Quello che non cambia 

Serie: Le cose che non cambiano

A nonno che volevo fare la scrittrice glielo dissi un pomeriggio quando, io già cresciuta e lui già malato, tornai a trovarlo, senza mamma o papà, per dirgli che avevo deciso di fare il liceo classico e che a parte i miei genitori, avevo tutti contro in quella scelta, troppo difficile per una che alla fine ha la testa piena di canzoni e nomi di attori.

Ma io, esattamente come anni prima sulla cyclette, con la mente ero già a passeggiare per la Grecia o l’antica Roma, mentre la grammatica latina ricordava la logica matematica e per la prima volta la matematica mi piaceva.

Ricordo perfettamente com’ero vestita, un maglione di Zara turchese acceso e dalle spalle scoperte, dei jeans a pinocchietto bianchi e le Adidas Gazzella con la zeppa bianca, i capelli biondi erano scalati e fonati come in un videoclip degli ottanta, perché a quindici anni non sai ancora che stile avere nel tuo presente.

-Quindi farai il classico. Ma per fare cosa dopo?

La sua voce ancora scettica mi faceva tentennare la voce.

-La scrittrice, o la giornalista.

-Ne sei sicura?

-Sì, ne sono sicura.

Effettivamente a parte le varie oscillazioni tra fiorista e modella, una volta cominciate le elementari, non avevo mai immaginato un lavoro diverso dallo scrivere.

-È la prima volta che ti sento veramente convinta di qualcosa. Ne sono contento.

Intanto nelle mani stringeva il libro che gli avevo appena regalato, “Chi è morto alzi la mano” di Fred Vargas, con dentro una dedica scritta in latino che già mi faceva sentire fiera di quello che stavo facendo.

‘Gutta cava lapidem’

Che noi possiamo volgarmente tradurre con la goccia scava la pietra, come a dire che la costanza vince sulla forza, perché lui con un cancro nell’interno delle ossa doveva ancora lottare molto per rimanere dentro questo tempo.

Per leggere realmente quel libro ci ho messo quasi altrettanti quindici anni, scoprendolo poi uno dei miei preferiti di tutta la vita.

Quel giorno in libreria ignara di chi fosse l’autrice non so perché per nonno scelsi proprio quello, forse perché lui amava i gialli, per il rimando alla morte o forse anche per l’enorme faggio evocativo bianco e nero che Einaudi aveva sapientemente messo in copertina, quel giorno sapevo solamente che avevo voglia di dare a mio nonno qualcosa di me prima che morisse e che almeno leggendolo potesse capire meglio chi ero.

Mio nonno quel libro non lo lesse mai, rimase silenzioso nella libreria verde aspettando di essere nuovamente nelle mie mani.

Prima che lo leggessi io dopo molto anni quel libro era ancora intatto e oggi insieme a qualche altra collezione di thriller e le sue due macchine da scrivere è tutto ciò che mi rimane materialmente di lui.

Il giradischi, i vinili che tanto ho amato, gli altri libri, gli appunti e alcuni quadri che ricordo come fossero fotografie veritiere dei miei momenti nel suo appartamento, li ha portati via mio zio prima ancora di dire qualcosa a mia madre, prima ancora di decidere insieme cosa fosse giusto che entrambi tenessero.

A volte mi chiedo se qualcuno ascolta ancora ‘Bocca di rosa’ tanto quanto l’ascoltavo io da bambina.

Ieri su Facebook ho pubblicato le foto delle sue macchine da scrivere sul tavolo della mia camera che è anche il mio studio, ottenendo veramente tanti like, qualcuno mi ha scritto tuo nonno è moderno, e con un dolore atroce e così inaspettatamente attuale, ho dovuto correggere quell’essere presente, con un’era passato.

Il mondo oggi con un tocco di istante digitale entra dentro casa tua anche se chi digita arriva da Parigi, è una specie di teletrasporto sterile, ancora molto labile sul teletrasmettere i profumi e il calore degli abbracci, ma non è male come simulazione.

Forse io sulla cyclette diretta a Parigi non avevo guardato il mondo in modo così utopico, ormai non sono più gli anni di mio nonno e neppure quelli delle mia infanzia, quelli che scorrevano nel lato autentico delle matite e della macchine da scrivere, oggi bisogna convivere con il fatto che se non pubblichi una versione del tuo scritto come formato ebook, non sei commercialmente attrattivo.

Ho avuto possibilità di diventare giornalista e non l’ho fatto.

Mi sto ancora dando possibilità di essere scrittrice e ci sto provando.

E adesso che quel quindici si è raddoppiato e ho quasi trent’anni, mi chiedo cosa direbbe mio nonno di ciò che sono oggi, l’unica volta che l’ho visto fiero di me era quando gli stavo prospettando quel futuro e adesso che quel futuro è arrivato, mi sembra di poter dire che non rappresenti nemmeno il mio presente, anche se dentro sono sempre colma di canzoni e nomi di attori e ogni tanto giro a destra convinta che sia sinistra, e forse è proprio questo il punto, cambiano i tempi e i mezzi ma non si scappa da se stessi.

L’Olivetti lettera 22 ho provato ad usarla, ma ad ogni tasto schiacciato avevo paura di fare troppo forte, più forte di nonno con le mie unghie lunghe e di cancellare un pezzo di lui, è in una vetrinetta, lontana da polvere e smalti rossi.

