Rinascita

“D-dove mi trovo?”

Si svegliò a fatica, confuso e senza energie. Ancora supino, allungò il braccio tentando di accarezzare i fasci d’erba attorno a lui. “Questa non è di certo la biblioteca in cui mi trovavo” affermò terrorizzato. La testa girava come fosse su una giostra. Raccolse tutte le sue forze per potersi alzare. Ci riuscì a malapena, ma era esausto. Gli occhi erano gonfi e le palpebre a stento rimasero aperte impedendogli di scrutare l’ambiente attorno. Kent Kutuzov cadde distrutto a terra. Si risvegliò, i dolori lentamente scomparvero, ma la confusione precedente gli impedì di capire quanto tempo fosse passato. Il sole splendeva nel cielo e anche se la fitta foresta impediva il passaggio della luce un piccolo raggio attraversò comunque le foglie e gli accarezzò il volto.

Kent era un ragazzo dai capelli corti e neri, viso abbastanza giovane per i suoi trentatré anni, non portava nessun segno dell’età, nonostante avesse fumato per anni. Ora di certo si sarebbe scordato delle sigarette.

Si alzò velocemente. Ebbe l’impressione che il tempo non fosse passato nemmeno di un’ora. Diede un piccolo sguardo attorno e notò uno zaino posizionato in modo anomalo. Lo afferrò quasi d’istinto, in cerca di risposte. Era uno zaino insolito, diverso da come se li ricordava. “Uno zaino scolastico?” si chiese perplesso. Era di un colore giallastro, con sopra stampato un logo identico a quello della sua maglia, sempre giallastra. “Dev’essere molto antico…” Stupefatto, Kent aprì lo zaino e vi frugò dentro. Trovò del cibo in scatola ed una mappa che scannerizzò il luogo attorno a lui, segnando un punto rosso localizzato a 13 km di distanza.

“Ma che sta succedendo? Dove mi trovo?” pronunciò Kent a malapena.

Conosceva quella tecnologia, ma si stupì dello zaino: era di una versione primitiva. Lo dovette portare sulle spalle. Rimase sconcertato, non capiva dove si trovasse e perché avesse quello zaino trasandato con sé. Mise lo zaino in spalla e con la mano destra tenne la mappa ben salda.

“Chi mi ha messo in questa situazione? O-oddio devo stare calmo. Allora qualcuno mi vuole nel luogo indicato. Cazzo, ho un brutto presentimento: è come se qualcuno mi stesse mettendo alla prova. Devo muovermi e capire di più! Si, meglio raggiungere quel dannato punto.” Così, Kent, si avviò. Non fu semplice la sua decisione, anche se percepiva una certa sicurezza in sé malgrado il timore dell’ignoto. Ma era proprio questo che contraddistingueva Kent: il coraggio di andare avanti, pur trovandosi in una foresta sperduto chissà dove. O forse fece semplicemente la scelta più intelligente, una scelta capace di contrastare il suo terrore che cercò di riaffiorare nella sua mente, mentre percorreva quei fitti alberi che si intersecavano ovunque. Quel terrore innato dell’essere umano, che egli stesso trasformò a suo vantaggio per sopravvivere. Affrontò il tutto. Mantenne una certa calma in grado di fargli recepire il coraggio per sopraffare quella immensa ed oscura foresta.

La foresta in cui si trovava era cupa, ombre che apparivano e subito dopo scomparivano, per via dei movimenti dei rami creando un’atmosfera inquietante. In lontananza risuonarono strilli acuti simili a delle unghie raschiate su una lavagna, strilli che a volte pareva di sentire proprio sopra gli alberi annullando ogni sensazione di sicurezza.

“Mmh, probabilmente brulica di animali poco amichevoli… Meglio avanzare con cautela” pensò Kent Kutuzov. La foresta conteneva migliaia di specie diverse di animali selvaggi, potevano fargli un agguato al minimo rumore. Raccolse quindi un bastone simile al legno d’acero, un legno resistente di colore giallo rossastro con venature ondulate. “Per precauzione…” pensò, sperando di sbagliarsi. Lo affilò con delle pietre ruvide cercando di creare una lancia. Attorno a sè notò dei rami che pendevano verso il basso, formando dei sistematici intrecci che raggiungevano le radici delle grandi piante.

“Ma che diavolo è? Il bastone mi pare d’acero ma a giudicare da dove mi trovo non ne sarei così sicuro” disse perplesso. E fu esattamente così, insomma non notò nessuna pianta che ricordasse la Foresta Amazzonica, e dopo questa sua osservazione disse confuso: “N-non credo lo sia veramente… Il terreno non è minimamente umido, nemmeno un piccolo segno di nuvole e pioggia…” Nulla che ricordasse il Sud America e un caldo che superava i trentacinque gradi, come segnò la mappa.

La distanza si era accorciata di 5 km.

“Forza mancano 8 km” si disse avanzando adagio e riducendo al minimo ogni possibile rumore delle scarpe.Trascinava il bastone a terra per evitare di essere morso da un’eventuale serpente,finché…

“Ah, oh no no no!!”  Inciampò a terra, riparandosi con le braccia allungate verso l’esterno.

“Stupida roccia” esclamò rasserenato.

Alzandosi da terra come se stesse per cimentarsi nelle flessioni, Kent Kutuzov, notò qualcosa di lucente alla sua sinistra.

“Ma che diamine è?”

I suoi occhi brillavano, pareva una competizione tra la luce riflessa nell’oggetto ed i suoi occhi che pullulavano di speranza. Si trattava di una seconda mappa.

