
Prologo
Serie: Di ombre e luce
- Episodio 1: Prologo
- Episodio 2: Premonizioni
- Episodio 3: L’addio a Milano
- Episodio 4: Dall’Europa all’America
STAGIONE 1
Le urla della ragazza risuonano alte nella foresta, echeggiando come un richiamo che trova risposta nei versi striduli dei vencejos che volano veloci sopra di lei.
Jasy è supina, adagiata su una mo’ã, con le ginocchia sollevate e le gambe divaricate, un velo di umidità le ricopre il corpo. Il suo petto si alza e si abbassa rapidamente, mentre cerca di domare l’agitazione e invoca lo spirito della madre, chiedendole di aiutarla a sopportare il dolore che a tratti sembra attenuarsi, per poi tornare con forza, come uno schiocco che la spezza dall’interno.
Quando il tormento si fa insopportabile, le sue grida si intensificano, finché la voce non le si spezza in gola, lasciandola senza fiato. Non sa da quanto tempo si trova in quella posizione. Vorrebbe alzarsi, muoversi, sfuggire a quell’agonia, ma il dolore, che va e viene come le onde di un fiume in piena, non le dà tregua.
Si rivolge alle altre donne che la circondano, perché l’aiutino a mettersi seduta. Loro la sostengono, sollevandola delicatamente, ma presto tutto ricomincia e lei non può fare altro che sdraiarsi di nuovo e piangere lacrime che si mescolano al sudore.
In molte si sono radunate attorno a lei, partecipando al parto, un evento che nella foresta ha il sapore di un rituale comunitario. Ogni nuovo nato non appartiene ai genitori, ma a tutta l’aldea, che si prende cura di lui e lo alleva come un bene prezioso. Il suo futuro è il futuro stesso della comunità.
«Non spingere adesso, non è ancora il momento.» La voce ferma della donna anziana, seduta accanto a lei, interrompe le sue grida. La vecchia non dimostra i suoi anni: la pelle del viso è luminosa e i capelli, ancora folti e neri, incorniciano uno sguardo vivace, attento, quasi imperturbabile.
«Non avere paura, sciocca. Figli ne avrai molti, e ti abituerai presto a questo dolore.» Il suo tono è saggio, ma anche distaccato. Lei ha partorito dodici figli e sa di cosa parla. Di quei dodici, molti ne ha persi, portati via dalle febbri. Così la abuela, che conosce il dolore che genera la vita e quello che scaturisce dalla morte, parla con l’autorità di chi ha vissuto entrambe le facce dell’esistenza.
«Brava, Jasy, adesso spingi forte. Tuo figlio sta per nascere.» L’anziana sa che il momento è giunto, e le sue mani si fanno più decise. Aiuta Jasy a divaricare meglio le gambe, mentre altre due donne si assicurano che le sue ginocchia restino bene aperte. «Non stringere le cosce ora, è quasi tutto finito.»
Le grida di Jasy, così intense fino a un attimo prima, cessano all’improvviso, sostituite dal pianto acuto e vibrante del nuovo nato. È un maschio, e questo è un segno di buon augurio per tutta la comunità. Le donne intonano un canto di gioia che si leva alto verso il cielo, riecheggiando tra la vegetazione. Alcune ridono, altre iniziano a danzare con le braccia rivolte agli alberi, in un gesto di gratitudine agli spiriti della foresta.
Una bambina, che fino a quel momento era rimasta nascosta, si fa avanti curiosa, facendosi timidamente strada tra le sottane. Il suo nome è Anahí e i suoi grandi occhi scuri osservano tutto con attenzione.
«Non dovresti stare qui» la rimprovera qualcuno; ma la vecchia interviene con calma: «lasciala passare perché sarà lei a svolgere questo compito quando io me ne sarò andata.» Poi, rivolta alla nipote: «avvicinati, Anahí. Vieni a vedere.» La piccola avanza timidamente, fino a dove giace Jasy, esausta, la testa appoggiata sul grembo di una compagna e sul volto un sorriso sereno. Fra le braccia, stringe il suo bambino che, avvolto in un panno, riceve il primo abbraccio di benvenuto.
