Questione di scelte

Serie: L'imperatore dei Mari


Una sfera dai bordi deformi fluttuava davanti Sei. Era la cosa più fantastica che il ragazzo avesse mai visto. Provò a toccarla con un dito. La bolla si ritirò. poi una voce, dal nulla, disse: «Sarebbe molto pericoloso concederti di toccarmi. La mia potenza potrebbe folgorarti e io non voglio.»

«Chi parla?» Chiese Sei guardandosi in torno.

«Ma io, chi altro altrimenti.» Rispose la voce femminile di prima.

Sei guardò la sfera: «Tu?»

«Esatto. Sorpreso?»

Sei annuì.

«È sempre un piacere non essere scontata, la meraviglia nei tuoi occhi mi riempie di gioia», disse la sfera diventando per qualche secondo ancora più luminosa, «grazie.»

«Perché mi ringrazi? Non ho fatto niente.»

«Mi stai dando l’opportunità di parlarti, con estrema calma e serenità. Non tutti riescono a controllare l’emozione del mio incontro.»

«Perché dovrei essere emozionato, non capisco.»

«Oh dolce, piccolo, umano. Questo mi rattrista», il tono dei colori diminuì, «vuol dire che non hai la minima idea di chi io sia.»

«Nemmeno lontanamente.»

«Eppure, il titolo del libro che tieni in mano lo enuncia a chiare lettere.»

«Ma io,» iniziò a dire Sei, quasi vergognato, «ecco, io non so leggere.»

«Poco male, almeno non ti sarà infuso un pregiudizio.»

«Pregiudizio?»

«Sì, la seconda parte del titolo non è veritiera.»

«Perché cosa c’è scritto?»

«Adesso non ha molta importanza, tu devi solo fidarti di me, molto presto, quando sarai in grado di leggere, ti prego di non prendere troppo sul serio le cattiverie scritte su di me. Me lo prometti?»

«Buffo,» disse Sei «incontro sempre persone, Dèi, oppure cose in cerca di promesse. Come posso promettere qualcosa se non ho nemmeno idea di chi tu sia o dell’importanza della mia promessa?»

«Dèi hai detto? Sono nelle vicinanze?» Chiese la sfera iniziando a lampeggiare, come se fosse preoccupata.

«No. Qui al fortino siamo solo in sei, proseliti di Xenxo, il Dio del vento.»

«Interessante. I mascherati quindi sono dei religiosi.»

«Anche io lo sono.» S’indispettì Sei.

«E perché non porti la maschera allora?» Chiese saccente la bolla.

Sei si accorse di non indossarla, o meglio l’aveva alzata sulla testa. L’abbassò subito con un senso interiore di colpa.

«Che fai? Ti nascondi? Hai paura di mostrati? Ormai ti ho visto, l’ho memorizzato bene il tuo volto.»

«Non mi nascondo. Rispetto solo le regole.»

«Sei un proselito molto diligente allora. Come hai detto che ti chiami, mio piccolo amico?»

«Non te l’ho ancora detto, non ho intenzione di farlo finché non ti presenterai tu per prima e non sono tuo amico.» Rispose stizzoso Sei.

«Quanto nervosismo. Tuttavia hai ragione, che sbadata. Ho proprio dimenticato a dirti chi sono. Il mio nome è Magia.»

«Magia?» Chiese il ragazzo indietreggiando.

«C’era d’aspettarselo da un religioso. I mascherati ti hanno già fatto il lavaggio del cervello.»

«Non c’entrano nulla i miei confratelli.»

«Ah no? E chi allora?»

«Io sono nato religioso, i miei genitori mi hanno sempre insegnato la retta via degli Dèi.» Disse Sei interrompendosi bruscamente, forse aveva parlato troppo. D’altronde era un buon segnale, se quella sfera era in grado di suscitare in lui un senso di difesa verso gli Incappucciati voleva dire che stavano facendo un buon lavoro con lui e che in fondo gli era grato, non capiva ancora per cosa, ma gratitudine e riconoscenza era quello che stava provando in quel momento come anche appartenenza.

«E chi sarebbero i tuoi genitori.»

«Non ha la minima importanza.»

«Come vuoi, figlio di Jark.»

Sei divenne gelido, immobile, gocce di sudore iniziarono a scendere dal volto e gocciolare dal mento come acqua dalle stalattiti.

«Che ti prende?»

«Sei. Il mio nome è Sei.» Disse macchinalmente il giovane.

