Quell’ultimo raggio di sole

Ero ormai stufo di pensarci. Avevo valutato pro e contro e avevo deciso che era ora di lasciare la città.

Ne parlai con Patrick, l’unico amico ancora vivo, ma solo per avere conferma della sua benedizione.

«Vieni anche tu» gli proposi, già sapendo cosa avrebbe risposto.

«Non posso, qualcuno ha bisogno di me, qua.»

«Lo so. Mi mancherai»

«Ovvio. Sentiamoci»

Ci abbracciammo con reciproca gratitudine.


Attesi l’accredito in banca del ricavato della vendita dell’appartamento, pochi soldi. Chiusi i contratti delle varie forniture e portai libri e dischi ad Alice, una delle poche persone che aveva ancora speranze e si dava da fare tenendo aperta una biblioteca solidale. Mi ringraziò commossa e anch’io, carezzando la copertina di “Furore”, sentii bruciore agli occhi.


Non avevo altri addii.

Caricai nel bagagliaio due valige di vestiti, la borsa con il computer portatile e le memorie esterne e uno scatolone con le poche cose alle quali tenevo, perlopiù ricordi comprati nei viaggi con Ester.

Chiusi la portiera: tutti i miei anni erano in quell’auto, tutta la mia vita ben incisa nella mente.


La casa che avevo scelto era modesta, circondata da abeti e con una bella vista del lago in fondo alla valle.

Non c’era nessun’altra abitazione nelle vicinanze e il paese più vicino distava venti chilometri.


Mi era costata poco, ma renderla abitabile aveva prosciugato i miei conti. L’ingegnere del posto, interpellato per dotarla di impianto elettrico e idraulico, non parlò molto: ispezionò con cura ogni angolo, fece fotografie col cellulare e annotò misure e appunti sulla sua agenda.

«Il mio lavoro ti costerà quattromila dollari, di tutto il resto avrai regolare fattura,» tamburellò con la penna sul tavolo «con sessantamila dovremmo farcela, comprese le spese burocratiche. Termine lavori in quaranta giorni.»

Fu di parola e alla fine, il conto, compresa la sua parcella, fu di poco inferiore al preventivo. Offrii la cena a lui e ai tre artigiani che non si erano risparmiati.

«Da cosa fuggi?» mi domandò David, il più giovane.

«Dalla casa di riposo» risposi senza sorridere «e da un mondo che non capisco più e non ha bisogno di me».  Durante i lavori ero stato per loro solo un pignolo rompicoglioni, ma ora vedevo simpatia nei loro sguardi.  Anche Mike, l’ingegnere, distolse gli occhi dal cellulare: «Il mio numero ce l’hai, se serve chiama, anche solo per ringraziarmi».


Tutto funzionava bene, anche internet dal satellite non dava problemi. Televisione e radio erano assenti, per scelta. La prima sera brindai alla nuova casa, poi indugiai sul bicchiere ricordando un po’ di passato. Avrei voluto ci fosse anche Ester a dividere il vino con me, ma la vita fa ciò che vuole senza prendere in considerazione i tuoi desideri.


«La tua scelta è quella giusta, siamo stanchi di tutto.» Patrick era triste.

«All’inizio mi sentivo in colpa, ti stavo abbandonando.»

«Sono io che non ti ho seguito.»

«Non potevi.»


Non ero sparito solo per evitare la casa di riposo, non reggevo più l’assurdità del mondo, la violenza, la sopraffazione, la mancanza di attenzione e rispetto nei confronti dei bimbi e degli anziani, la falsità dell’amore solo predicato e il massacro giornaliero ed esponenziale della natura. Basta! Avevamo lottato e perso: non l’avremmo mai cambiata questa umanità, non c’era più tempo.


«Ci siamo, Ethan, in Asia hanno acceso i fuochi.» Patrick era eccitato.

«Peccato! Speravo di godermi più a lungo la vista del lago.»

«Se succede avrai mesi, ma non saranno piacevoli»

«Ho di che abbreviare i tempi.»


Sul web avevo incontrato una variegata umanità che aveva scelto di isolarsi. La maggior parte erano survivalisti armati di tutto, tranne che di buon senso e un’altra parte consistente era composta da fanatici religiosi che prevedevano una nuova genesi. Con i pochi lucidi e disillusi come me si riusciva a parlare e avevamo creato una sorte di rete che generava una confortante solidarietà.


«Qua è dura Ethan, i negozi sono tutti chiusi, la gente saccheggia e si spara per le strade. Non avremo energia e segnale telefonico per molto. Non ho più medicine. Ora andremo a dormire, per sempre.»

«Amico mio,» esitai «abbraccia Daisy per me.»

«Lo farò. Grazie di esserci stato.»


Un rapido giro sul web confermò le parole di Patrick, in ogni parte del mondo accadevano le stesse cose. La danza macabra era iniziata.


Mi sedetti in giardino, gli occhi verso il tramonto sul lago, aprii con cura la preziosa bottiglia di Sassicaia che io ed Ester avevamo portato dal nostro viaggio in Italia, ne riempii due bicchieri e brindai con lei.


Col secondo sorso imboccai la scorciatoia.


Mi commosse quell’ultimo raggio di sole al tramonto.

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