Presto il neonato sarà lavato nelle acque calde del fiume, e qualcuno informerà il padre, che, come vuole la tradizione, si coricherà sulla stuoia per giorni in un lungo riposo, affinché al figlio non capiti nulla di male.
Anahí osserva attentamente ogni dettaglio, sentendo crescere dentro di sé la consapevolezza di quel miracolo. È piccola e il sangue non scorre nel suo ventre. Molte cose le sono ancora sconosciute. Eppure, sa ascoltare e osservare, e in cuor suo intuisce il grande potere che le donne possiedono: quello di proteggere la vita. È questo, sente, il suo destino.
«Nonna, insegnami come si fa» sussurra Anahí, guardando la abuela con occhi pieni di ammirazione.
Serie: Di ombre e luce
- Episodio 1: Prologo
- Episodio 2: Premonizioni
- Episodio 3: L’addio a Milano
- Episodio 4: Dall’Europa all’America
Hai scritto una scena memorabile, intensa e visivamente potente, con una voce narrante che sa dosare lirismo e crudezza. La narrazione ha il respiro del mito e la precisione del gesto rituale. Mi piace.
Grazie Rocco, davvero felice che tu abbia letto. La storia proseguirà su due binari paralleli fino al momento dell’incontro. Appartiene alle vicende familiari di un amico e io ho il privilegio di metterla su carta. Una sfida stimolante, ma certamente non facile.
que bonito!
Gracias Julian 🙂
Bellissimo prologo Cristiana! Nuove vite, quella del piccolo nascituro e quella della piccola Anahì per un bellissimo inizio!
La vita nuova è sempre un dono per quelle economie che vivono di sussistenza. Noi, questo concetto splendido, ce lo stiamo un po’ dimenticando. Grazie Piergiorgio per la tua lettura 🙂
Che bel mondo di donne. Proseguo: avendola presa quasi all’inizio, forse questa serie riuscirò a seguirla
Vero? Che bel mondo di donne e che brave siamo noi tutte a raccontarlo. Un abbraccio Francesca.
“Anah”
Chissà se Anahi è collegata alla persiana Anahita, divinita preislamica dell’acqua e della luce?
Ciao Francesca. Ti racconto una storia 🙂
Anahi è il nome di una principessa guaranì che guidò il suo popolo alla resistenza contro l’invasione spagnola. Fu catturata, ma riuscì a fuggire. Durante la fuga ferì una delle guardie e, quando venne nuovamente catturata, la condannarono a morte.
La notte prima della sua esecuzione, mentre era legata a un palo per essere bruciata viva, Anahi cantò una melodia struggente che commosse perfino la natura. Mentre il fuoco la consumava, il suo corpo si trasformò in un albero di ceibo, dai fiori rosso sangue, simbolo di forza, coraggio e resistenza.
Abbiamo scelto questo nome perché ci sembrava il più appropriato per la nostra eroina, anche se, nella realtà, ebbe un altro nome.
Grazie mille per questa storia, non mi resta che ricambiare raccontando che in Persia sono stata per qualche tempo invaghita di un ragazzo di origini guaranì.
Io ho convissuto con una comunità, anche se per troppo poco, e alla tua nota, aggiungo un po’ di colore… Come fare perché non capiti? ☺️
Dimenticavo… adoro l’immagine che hai scelto
L’immagine è stata pensata e creata dal mio ‘amico di penna’, o meglio, da colui che ha avuto così tanta fiducia in me da affidarmi la storia della sua famiglia.
Bellissimo. Questa storia è un ritratto intenso e poetico. Le descrizioni del dolore di Jasy, i suoni della natura e i gesti rituali delle donne creano un’atmosfera immersiva. Il linguaggio, poi, è preciso e carico di simbolismo, con un ritmo che alterna momenti di tensione a pause riflessive. Complimenti!!
Grazie Tiziana, ho cercato di ricostruire la scena del parto come poteva essere Un secolo fa e all’interno di una comunità guaraní. Sono davvero contenta che tu ti ci sia sentita immersa ☺️
Bellissimo racconto. Mi sono piaciuti tantissimo i termini utilizzati, la storia in sé, e l’inizio della serie legata ad una nascita. Bellissimo racconto, ripeto. Complimenti!!!