C’era qualcun altro nella foresta. Non riuscì a intuire che fine avesse fatto, nemmeno volle domandarselo: insomma la foresta poteva regalare la vita come toglierla e poteva vanificare qualsiasi sforzo volto alla sopravvivenza, riducendo a vittima chiunque avesse trasgredito le sue regole basilari.

Perciò Kent non esitò. Si diresse alla meta senza troppa esitazione, sperando non fosse ancora arrivata la sua ora.

Corse più veloce che poteva, aiutato dalla paura, lasciandosi alle spalle il bastone. Superò ogni ostacolo di fronte al suo cammino, volle ad ogni costo azzerare quella maledetta distanza che segnava un confine tra una pseudo-libertà ed una probabile fine.

La mappa segnò 4 km.

“Bene, ci siamo quasi!”

Il cibo non l’aveva nemmeno toccato, provava una sensazione così estrema nel correre che si nutriva di ciò. Si nutriva di speranza. Si nutriva di una nuova nascita.

Ad un tratto si bloccò, ebbe davanti a sé una schiera di piante e cespugli che gli impedirono il passaggio. Ma non poteva di certo fermarsi all’ultimo metro, prese tutte le sue forze e oltrepassò con irruenza le piante che formavano un muro.

La mappa segnò 0 km.

Incominciò a lampeggiare di rosso. Sullo schermo il percorso sparì, e apparve un volto che disse: “Salve, benvenuto su Xenia! Siete stati scelti. Ora sta a voi mandare avanti il pianeta con ogni mezzo possibile che avete a disposizione. Noi vi aiuteremo. Davanti a voi troverete delle casse contenenti ogni forma possibile di conoscenza finora assimilata dall’essere umano. Buon lavoro, a presto.”

Era sconvolto.

Si ritrovò in una pianura che finiva su un mare agitato. Dietro di lui apparvero altri superstiti. Erano migliaia, sembrava che la foresta li avesse sputati fuori.

“Bene, e ora?” domandò.

 

 

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Discussioni

  1. Ciao Nicola! L’idea mi è piaciuta e concordo con @martaborroni91 sul fatto che si presta ad essere continuata. Non mollare! Concordo anche con @marianna sul fatto che, essendo i commenti e le riflessioni affidate ad un narratore esterno alla vicenda, si fatica di più ad empatizzare con Kent. Secondo me se provi a far parlare lui direttamente, forse il lettore si cala di più nei suoi panni. Però l’idea della rinascita e di tutte le conoscenza chiuse nel baule mi è piaciuta molto 🙂

  2. L’idea alla base non è male. Con qualche piccola correzione, come qualcuno ha già fatto notare nei commenti, potrebbe essere una sorta di incipit di una bella serie… In ogni caso, comunque bravo!

  3. Il racconto e da aggiustare un’attimo per quanto riguarda la parte tecnica, ma, credimi, per quanto uno faccia scappa sempre qualcosa. Per lo meno nei miei racconti. Questi concorsi sono l’ideale mettersi alla prova e migliorare: io sono qui per questo e in un solo anno sento di aver appreso molto e sono certa che non finirò mai di imparare. Chiusa la parentesi, l’idea alla base del racconto è buona e potrebbe avere sviluppi interessanti. Non so perché, ma già dall’inizio ho pensato a una specie di videogioco che cattura la coscienza del protagonista. Ci sono molti elementi che giocano a favore di questa ipotesi. 🙂

    1. Grazie mille, ho già fatto qualche modifica, ma devo sistemarlo ancora! Per via del lavoro non ho molto tempo a disposizione, perciò devo massimizzare il tempo. Già, l’idea mi è venuta di getto… È oltretutto un’idea originale, ho girato a lungo internet non trovando qualcuno che avesse minimamente qualche particolare simile al mio. Ahahah se potessi creerei pure un videogioco ??

  4. Il racconto è pieno di errori, di ortografia, di battitura, di costruzione dei periodi e di concordanza dei tempi. Questo rende difficoltosa la lettura e quindi anche la comprensione della trama. L’uso del “fu” (passato remoto del verbo essere) è eccessivo, anche dove non c’entra niente. Senza dubbio, una rilettura approfondita del testo da parte dell’autore è necessaria. Mi scusi l’autore della critica, ma mi sono sentito, senza false modestie, di farla. Dal momento che il racconto partecipa al concorso, si fa sempre in tempo a migliorarlo. 😉

  5. Buone le descrizioni, ambientazione ben sviluppata, credo che sia una base buona per una storia che ha quasi “bisogno” di essere continuata per essere ancora più ricca e sfaccettata. Bravo!

    1. Ciao, ho in pratica una miriade di idee per la testa per dare forma a un libro. Perciò ho deciso di partecipare al concorso.

    2. E hai fatto bene! I concorsi ci stimolano ad approfondire le nostre idee, per renderle storie… continua così!

  6. Allora la trama è interessante, ma durante la lettura la voce narrante era troppo presente, non so, non riuscivo a vedere Kent solo che avanzava, ma due protagonisti… affiderei a Kent più battute e forse la voce narrante la trasformerei in “io narrante”… parere personale. Il finale mi è piaciuto e dovresti continuare a scriverlo, dai, l’idea è buona! Anche il nome funziona, alla Schwarzy! 🙂

    1. Grazie del commento, ho cercato di far vivere il lettore immerso il più possibile nel racconto. Immagina che in una versione precedente il protagonista parlava troppo e da solo? è stato allora che ho deciso di tagliare alcune parti…