Priska

Neve scintillante e ghiaccioli lustri.

Era la vigilia di Natale perfetta, la migliore a memoria di bambino.

Emma infilò le pantofole di pelliccia bianca, regalatele il giorno prima insieme a una passata della stessa fattura e a una spilla natalizia. Le aveva già perse entrambe chissà dove.

Si guardò allo specchio facendo una smorfia alla vista del vestito blu che mamma le aveva fatto mettere. Troppo tardi per cambiarsi e poi Maria, la governante, era già scesa a preparare i suoi manicaretti della vigilia. Franz, suo zio stava arrivando e la casa era in fermento.

Era tornato da un qualche viaggio in uno di quei posti lontani, ma a Emma poco importava, la cosa fondamentale era che avesse con se’ un regalo degno. Scese fino al salone incredibilmente addobbato a festa: candelabri a sei braccia illuminavano una tavola tutta bianca e oro con enormi centro tavola d’abete e bacche rosse. Maria aveva passato tutto il pomeriggio a lucidare i bicchieri di cristallo che ora facevano bello sfoggio di se’, di fianco alle posate d’argenteria pregiata.

Si sedette vicino al camino ma schizzò in piedi subito quando il campanello annunciò l’unico ospite che attendevano. Superando Maria si precipitò verso la porta spalancandola in un attimo.

«Zio!» gridò mentre soffocata dal suo abbraccio cercava di capire la grandezza del pacco poggiato a terra.

La madre li raggiunse, ed Emma avrebbe voluto mandare avanti il tempo e saltare tutti quegli sciocchi, “caro come stai, ti trovo bella come sempre…”, strappare il regalo di mano a Franz e scoprirne il contenuto. Ballonzolò da destra a sinistra, zampettando intorno al detentore del segreto. Quando la madre chiese allo zio di accomodarsi per la cena fu troppo.

«Voglio il mio regalo!» sbottò pestando un piedino a terra.

La madre sorrise indulgente, lo era sempre. Lo zio spostò lo sguardo sull’immenso albero di Natale che incombeva su una montagna di regali e impallidì.

«È un regalo speciale, un pò diverso da quelli che riceverai. L’ho preso in Alaska» disse tirando fuori il pacchetto. Emma non aveva sentito una parola, guardava di sbieco la carta ruvida e il misero cordone grezzo che la teneva insieme. Nessun filo cangiante, nessun colore acceso.

Lo strappò di mano a Franz e in un attimo fece a pezzi l’involucro. Quello che ne uscì fuori, la offese profondamente: una bambola di pezza dalla fattura dubbia, la osservava con occhi obliqui, troppo stretti per essere reali, e un sorrisetto dal quale uscivano denti radi formati da punti di lana storti.

Emma la posò a terra, osservandola dall’altezza dei suoi cinque anni.

«È una bambola di pezza cucita dai bambini eschimesi, dicono che sia magica» lo Zio Franz gli strizzò l’occhio, sperando di incuriosirla.

«Almeno parla?» chiese Emma puntellandola con ciabattina impellicciata.

«Temo di no…» rispose lo zio con rammarico.

Aveva atteso così tanto quel regalo, e poi? Una brutta bambola che la osservava ridendo.

La rabbia ebbe la meglio. Emma l’afferrò per un braccino e con un moto di stizza si avviò verso la finestra. Al secondo tentativo riuscì ad aprirla e la scaraventò fuori.

Il suo volo fu seguito da un «nooooo!» lontano, ma era troppo tardi, la bambola era atterrata sulla neve inzaccherata di mota. Che freddo faceva la’ fuori e com’era buio. Un lampione lontano era addobbato con un serpente di luci. La bambolina si tirò sui gomiti, stringendo gli occhietti a mandorla, intontita. Però che volo aveva fatto! Dopo tutto quel viaggio per essere il regalo di una bambina, non si aspettava di certo di essere scaricata così, in mezzo alla strada gelata. Si alzò, strusciandosi il nasino a bottone. Due occhi lampeggianti correvano verso di lei, borbottando con un frastuono incredibile. Si tappò le orecchie che non aveva e quando l’automobile le sfrecciò al fianco si trovò bagnata dalla testa ai piedi, fatti di gusci di noce.

«Eccone un’altra!» davanti a lei si era materializzato un grande cane meticcio, con il naso nero come la liquirizia.

«Chi sei?» La bambolina si strusciò gli occhi dipinti e una lacrima di colore scese sulle guancine di pezza.

«Sono il Signor Pu, il salvatore del Natale, almeno per i Visi Neri» fece un inchino e qualcosa che aveva sulla groppa scivolò avanti. Una piccola scimmia con un altrettanto piccolo gilet variopinto si tolse il cappellino e sorrise alla bambola.

