Ricordi in note
Marco chiuse la portiera dell’auto senza nemmeno voltare la testa, il vento fresco della primavera scompigliò i capelli con una carezza gentile. Tolse gli occhiali da sole che utilizzava quando si metteva al volante e li sistemò tra un bottone e l’altro della camicia nera.
Aprì la serratura del portone verde pallido, il solito cigolio lo accolse, i cardini non il portiere aveva smesso di oliarli quando era venuto a mancare. Nel palazzo abitavano ancora diverse persone, anche se il tempo passava ed erano più quelli che se ne andavano che quelli che arrivavano. Salì sei rampe di scale, le ginocchia lo avvisarono che gli anni erano passati e l’elasticità era solo un ricordo perso nel passato.
L’appartamento era sempre lo stesso, il divano che ti accoglieva subito a sinistra della porta era coperto di verde, ormai sbiadito. L’aria sapeva di polvere, ti entrava nei polmoni e minacciava di farti tossire per settimane. Le finestre erano chiuse, da uno filtrava una lama di luce che metteva in luce le rughe del pavimento in legno.
Sembrava di essere finiti in un flashback di un film, tutto era allo stesso posto, nella stessa angolazione, nessuno aveva toccato niente, nonostante ne avessero avuto l’occasione. Marco accese la luce dall’interruttore accanto alla porta del bagno e scoprì che i dischi erano sempre dove li ricordava.
Frugò col dito in cerca del vinile di cui aveva bisogno ma scoprì con sorpresa che all’interno della custodia non c’era niente. Solo allora gli occhi videro che era quello già pronto nel giradischi, l’etichetta parlava chiaro. In un attimo le note del pianoforte lo trasportarono in un altro tempo.
I ricordi di un’infanzia passata a giocare con il trenino, a fantasticare di un futuro lontano ma sempre più vicino. I giorni scorrevano tra un pranzo, un abbraccio e un album di figurine di calciatori che nessuno avrebbe più voluto. Persino il profumo dell’acqua di colonia che usava sua nonna ritornò nelle sue narici per un breve istante, almeno fino alla fine della canzone.
Fu solo in quel momento che trovò la forza di impacchettare ogni oggetto per far spazio a quelli di un futuro inquilino. Prima di uscire rimise al proprio posto il disco e scoprì all’interno della custodia il fermaglio per i capelli che usava sua nonna, quasi come se fosse stato un messaggio lasciato lì volutamente. Gettò per l’ultima volta un’occhiata alla sala da pranzo, con i suoi mobili antichi e la tappezzeria ingiallita dagli anni che scorrevano. Il quadro di famiglia ricambiò lo sguardo, ebbe la sensazione di aver visto un sorriso sul volto di Teresa, ma era senz’altro suggestione.
Richiuse la porta alle proprie spalle senza nemmeno guardarla e scese le scale un gradino alla volta.
(consiglio la lettura con in sottofondo “A whiter shade of pale – Procol Harum”, canzone dalla quale è nato questo breve racconto)
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Una dolce malinconia: ecco lo stato d’animo che mi trasmesso questo racconto. Chiudere una porta (nella storia anche in senso non metaforico) è sempre difficile, ma i nostri cari vivranno per sempre di noi.
Ciao Alessandro, ho trovato davvero piacevole leggere questo racconto, che per quanto breve riesce in poche righe a far respirare al lettore odore di polvere e malinconia, ed evocare il profumo delle case dei nonni. Leggendolo, il mio cervello ha immediatamente visualizzato uno scorcio di casa a me familiare quando avevo cinque, sei, sette anni. Direi che hai proprio colto nel segno.
“…we skipped the light fandango…”
“(consiglio la lettura con in sottofondo “A whiter shade of pale – Procol Harum”, canzone dalla quale è nato questo breve racconto)”
Ah! 🙂 ma questo consiglio spostalo in cima al brano, così lo seguiamo subito! ❤️
Bene Alessandro. Sei un autore come me: vai dentro. C’è quindi un’immediata affinità di genere, mi sembra anche indole.
Peraltro confermata dalla scelta del pezzo musicale. Certo, ti piace vincere facile. Anche se, a onor del vero, quando cito i meravigliosi Procol più d’uno mi guarda come fossi un alieno. Splendido brano, davvero. Ho la versione solo strumentale, che poi è quella che amo di più. Ci credi che continuo a percepire la voce sotto, tanto quel testo è radicato nella memoria? Forse conosci anche The Wreck of the Hesperus, il mio preferito.
Per quanto riguarda il tuo scritto è valido, certamente. C’è qualche minimo refuso, niente che non si possa eliminare a una lettura più attenta. Ma a mio parere la capacità di evocare, quella, c’è tutta. E non è una cosa che si compra: ce l’hai o no.
Quindi a presto, per una evoluzione che promette bene.
Molto bello! Mi ha colpito l’incipit in medias res
Ciao Alessandro, descrivi molto bene in poche righe quel misto terribile di sensazioni che si prova ‘vuotando casa’ di una persona cara che non c’è più: tristezza, angoscia, percezione del tempo che è passato (anche su di noi, la perdita di agilità), ma anche dolcezza dei ricordi, nostalgia… Bella, molto bella l’immagine del fermaglio della nonna nella pochette del disco.
Ti ringrazio per il commento e per la lettura, sono felice di aver veicolato il messaggio in modo chiaro.