Grazie Alfredo. Sarà una serie piuttosto controversa, come una sorta di entrata e uscita da due vite fino al loro incontro. Vediamo se riesce. Un abbraccio
Riuscirà, ne so certo. Un abbraccio anche a te!!
Qual miglior inizio per una serie, che collegarlo all’inizio di una vita?
Stile pulito, immagini dettagliate che fanno “vedere” al lettore la scena che racconti, leggendo mi sentivo un intruso che spiava l’evento. E, su tutto, il profumo caldo e dolce di tradizioni antiche.
Caro Sergio, tu sei sempre fra i benvenuti, mai intrusi. Sapere che mi leggi è sempre motivo di emozione per me, da quell’estate in cui correggevi i miei errori 🙂
Grazie di cuore
Che emozione veder nascere una nuova serie! 😻
Ho sempre trovato incredibile come tu riesca a raccontare di persone e situazioni molto lontane dalle nostre vite (ad esempio l’anziana signora che ha avuto dodici figli e dice alla partoriente “ne avrai molti”), nonostante ciò sei in grado di condurci per mano in questi mondi come fossimo i benvenuti.
In questo nuovo scenario rappresentato come un film, sono rimasta colpita dalle figure di Anahì e del neonato: lei per il suo ruolo chiave che emerge già dal prologo e lui perché è l’unico maschio in un contesto prevalentemente femminile, quasi come se questo volesse anticipare che il sesso del bambino non è casuale.
Sono contenta di intraprendere questo nuovo viaggio in terre lontane, sentendomi parte di una popolazione con radici così antiche. 😸
Certo Mary che siete i benvenuti nel mio mondo fatto di nostalgie 🙂
Anzi, da sola non saprei che fare. Il tuo commento racchiude dei complimenti davvero molto belli e per cui ti ringrazio. In effetti, Anahi genera un maschio, non a caso, in un contesto prettamente femminile. Vero è che troppo spesso il parto è considerato affare ‘nostro’, vero però anche il fatto che nella comunità di cui parlo, la nascita del maschio era ed è ancora oggi vista come una opportunità. L’importanza della donna sta proprio nella sua capacità di generare. Da noi tutto è molto diverso. Per fortuna, sotto certi aspetti e per sfortuna sotto altri. Parlarne sarà un po’ come camminare sui vetri…
La nieta que descubre el milagro de la vida. Un pasaje de la historia que trae consigo la emociòn del primero aliento y el poder de la mujer. Muy bonita la historia que promete bien.
Scusa per lo spagnolo, sei /sette mesi che non lo frequento. (lo devo riprendere al più presto, non è che io sia a chissà quale livello, però mi piace e ho intenzione di balbettarlo un pò) Un idioma che mi piace e da autodidatta ho raccolto il possibile. Poi con te è giusto ogni tanto scrivere in espanol.
Una storia profonda, e si intravede un intreccio di emozoni con le quali tu ci hai abituato a leggere i tuoi racconti. Saranno pagine intense come questa.
Gracias
Grazie Nino per l’uso dello spagnolo: graditissimo! Inutile che te lo dica 🙂
E grazie anche e soprattutto per aver apprezzato questo inizio di serie. Speriamo…
“Così la abuela, che conosce il dolore che genera la vita e quello che scaturisce dalla morte, parla con l’autorità di chi ha vissuto entrambe le facce dell’esistenza.”
Ma vogliamo parlare della bellezza di questa frase? Da pelle d’oca!
Grazie Mary 🙂
“Ogni nuovo nato non appartiene ai genitori”
Credo che questa frase, in qualche maniera, espliciti un senso di appartenenza universale che troppe volte, oggi specialmente, ci dimentichiamo! Attendo i prossimi episodi!
Nella società moderna, la maternità diventa spesso affare privato da evitare di condividere, forse e soprattutto, a mio avviso, in quanto è la stessa società che, per come oramai è costituita, ce lo impone. Ciascuno a sé, e così il figlio diventa un ‘problema da gestire’. La mia storia è invece ambientata in altro luogo e spazio dove il nuovo nato era visto come un’opportunità, una sorta di riscatto. Qui da noi è tutto cambiato. Peccato. Grazie Alberto per il tuo prezioso spunto.
