Quello che cambia 

Serie: Le cose che non cambiano

Quando mio nonno è morto erano poche le cose di lui che volevo, così poche che ai miei occhi apparivo realmente essenziali.

I suoi libri, i suoi infiniti libri sparsi per la libreria verde smeraldo, le sue macchine da scrivere di anni diversi ma tutte e due grigie e il suo giradischi con il vinile di De André che non so perché, da piccola ascoltavo in ripetizione sulla moquette azzurra del suo studio, giocavo con dei vecchi birilli colorati e delle mini palle da bowling, mi creavo un percorso, trovavo un vecchio cestino di nonna, ci mettevo dentro tutto e salivo sulla cyclette e al posto di allenarmi la usavo come mezzo di trasporto da una fantasia all’altra, a volte andavo per funghi, altre volte a far la spesa oppure semplicemente a visitare le città d’are, così birilli e palle erano o funghi o alimenti da mangiare o oggetti di quelle città, pedalavo e mi trovavo nel centro di Parigi, io piccolissima e lei enorme mentre ‘Bocca di rosa’ suonava calda e trionfante dal giradischi poco lontano da me.

Cosa ne poteva sapere una bambina della donna narrata in quella canzone, decisamente nulla, eppure a me piaceva quella musica che montava solenne intanto che ero lì a immaginarmi i quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi, credo sia uno dei rari ricordi che ho di quei momenti a casa di mio nonno, momenti in cui ancora ero serena, in cui mia nonna era già malata e non parlava più, ma si pensava ancora che qualcosa potesse cambiare e nonno non si era ancora ammalato anche lui e lo vedevo sempre con la punta degli occhiali sul naso a schiacciare quei tasti veloci sulla tastiera, mentre un computer nuovo lo guardava spento e inusato e lui lì, su quella macchina da scrivere a correggere vecchi lavori, a far quadrare conti, giù a premere veloce.

Scriveva veloce, mangiava veloce, ragionava veloce, era nevrotico, come lo è mia madre, come lo sono un po’ io, ma il loro nervosismo, la loro energia, è un qualcosa di produttivo, vitale, io invece con il nervoso ci rimugino, gioco al pensiero del rimpianto, rifletto, analizzo ogni sillaba, ogni se, forse per questo io scrivo.

Forse proprio per quei tasti io ho sempre desiderato quelle sue macchine da scrivere.

Tic, tac, pausa lunga, un rullo che scivola, una parola che nasce, un punto che si mette, su un foglio bianco sono così facili da mettere i punti, stendere una fine, nella vita invece non ne siamo capaci, anche quando arriva da sola, anche quando guardando quelle macchine da scrivere nonno non c’è più.

Seduto davanti a quella macchina da scrivere io lo guardavo sempre, ero ipnotizzata da quel rituale di parole ed ero anche incredula di vederlo scrivere sempre con la stessa macchina, quella che diceva essere l’Olivetti lettera 22, di Olivetti ne aveva anche un’altra, più bella e nuova e tecnologica a corrente, con le lucine verdi e il rumore degli aggeggi elettronici, e aveva una computer nuovissimo che lui non voleva mai usare e per una come me, nata negli anni novanta in cui il computer era una dotazione incorporata con il proprio essere, sembrava impossibile che un uomo come lui, così moderno e all’avanguardia, non cedesse nemmeno di uno sguardo a quello che era ormai il futuro della comunicazione per tutti noi.

Abitavo distante da mio nonno, probabilmente anche per quello i ricordi sono pochi e sono legati ad alcuni momenti circoscritti e con lui il rapporto non era mai tenero ed espansivo.

Lui sostanzialmente non mi capiva con gli smalti scuri sulle unghie fin da bambina e mia madre che in me rivedeva le stesse lotte che aveva passato lei stessa, ed io banalmente non comprendevo lui, perché un uomo che leggeva così tanto non poteva capire che non mi interessava granché dei calcoli e di alcune parti della storia?

A me piaceva l’arte, la musica, il luccichio da palcoscenico, le parole dei cantanti in cui fare le giravolte, anche su quelle tristi come quelle di De André.

