro la porta. Si aprì e ci trovammo davanti un anziano pelato in pigiama e pantofole della Juventus.

“ Sì?” chiese aprendo di poco la porta. Aveva gli occhi stralunati. Sembrava agitato.

“ Salve, polizia.” dissi io sorridendo con il toscanello tra i denti.” Dovremmo farle un paio di domande riguardo ciò che è successo alla sua vicina. Ha chiamato lei se non sbaglio.”

“ C-certo. A-accomod-datev-vi.” disse balbettando.

Entrammo ringraziandolo. Mi guardai intorno. Non era molto pulito e ordinato; c’erano pile e pile di giornali e riviste, vassoietti di polistirolo pieni di carne per gatti, sacchi da immondizia pieni di chissà cosa . Un gatto mi fece quasi inciampare.

Raggiungemmo il salotto,che sembrava la stanza più pulita. Percepii un odore che purtroppo conoscevo bene; quello di pannoloni usati.

Ci fece accomodare sul divano dopo averci messo una coperta pulita.

“Scusate il disordin-n-ne, m-m-ma stiam-m-mo fac-c-cendo d-d-dei lavori” disse il vecchietto.

Sé, lavori. La stessa cazzo di scusa che usano tutti gli accumulatori compulsivi, pensai. La stessa che usava mia nonna quando portavo degli amici a casa da scuola. E poi me le prendevo.

Recita una parte Eddy, continua a recitare la tua parte. Taci.

“Non si preoccupi signor Gambrini.” disse Rizzetto, anticipando qualche mia esclamazione di disgusto. Mi girai verso di lui come per ringraziarlo e lui ricambiò. Sempre a pararmi il culo.

Continuai a fumare. Non chiesi nemmeno se gli dava fastidio l’odore. Io odiavo gli accumulatori compulsivi.

Continuò a parlare Rizzetto. Lui, oltre a essere più bello di me, ma non più affascinante và detto, era molto bravo a parlare alle persone anche quelle più instabili. Inoltre lui sorride, io mai.

“Io sono il vice commissario Jonathan Rizzetto, lui invece è il commissario Edgar Leonardi. Vorremmo farle qualche domanda. Le va?”

Gambrini annuì.

Rizzetto tirò fuori un registratore e un taccuino. Gli usavamo entrambi per un motivo ben preciso: il taccuino prende nota delle risposte, il registratore del tono della voce, delle piccole vibrazione di una menzogna. A volte bastava solo quello per avere una pista. Con uno balbuziente è già più difficile. I balbuzienti potrebbero essere serial killer professionisti.

“Allora, signor Gambrini” cominciò Rizzetto, mentre io senza farmi vedere, buttavo la cenere per terra.“Mi racconti ciò che ha raccontato all’agente di prima. Faccia con calma.”

Il vecchietto abbassò lo sguardo e cominciò. Intanto i gatti ci saltavano addosso ed io li mandavo via. Rizzetto li coccolava.

“D-d-dunque i-i-io…” aveva iniziato a parlare quando una voce lo interruppe dicendo a sua volta “Lascia stare Ezio. Faccio io che se no questi poveri signori se ne vanno stasera.”

Doveva essere la signora Gambrini. La guardammo un momento avanzare verso di noi poggiata ad un girello. A malapena andava avanti. Ci alzammo per salutarla, ma ci fece segno di stare seduti.

“State cari, state. Scusate l’attesa ma anche alzarmi dalla mia poltrona è diventato difficile. Poi in una casa piazzata così. Da quando sono malata i lavori deve farli questo qui che non è capace. L’ho viziato troppo per cinquanta anni di matrimonio” disse lei sorridendo e mostrando la dentiera luminescente d’un bianco innaturale.. “ Io sono Linda, comunque.”

Si sedette accanto al marito e ci sorrise ancora, aspettando che Rizzetto gli facesse una domanda. A dispetto del marito, lei era la pace in terra.

“ Anche prima ho parlato io, sa? Le dirò tutto quello che so. Era da circa due settimane che non sentivamo nulla, ma non ci siamo preoccupati perché la signora Beatrice andava da sua sorella giù al sud ogni tanto a trovare lei e la madre malata. Ha il cancro. Brutto male quello. Dicevo, che non ci siamo preoccupati, anche perché ogni tanto la bambina andava con Beatrice. Poi qualche giorno fa, due o tre se non sbaglio, ci siamo insospettiti perché ci chiamava sempre dopo un po’” disse Linda iniziando a strofinarsi gli occhi pieni di lacrime.

“Io allora ho provato a chiamarla io ma non rispondeva. Alla fine ho detto a Ezio di andare a vedere con la copia delle chiavi se era successo qualcosa…e…oddio”

“Quindi voi avevate una copia delle chiavi?” chiesi io.

“Sì commissario. Ce le aveva date per quando La bambina era da sola.”

“La figlia vuole dire? Restava da sola? Quanti anni ha la figlia?” chiese Rizzetto.

“Sì quando tornava da scuola e Bea era a lavoro veniva da noi. A sedici anni è ancora una bambina. A volte la figlia veniva da noi a mangiare e poi se ne tornava a fare i compiti. Che fine ha fatto la bambina? Che fine ha fatto Margherita?” chiese la Gambrini singhiozzando.

“Lo scopriremo, signora. Si fidi“ disse Rizzetto.

Uscimmo dal condominio che pioveva più forte di prima.