Sembra stia venendo alla luce una nuova saga familiare. Le mie storie preferite, grazie Cristiana!
Grazie a te Roberto se deciderai di salire su questo treno. Un abbraccio
Un grande inizio, Cristiana. Immagini forti, vivide. Bellissimo il passaggio della conoscenza dalla nonna alla bambina: “Nonna, insegnami come si fa”. Concordo con Dea: un inizio che ha dentro una grande profondità.
Grazie Antonio. Davvero contenta che tu abbia apprezzato. La storia intende muoversi quasi ‘saltellando’ da un personaggio all’altro, da un luogo a un altro. Fino all’incontro fra i due protagonisti. Vedremo 🙂
Bellissimo vederti iniziare una nuova serie Cristiana!
E come inizio già ha in sé un significato profondo. Non so ancora come continuerà questa serie, che ruolo avranno i personaggi e il nuovo nato, ma sai che ho visto?
(Perdonami se esco dai binari e vado di libera interpretazione..)
Ho visto un allegoria al femminile. Un rito di donne, questo del parto, che mi ha ricordato le tre madri di Klimt. La giovane donna, la abuela, e questa bambina che ha in sé un compito sacro e importante: ci ho visto la Triplice Luna, le tre età della donna, tre ruoli messi a confronto, a collaborare per la vita proprio come nel simbolo della Wicca che le rappresenta.
E mi son detta, non poteva che nascere un maschietto…è l’unico in tutto l’episodio (per ora), solo soletto a portare questo benedetto “dovere” dei primogeniti maschi, ma se gli riesce di farlo è grazie a queste donne. Questo potere che ha in sé una forza più grande.
Grazie Irene. Come sai, considero questo nuovo progetto, un lavoro a quattro mani. Una storia di famiglia che mi viene raccontata come il più bello dei regali. Il mio compito non è semplice, ma lo considero una sorta di sfida. L’apertura non poteva che essere dedicata a ‘lei’ che andrà a condizionare così tanto la vita del protagonista, e così, abbiamo scelto il rituale del parto. Come noti benissimo tu, ci si immerge in un mondo al femminile che genera un maschio. Splendido il parallelo che fai con Klimt. Inutile dirti quanto io sia felice che tu salga a bordo. Un abbraccio e ancora grazie 🙂
inutile dirti quanto io sia felice di seguirti in questa nuova avventura 🙂
Grazie e spero di non deluderti 🙂
Ogni tuo colpo va a segno, Cristiana. Mi inchino.
Non inchinarti mai, Giancarlo che alla nostra età, magari non ci raddrizziamo più. Un bacio e grazie ancora 🙂
😛
“quello di proteggere la vita. È”
Ho riletto a lungo questa frase. Volevo inviarti un messaggio, commentare. Volevo suggerirti di cambiarla, in “generare” la vita. Poi ho capito che sicuramente ci avevi pensato molto prima di me e molto meglio. “Proteggere”, sì. Perché la vita non la genera l’essere umano. L’essere umano dovrebbe proteggerla, perché è un dono della natura e senza quel dono, l’essere umano si estinguerà. 👏
Grazie Giancarlo, perché ci ho davvero pensato molto e c’è qualcuno che lo potrebbe confermare…La frase originale diceva ‘generare’. Ieri sera, poco prima di pubblicare, siccome sono una lettrice maniacale di me stessa, ho fatto un pensiero rivolto alle donne, nello specifico. Ho pensato a coloro che la vita non l’hanno generata per svariate motivazioni contingentali o personali legate a una scelta. E ho pensato alle donne che la vita, invece, non l’hanno potuta generare. Allora ho voluto sforzarmi di capire quale ruolo ci fosse realmente stato assegnato. Ho pensato a me stessa e mi sono vista ‘protettrice’, prima di tutto. E a questo punto, ho potuto ‘espandere’ il ruolo a tutti gli esseri umani, ma anche a tutti i viventi. La nuova vita ci viene messa fra le mani, non importa come o con quale modalità. Sappiamo realmente proteggerla?