Se sapevo a memoria le parole delle canzoni o tutti i nomi degli attori, nonno mi diceva sempre:

“Possibile che i cantati li sai tutti ma non sai nemmeno con chi confiniamo?”

Ed effettivamente la geografia non è mai stato un mio punto di forza, forse perché fin da quei momenti confondo spesso la destra con la sinistra o perché ho un senso dell’orientamento che non va oltre la traiettoria dell’ombra del mio naso.

Sono rimasta la bambina che per andare a Parigi usa la cyclette da palestra e molta fantasia mentale, quella che al posto di leggere una cartina stradale di carta o di chiedere, “Hey Google, portami a Parigi”, si perde nei dettagli di un finestrino senza capire come ha fatto ad arrivare fino a quella destinazione.

Io e nonno quindi difficilmente avremmo potuto capirci.

Lo stimavo molto, la sua non era solo o sempre una durezza cattiva, era una persona intransigente perché integerrima, di valore, come il ruolo di comandante di polizia amministrativa richiedeva, ed era intelligente e colto, leggeva di tutto, si informava di ogni cosa e aveva una fede incrollabile, tanto da costruire lui stesso una delle Chiese della nostra città, ma alla mia età di allora, parole come stima o valore non si associavano a quell’idea di tenerezza che i bambini hanno, così forse dentro me mi aspettavo solo che al mio sapere le canzoni a memoria, lui si limitasse a cantarle con me.

Questo non sarebbe mai successo né mai appunto è accaduto e allora io, ogni tanto, nonostante questo nostro non comunicare gli chiedevo perché scriveva sempre e solo con la ‘Lettera 22’.

Lui alzava gli occhi con uno sguardo severo verso di me e poi sorrideva.

“Perché è la macchina dei giornalisti.”

Questa sarebbe rimasta la sola e unica risposta che avrebbe continuato a darmi negli anni a venire, mentre io continuavo a non capire.

Arrivavano internet, i dischi, gli mp3, le chiavette usb, le macchine fotografie digitali e i cellulari enormi nelle mani, ma lui quella cosa lì del giornalista l’associava sempre alla macchina da scrivere, agli errori che non si cancellano in un attimo, al profumo nitido della carta che senti subito, a nessun aiuto di ortografia automatico, perché se togli il ragionamento libero del pensiero, annulli la possibilità di accrescere il sapere. Era così che pensava.

Del fatto che nonno volesse diventare giornalista non sapevo nulla finché un pomeriggio qualunque fatto di ricordi e bicchieri di vino rosso, mia madre me lo disse spontanea, così come mi raccontò dell’estrema povertà, della guerra, dell’impossibilità di continuare gli studi che voleva.

L’uomo che ho conosciuto io, benestante e forse anche ricco, acculturato e con una posizione di prestigio, era quasi inconciliabile con la figura che si stagliava, a poco a poco, nei racconti di mia madre.

Esisteva quindi questo filo conduttore della scrittura nella nostra vita, mi ero sempre chiesta perché scrivessi, e anche tutte le persone che conosco hanno sempre amplificato questa mia domanda, perché scrivi?

Ed io che ne so, vorrei dire, forse certe cose le hai dentro e basta. Accadono come accade tutto quello che scorre lungo il tempo, che tutto nasce sempre dentro a qualcosa o a qualcuno. 

Serie: Le cose che non cambiano
  • Episodio 1: Quello che cambia 
  • Episodio 2: Quello che non cambia 
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    Discussioni

    1. “Tic, tac, pausa lunga, un rullo che scivola, una parola che nasce, un punto che si mette, su un foglio bianco sono così facili da mettere i punti, stendere una fine, nella vita invece non ne siamo capaci, anche quando arriva da sola, anche quando guardando quelle macchine da scrivere nonno non c’è più.”
      Non mi permette di evidenziare questa frase perchè troppo lunga, ma la trovo stupenda

    2. “I suoi libri, i suoi infiniti libri sparsi per la libreria verde smeraldo, le sue macchine da scrivere di anni diversi ma tutte e due grigie e il suo giradischi con il vinile di De André”
      un’eredità favolosa ❤️