«Piacere di conoscerti, Sei, figlio di Jark, il rinato, dominatore di tornado, custode degli arcipelaghi. Dovrebbe essere così il tuo nome completo, o almeno finora.»

«Che vuol dire?»

«Non ha molta importanza.»

«È già la seconda volta che lo dici.»

«Cosa?»

«Che qualcosa non ha molto importanza, quindi perché le dici?»

«Sono solo parole.»

«Non sono solo parole,» urlò Sei «le parole sono importanti, hanno un loro peso, un loro significato, se vengono dette c’è sempre un motivo!»

«Bene. Visto che ci tieni a saperlo», disse la bolla con noncuranza, «il tuo destino è grande. Meravigliose avventure e opportunità aspettano solo di essere vissute e colte. Non hai nemmeno idea delle grandi cose a cui sei destinato.»

«Ognuno di noi è artefice del proprio destino, siamo noi a scegliere.»

«E questo chi lo dice? La tua religione? I tuoi confratelli? O la tua famiglia?»

«Lo dico io.»

«Povero ragazzo. Mi hai delusa. Credevo che fossi un tipo tosto, invece mi sbagliavo, i tuoi occhi sono obnubilati, e quella maschera non ti aiuta di certo a vedere meglio.»

«Io ci vedo benissimo.» Scandì ogni parola con determinazione.

«Se cosi fosse, allora, bene. Non ti dirò mai di controllare dentro il baule custodito in questa stanza. Solo quando lo aprirai il tuo destino andrà avanti e sarai in grado di lasciarti alle spalle questo fortino. Sempre che tu lo voglia, forse hai ragione tu, è una questione di scelte.»

«Quale baule?» Chiese stizzoso.

«Ecco, sempre la solita sbadata. Non ha importanza adesso.» Magia concluse la frase con un tono tra la sfida e la cattiveria.

«Lo hai rifatto. Che nervi!» Sei strinse i pugni.

«Ti faccio un dono per farmi perdonare.» Disse la sfera assumendo nuovamente il tono mellifluo di prima. Una bolla colorata come l’arcobaleno, grande come una biglia, si staccò da Magia, oltrepassò la maschera di legno e si insinuò nel capo di Sei.

Il ragazzo alzò la maschera e provò a togliersi di dosso quella bolla sfregando la fronte.

«Ormai è dentro di te. È una capacità. Domani te ne accorgerai, Sei. Adesso devo andare.» Magia tornò dentro il libro, che si aprì in due e iniziò a svolazzare, muovendo le pagine come le ali di un uccello, fino al suo posto nello scaffale, poi la luce si spense e tornò il buio.

Pochi secondi dopo la porta della sala della cultura si aprì, cinque torce illuminarono la stanza. Una voce chiese: «Sei?»

«Sono qui.» Rispose il ragazzo con il cuore pieno di gioia.

«Perché non sei nella tua cella? Ti avevo detto di rifugiarti là.» Lo rimproverò Uno.

«Non ho sentito le tue parole, il vento era troppo forte», si giustificò Sei, «temevo che la pergamena con le lettere andasse persa o distrutta, quindi ho pensato che fosse giusto rimetterla al suo posto.»

Due si avvicinò al ragazzo, gli accarezzò la cresta e la testa rasata poi disse con voce dolce: «Uno ha ragione. Il miglior posto dove rifugiarsi è sempre la propria cella, e pregare Xenxo.»

«Non succederà più, lo prometto.»

«Ne sono sicuro.» Disse Due abbassandosi per prendere la pergamena, quando la sua attenzione fu attirata dalla spalla del giovane «Ma tu sanguini, cos’hai fatto?»

«Sono caduto dalla scala, non è niente.»

«Invece sì, la dobbiamo medicare.»

«Solo un graffio,» disse Sei con noncuranza «non ha importanza adesso», il ragazzo si fermò per qualche secondo ripensando a Magia, poi riprese «raccontatemi come è andata. Siete riusciti a fermare il tornado?»

Serie: L'imperatore dei Mari


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Discussioni

  1. Sei fa conoscenza con “Magia”, un momento importante che prelude ad una grandezza futura. Mi piace che il tuo protagonista si faccia delle domande, è il modo migliore per comprendere il mondo

  2. “«Non sono solo parole,» urlò Sei «le parole sono importanti, hanno un loro peso, un loro significato, se vengono dette c’è sempre un motivo!»”
    Vero, le parole sono come la magia possono “creare” dal nulla situazioni ed emozioni