“Così la abuela, che conosce il dolore che genera la vita e quello che scaturisce dalla morte, parla con l’autorità di chi ha vissuto entrambe le facce dell’esistenza.”
Una frase ad effetto che scava un solco. Complimenti.
Grazie 🙂
Ciao Cristiana! Già dal prologo intuisco che sarà una serie di ampio respiro, ricca di personaggi. Sono onorato e felicissimo di poterla seguire passo dopo passo, dall’inizio, e stavolta in tempo reale! (Dato che di solito arrivo con dei ritardi imbarazzanti, a serie già terminate😅)
Grazie Nicholas e soprattutto, ricordati che quando si legge non dobbiamo mai avere fretta! Sarò comunque molto felice se ti andrà di seguire e lasciarmi la tua opinione cui tengo. Come dicevo in un altro commento, la storia me la stanno raccontando e io ho il dovere di saperla scrivere bene. Come andrà a finire, nemmeno io lo so 🙂
Una nuova serie che non vedo l’ora di seguire. Bellissima introduzione, Cristiana.
Grazie Nicola, spero davvero piaccia perché si tratta di un progetto cui tengo molto.
Sono sicuro che non mi deluderà 😉
Intanto, buona scrittura!
Buona scrittura a te 🙂
C’è questa cosa che mi infastidisce, come una scheggia sotto l’unghia: ”È un maschio, e questo è un segno di buon augurio per tutta la comunità.” Conoscendo quanto tu sia attenta credo sia una cosa veramente presente nella vita di quella comunità e questo mi sconcerta. Fosse stata una bimba portava sfiga? So che mi spiegherai e già ti ringrazio per l’aiuto nel comprendere. 🌹
Ecco…:)
Scherzo, naturalmente! Al contrario, e come ti ho già detto, ti ringrazio particolarmente per la tua ‘protesta’ che mi dà la possibilità di approfondire un discorso apparentemente scomodo. Bisogna tenere conto del valore che acquisiva la nascita di un maschio in termini di economia all’interno di un villaggio guaranì a inizio secolo. Immagina tutti gli scombussolamenti ricevuti da quelle comunità a seguito delle ondate migratorie provenienti dall’Europa con il conseguente disboscamento delle foreste. La nascita di un maschio, oltre che avere naturalmente un’importanza simbolica e ancestrale (questo appartiene in realtà a molte culture), significava forza lavoro valida e anche un guerriero da impiegare in eventuali scorribande a difesa del proprio villaggio. La nota curiosa, sta nel diritto che il padre aveva di riposare per giorni senza fare nulla dopo la nascita del proprio figlio, come se l’avesse portato in grembo e poi partorito lui stesso. E nel dovere di farlo in quanto, se qualcosa di male fosse accaduto al padre in quel periodo, avrebbe avuto ripercussioni sul bambino; di conseguenza era interesse della comunità preservare la salute del padre mettendolo, in un certo modo, ‘a riposo’ su una amaca e lontano dai guai. Le donne, pur avendo la loro importanza, risultavano una comunità all’interno della comunità, come se fossero ’a sé’. Oggi le comunità guaranì sono poche, poco popolate e poco tutelate. Ho avuto la fortuna di avvicinarle e, osservando, di capire quanto sia importante accettare usanze diverse dalle nostre, dicendo a me stessa che dall’interno le cose cambiano profondamente ed è importantissimo spogliarci dei nostri pregiudizi e diventare invece osservatori. Da quella posizione, si impara e si cresce tantissimo. Grazie Giuseppe.
Grazie a te, Cristiana, per la spiegazione, ora mi è tutto chiaro. Certo che gli uomini le inventano tutte per scansare le fatiche! 😁😂😁 scherzo!
Esatto!!! 🙂
Non sono una donna, ma credo che sia da benedire chi ha inventato la peridurale 😀
Battute a parte, hai scritto un prologo molto “cinematografico” e ti è venuto bene: leggendo si vedono automaticamente le immagini di quello che hai descritto.
Suscita curiosità la presentazione: storia di un anarchico e di un’indigena. Mi porta a pensare che il racconto sarà ambientato verso gli anni venti del secolo scorso. Come non seguire una storia con tali premesse?