«E io sono Jek la scimmia suonata o suonatrice che dir si voglia. Sono appena stato gettato e il Signor Pu mi ha raccolto.» disse la scimmietta per niente affranta.

«Questo è il mio lavoro, immagino che anche tu sia un gioco indesiderato… vedrai passerà presto la tristezza. Ti va di venire con noi?» disse il cane spostando con un orecchio la scimmia.

La bambolina tirò su con naso «Va bene, sono Priska la bambola eschimese».

«Perfetto! Salta in groppa, gli altri ci aspettano.» il cane si accucciò e la bambolina afferrò il pelo scalciano con le scarpine di guscio mentre Jek le veniva in aiuto.

Sfrecciarono via tra le luci traballanti degli addobbi di Natale, per strade e vicoli. Il signor Pu canticchiava seguendo il ritmo dei tamburelli della scimmia suonatrice.

«Abbassate la testa» comandò intrufolandosi in una spaccatura di un muro rotto.

Il mondo fu subito buio e le luci sfavillanti di palline luminose divenne ben presto un ricordo.

Trotterellarono tra i canali umidi dei sotterranei, sbucando d’improvviso in una stanza piena di tubi e chiasso.

Priska sgranò al massimo i piccoli occhi obliqui: centinai di giocattoli si ruzzolavano, cantavano e giocavano felici.

«Eccoci, la stanza dei giocattoli dimenticati.» Pu sembrava davvero orgoglioso.

Priska scese con Jek al fianco. Un ometto di legno con i capelli capelli bianchi e arruffati, la scrutava sotto grandi occhiali anneriti «E tu chi saresti? Scommetto che non ne sai niente di chimica èh?… e se ti dicessi che ho appena eluato degli ioni, cosa risponderesti?» l’ometto le sventolò di fronte due alambicchi dal contenuto iridescente. La bambolina sbatté le palpebre senza rispondere.

«Lascia perdere il chimico, gli manca qualche rotella» sussurrò Pu facendo roteare gli occhi.

D’improvviso ci fu un sibilo e qualcosa schizzò alla velocità della luce proprio in mezzo alla stanza. Priska si aggrappò a una zampa di Pu. Un pupazzo a molla era uscito da una scatola vermiglia e se ne stava lì a ondeggiare sardonico. Poi scosse con forza la testa e i quattro campanelli sul berretto tintinnarono con insistenza. Tutti si fermarono sotto il suo richiamo.

«Bene, bene, birichini, è ora di darsi una ripulita! Non vorrete farvi vedere così in disordine dai Visi Neri vero?» disse con voce nasale scrutando un gruppo di orsacchiotti di peluche con i fiocchi rossi tutti disfatti.

«Chi sono i Visi Neri?» chiese Priska ancora aggrappata a Pu.

«Domani lo vedrai» il cane gli strizzò l’occhio leccandole via una macchia di fango.

Dai quattro lati della sala un esercito di fatine si alzò in volo scrollando un turbine di polvere di stelle sui giochi mal ridotti.

I nastri degli orsacchiotti si mossero formando fiocchi perfetti, gli occhiali del chimico divennero lustri e la goccia nera sotto gli occhi di Priska si ritirò. Le marionette intrecciate tra loro in grovigli impossibili, si trovarono finalmente libere e i soldatini di latta scintillarono nelle loro lampanti uniformi nere e rosse.

«Bene, bene mascalzoni. È proprio ora di dormire un pò, e badate bene a non ruzzolarvi ancora nella sporcizia. Domani sarà un bel giorno, il giorno di Natale.» Disse il pupazzo a molla, ritirandosi nel suo cubo.

Priska si rannicchiò in un angolo tra una ballerina e un trenino a vapore che le tenne caldo tutta la notte. All’alba furono tutti svegliati dai campanelli sul bizzarro cappello del pupazzo a molle.

«Bene, bene dormiglioni, è ora di partire. Trenino prepara i tuoi vagoni, i Visi Neri vi attendono!»

Il trenino di fianco a lei sbuffò tre nuvolette di vapore seguite da un fischio allegro e srotolò una serie infinita di vagoncini in legno. I giocattoli ad uno ad uno vi saltarono sopra cantando canzoncine natalizie e strattonandosi felici. Priska li seguì contagiata da quell’allegria.

Il trenino partì seguendo il Signor Pu che con fare solenne guidava la carovana.

L’aria fresca della mattina era carica di fiocchi di neve leggeri che facevano pizzicare la pelle, o la stoffa a seconda di chi li incontrasse. Dopo un breve tratto Pu si fermò davanti ad un grande edificio mal messo: Orfanotrofio si leggeva nei caratteri stinti di un’insegna.

Pu fece segno di far silenzio e il trenino smise di sbuffare e fischiare salendo la lunga rampa principale.