“Avevi ragione, Eddy. La figlia c’entra qualcosa ” disse Rizzetto sulla soglia.

“ Lo so. Però qualcosa mi dice che la figlia non se la passa bene. Non so perché. Mungiardi dove cazzo è?”

“ Non lo visto. Sarà ancora qui in giro a fare domande.”

“ Lento come la quaresima. Jonny vai a prendere l’auto che ti aspetto qui. Se mi ammalo non risolvereste mai il caso.” dissi io sorridendo.

“ Ma vai a cagare, commissario.”

Aspettai che Rizzetto si fu allontanato e mi guardai attorno, sperando di non esser visto da nessuno. Estrassi dalla tasca un tubetto di pastiglie. Ne presi tre ed il senso di strozzamento che avevo in gola e nel petto si assestò. Tranquillanti e antidepressivi ormai erano il mio pane quotidiano.

Rizzetto arrivò ed io entrai in auto. Alla radio davano Starway to Heaven.

“Alza il volume” dissi io.

Mi misi a guardare fuori dal finestrino. Non smettevo di pensare a quella ragazzina. Dov’era Margherita?

Rientrai a casa che era già buio. La casa era stranamente immersa nel silenzio.

“Rita?” chiesi. Rita era la badante di mia madre, malata di Alzheimer all’ultimo stadio.

Senza togliermi l’impermeabile andai in camera di mia madre. La camera puzzava di feci. Accesi la luce. Mia madre era distesa per terra che russava leggermente tutta sporca, con il pannolone gettato contro il muro ed il contenuto del giorno sparso ovunque. Era sporca di feci anche sulla faccia e nei capelli.

Mi imbufalii. “ Rita, brutta stronza dove cazzo sei?” dissi io digrignando i denti. Camera sua era vuota. Andai in cucina e composi il numero di cellulare. Rispose subito.

“Dove cazzo sei Rita?” dissi io cercando di contenermi.

“Sono stufa di stare dietro a quella donna. Non ho più una vita. Io vivo per pulire la sua merda! Ti sembra giusto?”

“Ma sai quanto ti pago? Praticamente ti prendi la pensione di mia madre con tanto di accompagnamento e vitto e alloggio!”

“Sono stufa! Stufa!”

“Potevi almeno dirmelo che te ne andavi, almeno avrei cercato un altra!”

“Se la cucchi lei commissario perché nessuna resisterebbe più di tre settimane! Addio! Si tenga pure la mensilità!”

“Stai fresca che te la davo! Ti auguro la stessa fine di mia madre! Culona di merda!” e detto questo misi giù, fiero di essermi trattenuto abbastanza.

Feci un respiro profondo e guardai l’orologio. Le ventidue.

Andai a tirar su mia madre. Fu inevitabile sporcarmi.

“Mamma collabora ti prego” le dissi ad un orecchio mentre la prendevo in braccio e attraversando il corridoio buio la portavo in bagno. Aprii l’acqua della vasca, dopo aver poggiato mia madre dentro. Era talmente sedata e stanca che non reagì quando l’acqua appena aperta le tocco i piedi. Doveva essere stata una giornata infernale per lei. Ogni volta che c’era un temporale impazziva, gridando e lanciando cose per la camera da letto. Senza contare che si toglieva il pannolone in una frazione di secondo buttando tutto in giro. Quella maledetta le aveva somministrato la dose per le emergenze di tranquillante. Prima che facesse effetto però, mia madre aveva avuto la brillante idea di strisciare giù dal letto e di togliersi il pannolone, come per farci capire che fosse stufa di tutto questo. Quella là l’aveva poi ritrovata così a dormire in mezzo alla merda e se n’era andata. L’acqua divento bella calda ed iniziai a strofinarla dolcemente con la spugna rosa, la sua preferita. Più tardi , mentre terminavo di lavarla aprì gli occhi e disse “ Edgar? ”poi si riaddormentò,

Clinicamente, non avrebbe potuto riconoscermi. Ma io spero che lo avesse fatto. La abbracciai e piansi. Piansi abbracciato alla mia mamma.

Serie: Che fine ha fatto Margherita?
  • Episodio 1: Che fine ha fatto Margherita?
  • Episodio 2: Primi pezzi
  • Episodio 3: Orrore in obitorio per Leonardi
  • Episodio 4: Rotture Notturne per Leonardi
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    Discussioni

    1. Come hanno già detto altri, bello trovare un interiorità in un personaggio altrimenti troppo bidimensionale.
      Gli aspetti più sentimentali sono inseriti senza stridere, mantenendo coerenza interna, e senza appesantire il racconto. Il ritmo resta eccellente, un buon giallo abbastanza vicino a quelli che si trovano pubblicati, per esempio, da Eclissi

    2. Ho letto entrambi gli episodi e devo dire che mi è piaciuto, come ha detto Tiziano, il contrasto tra ironia (che personalmente amo tantissimo in un racconto), il giallo e il drammatico nella parte finale dell’ultimo episodio dove si delinea il lato umano del cinico commissario. Sono curiosa di conoscere gli sviluppi di questo giallo!

    3. Episodio meraviglioso, in cui il contrasto tra le sfumature ironiche delle prime battute e la tenerezza del rapporto con la madre malata mi ha letteralmente disorientato. Bel personaggio questo Edgar, un personaggio completo, cinico, amorevole, ironico e amaro. È così interessante che la trama rischia di passare in secondo piano.