P.S. Non sono riuscito a trovare la definizione di mo’ã, anche se grossomodo si capisce cos’è.
Caro Francesco, come sempre tu vedi oltre e riesci a entrare nelle storie. Esatto, si tratta di una storia realmente accaduta all’inizio dello scorso secolo. Una storia di migrazione, di quelle che, nonostante il tempo passi, si somigliano fra loro. Il termine che sottolinei, in lingua guaranì, significa letteralmente ‘coperta’. Questa storia è un regalo, il mio compito è quello di raccontarla bene. Grazie
Stupendo questo prologo! Mi ha colpito l’idea che il nuovo nato non appartenga solo ai genitori, ma all’intera comunità. In un contesto simile sarebbe meno terrificante mettere al mondo un figlio (dal momento che se ne occuperebbero tutti insieme).
Hai perfettamente ragione e questo è il sistema educativo che appartiene alle economie di sussistenza. È certamente sbagliato immaginare che sia legato al passato in quanto, ancora oggi, se ne trova riscontro in molte culture. Un aiuto per i genitori, un supporto per la donna che, troppo spesso, finisce col sentirsi sola. Grazie Arianna.
Inizio conciso e fluido che catapulta immediatamente nel contesto. Promettente,
Grazie Guglielmo. Ho il compito di scrivere bene questa storia. Vediamo se ce la faccio 🙂
Ho sentito l’odore di sudore salmastro, in mezzo alle parole.. ho percepito il respiro affannato di una nuova vita, nella umidità di un luogo così lontano da noi..
Ciao Furio. Volevo che questo prologo fosse una sorta di fotografia di un attimo. Da un angolino fa capolino una bimba che vedremo crescere. Grazie per la tua lettura. Un abbraccio.
Come sempre trametti immersività. Il dolore del parto si percepisce. Potrei anche sbagliarmi, il racconto fa sentire parte del rituale sacro.
Ciao Giuseppe. In questa storia dovrò riuscire a gestirmi fra la razionalità del mondo ‘occidentale’ e la spiritualità delle comunità originarie. Non sarà però uno scontro, bensì un incontro. Spero di esserne capace.
Tu puoi!
Una sorpresa davvero gradita questa tua nuova serie. Un primo episodio molto coinvolgente. Una incipit efficace che mostra la scena senza parlare in modo esplicito di doglie e parto.
Un finale che presenta una piccola donna, a completare il cerchio femminile in tutte le fasi di vita.
“Di ombre e luci” é un gran bel titolo e sono certa, anche un grande bel lavoro l’intera opera.
Grazie Maria Luisa. La scena del parto mi sembrava la giusta metafora per iniziare a raccontare questa storia dove gli eventi di un’epoca dovranno intrecciarsi con la spiritualità delle popolazioni indigene. La nascita accomuna ogni civiltà nel suo valore intrinseco, anche legato alla sopravvivenza. Per quanto riguarda il titolo, sono felice ti piaccia perché, confesso, piace anche a me e al mio compagno di viaggio 🙂
“Alcune ridono, altre iniziano a danzare con le braccia rivolte agli alberi, in un gesto di gratitudine agli spiriti della foresta.”
Quanto mi piace questa usanza. E come l’hai descritta bene.
La danza è gioia, in ogni cultura. Il corpo è espressione. Allora, perché non usarlo?
“Le donne intonano un canto di gioia che si leva alto verso il cielo, riecheggiando tra la vegetazione.”
Bellissima immagine.
Grazie 🙂
Ben scritto, come da sempre ci ha abituato Cristiana. Attendo, con impazienza, l’anarchico italiano.🌹❤️🌹
A brevissimo… 🙂
Ma che bello Cristiana! Queste sono le tue atmosfere, si respira la magia e i profumi di un luogo e un popolo lontani. Mi hai già conquistata ed emozionata, non vedo l’ora di leggere il seguito☺️
Grazie Melania. Mi fai un bellissimo complimento. Perché, in fin dei conti, saper sperimentare è bello ed è motivo d’orgoglio quando ti scopri capace, però, tornare alla nostra copertina confortevole è sempre una coccola 🙂