Giunti nel corridoio ogni giocattolo scese davanti a un lettino e anche Priska seppe subito dove andare. Saltò sulle coperte ruvide trovandosi di fronte il visino sporco di una bambina. Quella sbattè gli occhi strusciandosi via il sonno dalle ciglia. Poi sorrise e balzò su stringendo Priska tra le mani.

«Oh, ma sei bellissima!» disse commossa abbracciandola stretta.

La bambolina sapeva di essere magica, ma fino a quel momento non aveva capito quale fosse il suo dono. La magia si era compiuta.  

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Discussioni

  1. Ciao Virginia…mi associo agli altri nel complimentarmi per questa bellissima favola. Confesso che a un certo punto temevo il finale drammatico e invece no, per fortuna della bambolina e di chi l’ha avuta in dono dal Signor Pu 🙂 Aggiungo un’osservazione relativa ad un elemento particolare: sei stata bravissima nel suscitare i sentimenti su cui evidentemente puntavi, ovvero la grande antipatia per la bambina viziata e la profonda empatia verso la bambola rifiutata. Come detto, poi, il finale è di quelli che fanno davvero bene al cuore. Bello!

    1. A Natale bisogna essere più buoni si dice, e poi una favola ber bambini non poteva che avere il lieto fine. Grazie tanto di aver letto e apprezzato. Alla prossima!

  2. Ciao Virginia, che bella favola! (il Ricci sarà fiero di te).
    Ad un certo punto ho iniziato a pensare che la bambola si sarebbe vendicata sterminando la famiglia di Emma. Ahahah. Vabbè, sono proprio “malato”.
    È Natale, quindi i buoni sentimenti ci stanno. Per concludere vorrei spezzare una lancia a favore di Emma: se il regalo non le è piaciuto c’è poco da fare. Almeno è stata sincera. Ahahah.

    1. Ciao Dario! Grazie il tuo apprezzamento mi rende felice. Effettivamente negli ultimi lab mi sto un po’ rammollendo con tutti sti buono sentimenti, vediamo se il prossimo mi ispira qualcosa di più Pezzottiano! A presto

  3. Ciao Virginia, la tua favola mi ha riportato indietro all’infanzia. Anch’io pensavo che i giocattoli possedessero un’anima, e un po’ lo penso ancora. Ci seguono fedeli compagni per molti anni della nostra vita e rimangono nel cuore come cari amici: io conservo i più cari in una scatola 😀

    1. I nostri giocattoli si portano dietro i ricordi felici, un po’ della nostra anima. Sono contenta che questa storia ti abbia portato alla tua infanzia. Grazie di essere passata ❤️

  4. “«Questo è il mio lavoro, immagino che anche tu sia un gioco indesiderato… vedrai passerà presto la tristezza. Ti va di venire con noi?» disse il cane spostando con un orecchio la scimmia.”
    ❤️ ❤️ ❤️

  5. “«È una bambola di pezza cucita dai bambini eschimesi, dicono che sia magica» lo Zio Franz gli strizzò l’occhi, sperando di incuriosirla.”
    Io la vorrei ricevere, giuro ❤️

  6. “a madre li raggiunse, ed Emma avrebbe voluto mandare avanti il tempo e saltare tutti quegli sciocchi, “caro come stai, ti trovo bella come sempre…”,”
    Vero, da bambina lo pensavo 😂

  7. Che bello questo Lab! Per prima cosa direi che il tema del Lab è centrato in pieno: il regalo, la bambina sotto l’albero che lo scarta.. Perfetto!
    E la storia, che bella! Io da piccolo ho sempre pensato che i giocattoli avessero una loro anima. Forse quando crescenti smetterò di crederlo, ma questo racconto ha ravvivato quella magica sensazione! 😊

    1. Ciao Sergio, anche io sono convinta che i giochi a cui siamo stati affezionati abbiamo un’anima, magari un po’ della nostra! Grazie di aver letto

    1. Ciao Cristina, è si la bimba viziata si è persa la magia del Natale. Grazie di aver letto

  8. Una bellissima favola Nataliza che un po’ mi ha ricordato lo schiaccianoci e un po’ la Freccia Azzurra, due delle mie storie preferita.
    Complimenti Virginia e grazie per il tuo racconto di Natale e di aver partecipato al Lab di Dicembre

    1. Ho passato la prova allora! Il richiamo allo Schiaccia Noci l’ho messo nel nome dello zio, sono sicura che non ti è sfuggito! La Freccia Azzurra non l’ho mai letta, rimedierò. Grazie Ricci, aspetto il tuo

  9. “Un ometto di legno con i capelli capelli bianchi e arruffati, la scrutava sotto grandi occhiali anneriti «E tu chi saresti? Scommetto che non ne sai niente di chimica èh?… e se ti dicessi che ho appena eluato degli ioni, cosa risponderesti?»”
    Questo passaggio mi è piaciuto
    Molto divertente, bravissima