L’altra Olivetti è posata alla sinistra della mia scrivania di legno rossiccio, che non è altro che il tavolo da pranzo di mio nonno che mamma ha scartavetrato per renderlo come stile meno pesante dal suo originale laccato scuro.

È lì, mi guarda, ho pensato tante volte di usarla, ma l’unica cosa che ho scritto è stata la prova quando l’ho riaccesa, “LA SIGNORA IN GIALLO” e questo solo perché in quel periodo mi stavo riguardando tutte le puntate della serie tv, ed è rimasta lì così, con quella scritta in alto e centrale, scritta tutta maiuscola come fosse il reale inizio di un nuovo romanzo.

Potrei dare mille spiegazioni del perché non la uso, come il fatto che non voglio rovinare nemmeno questa macchina da scrivere, ma la verità è che la mia generazione è molto poco abituata a tutto questo, noi abbiamo bisogno di postare, cancellare, editare, in una maniera fulminea e preservativa, abbiamo paura di non farcela da soli, nonno scriveva veloce perché aveva pochi dubbi su stesso, noi invece non ci sentiamo mai adatti in quello che facciamo, in ciò che siamo.

Le macchine da scrivere sono come le vecchie Polaroid, è un subito troppo lento, mentre noi giovani continuiamo a vivere un adesso di usa e getta persistente.

Chi parte da una tastiera che incide sulla carta per arrivare ad un ebook?

Non siamo capaci di aspettare, di editare realmente, di fare una fatica maggiore, abbiamo in bocca le canzoni e ci piace pensare che Instagram sia come la mia cyclette da bambina, ci porta in un attimo per le strade di Parigi, chic ed easy.

La nostra comunicazione cambia sempre, per una forza motrice che la vita ci scaraventa addosso, ossia l’andare avanti, mia madre non parla con me nel modo in cui nonno parlava con lei, esattamente come io non parlerò a mia figlia con i modi che mia madre ha con me, anche se latenti da qualche parte ci trascineremo i loro dialetti e i loro modi di dire, magari cambiandoli leggermente e facendoli più nostri, come una nuova piccola tradizione.

Ed è strano considerare come per una notizia attuale dovevamo aspettare giorni per saperla e oggi la sappiamo mentre accade o quasi prima ancora che sia accaduta realmente.

Cosa dunque non cambia mai?

Forse il fatto che abbiamo sempre qualcosa da dire e che comunicare ci è necessario a vivere, a sapere che esistiamo.

Ciò che mi piace pensare, ricordando mio nonno che non hai mai usato il computer ed io che non userò mai la sua macchina da scrivere, è che la comunicazione è il mezzo stesso mentre ciò con cui comunichiamo è solo la modalità con cui scegliamo di farlo, erano i segnali di fumo, i picconi viaggiatori, le corriere, i vaglia postali e ora sono schermi bianchi in cui trascriviamo di tutto, eppure io e mio nonno ci siamo seduti davanti ad una tastiera per lo stesso identico motivo, per dire qualcosa.

Per questo quando salgo in camera e vedo la Olivetti grigia sul tavolo che mi osserva, penso che è essenziale che stia lì, come forse, anche se non lo avrebbe mai ammesso, era essenziale per nonno avere davanti quello schermo spento, futuro e passato ci corrono accanto solo per darci una visione più nitida del presente, per farci trovare nell’adesso la nostra dimensione, non so con che cosa scriveranno i miei figli nei prossimi domani, ma immagino che le cose che diranno saranno sempre le stesse, che due più due fa sempre quattro, che il sole è caldo e la pioggia è umida, che il suono del primo ti amo rimane impresso come una canzone infinita, che le canzoni si ricordano a memoria mentre i testi di storia non entrano in testa, che forse abbiamo sbagliato, che qualcuno è nato, che qualcun altro è morto, che abbiamo sempre voglia di farci una foto ricordo.

Che a pensarci, le cose che non cambiano, sono sempre le più belle da dirsi. 

Serie: Le cose che non cambiano
  • Episodio 1: Quello che cambia 
  • Episodio 2: Quello che non cambia 
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    Discussioni

    1. Anche la zia con cui ho vissuto ha una macchina da scrivere degli anni ’50. Come molti altri oggetti l’ho sempre osservata con venerazione; non ricordo se da bambina ho mai pigiato un tasto per giocarci. Era affascinante vederla pigiare sui tasti in fretta, il ticchettio ritmato era simile a una musica: un sottofondo. I mezzi cambiano, l’importante è riuscire ad esprimere se stessi. Quelli a non cambiare sono i sentimenti

    2. “Non siamo capaci di aspettare, di editare realmente, di fare una fatica maggiore, abbiamo in bocca le canzoni e ci piace pensare che Instagram sia come la mia cyclette da bambina, ci porta in un attimo per le strade di Parigi, chic ed easy.”
      Questo passaggio mi è piaciuto

    3. ps: correva l’anno 198x (credo fosse l’85, 86…), ed io facevo la prima comunione (terza elementare). Mia nonna mi regalò quello che all’epoca desideravo più di ogni giocattolo (al punto che andai io a sceglierla coi miei genitori): una macchina da scrivere Singer, che ho ancora.
      Su quella macchina ho scritto gli articolo di un giornalino in copia unica di cui i miei genitori erano gli unici lettori, ed i miei primi racconti (che purtroppo non trovo più!)

    4. “Ieri su Facebook ho pubblicato le foto delle sue macchine da scrivere sul tavolo della mia camera che è anche il mio studio, ottenendo veramente tanti like”
      molto realistica questa immagine da social!