Ruggine

Ed ora i cadaveri dei soldati giacciono sparpagliati e scomposti sul campo di battaglia. L’odore di morte è forte, avvolgente. Inevitabile. E’ odore di sangue ed escrementi, odore di arti e ventri squarciati.

Un odore che mi è familiare, che è per questo che sono al mondo, alla fine.

Spesso ho danzato con la Signora in Nero, quanto lavoro abbiamo fatto assieme. Senza che ci fossimo mai incontrate, la sentivo come una vibrazione nell’aria, la percepivo arrivare subito dopo che avevo fatto la mia parte.

Ed ora sono qua, stesa sul nudo terreno, accanto al mio padrone. Al mio ultimo padrone, sarebbe meglio dire, in attesa del prossimo.

Non è la prima volta, da che ho memoria. Anche se con lui, al termine delle altre battaglie sono sempre passata via, pesante e sporca di sangue, sopra la distesa dei morti. Stavolta, invece, ne faccio parte. Mi cambia qualcosa? sinceramente no. Arriverà qualcuno, che mi raccoglierà dal fango, come è già capitato. Mi terrà con sé, e mi passerà a qualcuno di più giovane quando non sarà più in grado usarmi per i suoi scopi.

E quali saranno questi scopi?

Ho servito padroni onesti, uomini che qualcuno definirebbe “valorosi”. Uomini che davvero erano convinti di agire per un Bene più grande. Lo sentivo dalla loro mano. Calda, forte, sicura quando mi stringeva. E sono stata usata da uomini che ho sentito chiamare “briganti”. Uomini ai quali ammazzare non importava nulla. Erano mossi solo da rabbia ed avidità. Le loro mani erano fredde, spesso tremanti, talvolta sudate ed incerte. Ormai le conosco, le mani che si stendono su di me. Ed ora, stesa qui, accanto al cadavere del mio padrone, non posso far altro che aspettare le prossime mani.

Ma ora cala la notte.

L’alba. Il gracchiare dei corvi. Lo conosco, questo suono. Mors tua, vita mea. L’ho sentito dire ad un mio vecchio padrone, uomo colto, sapeva persino leggere, anche se con fatica.

E così la morte di questi soldati è la vita dei corvi. La natura non butta nulla. La natura recupera tutto. E io rimango qua, spettatrice di questo tanto macabro quanto naturale circolo di morte e vita.

Quanti giorni son passati? Le ossa spolpate del mio padrone si confondono con quelle dell’uomo che l’ha ucciso. Ed io resto qua. Da sola, non posso andare da nessuna parte. Ma è solo questione di tempo, prima che qualcun altro mi reclami per sé.

Dove son finite le ossa? E com’è alta l’erba sopra di me! Che finisca qui la mia storia?

Fa freddo. Che strana questa coltre bianca…il cielo è scomparso…

Riecco il cielo. Anche il sole è più tiepido. Chissà da quanto son qua. Sento che mi sto indebolendo.

Mani! mani nuove su di me, che mi sollevano finalmente da terra. Mani forti, mani calde. Mani callose. Mi soppesano, mi giudicano. Da troppi anni presto il mio servizio silenzioso a chi mi possiede, so di non essere più efficace come una volta. Sento una strana sensazione su di me, poco piacevole. Sento di esser più debole.

Chissà se saprò ancora essere utile.

Cos’è questo calore? Ah. E’ così che son nata, sarà così che morirò.

Crogiolo, lo chiamano. Sento le fiamme, le sento bruciare la mia ruggine, e mi sciolgo.

L’uomo, come la natura, ha saputo recuperare.

“Spada”, mi chiamavano. Ora il mio nome è “Vomere”.

In molti mi hanno tenuta in mano, per affondarmi nella carne dei loro nemici.

Ora affondo nel terreno. Non sento più odore di sangue, non lascio una scia di morte.

L’odore che mi avvolge è quello della terra fertile, e dietro di me ora cade una scia di semi. 

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy, Narrativa

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Discussioni

  1. Ciao Sergio, mi ero persa questo tuo racconto. Mi ha sorpresa, fatta pensare, ed amare quell’oggetto che oltre alla morte, in un’altra forma, può portare vita. Una rinascita, una fenice

    1. Ti ringrazio per tutti i commenti, Micol.
      Anche questo racconto ha avuto una genesi davvero casuale. Nel dormiveglia, il cervello mi ha suggerito l’idea di raccontare una storia non dal punto di vista del “personaggio”, ma da quello di un oggetto. E ne è uscito questo brano un po’ particolare, sicuramente non innovativo, ma che è stato piacevole da scrivere, perchè mi ha permesso di creare immagini (come quelle che hai sottolinato tu) che forse in un altro contesto non sarebbero nate 🙂
      Grazie!!!

  2. “Ora affondo nel terreno. Non sento più odore di sangue, non lascio una scia di morte.L’odore che mi avvolge è quello della terra fertile, e dietro di me ora cade una scia di semi. “
    Splendidamente poetico

  3. “E così la morte di questi soldati è la vita dei corvi. La natura non butta nulla. La natura recupera tutto. E io rimango qua, spettatrice di questo tanto macabro quanto naturale circolo di morte e vita.”
    👏

  4. “Ed ora i cadaveri dei soldati giacciono sparpagliati e scomposti sul campo di battaglia. L’odore di morte è forte, avvolgente. Inevitabile. E’ odore di sangue ed escrementi, odore di arti e ventri squarciati.”
    Questa è la vera guerra, al di là della gloria e l’onore

  5. Ciao Sergio, davvero bello, appassionato e carico di emozione, mi è piaciuto molto questo passaggio dalla morte alla vita, una splendida metafora rappresentata dalla cara spada, tanto cara anche nei miei racconti! Bello davvero, anche poetico a tratti, complimenti! Alla prossima!😁!

    1. Ciao Antonino, grazie per essere passato a leggere questo racconto! 🙂 la spada è un elemento ricorrente anche nei miei racconti, qua però ho provato l’esperimento di usarla come oggetto nelle mani dei protagonisti, ma renderla protagonista lei stessa, reinterpretando la metafora del passaggio da arma a ad utensile

  6. Bel racconto e ben scritto,
    mi piacciono molto le storie in cui la voce narrante è un oggetto si prestano a un sacco di risvolti interessanti e possono essere veicolo, come nel tuo caso, di messaggi importanti.
    Una rivisitazione del Libro di Isaia o della Schwerter zu Pflugscharen, forse potevi usare uno spunto un po’ meno utilizzato ma il messaggio è molto potente.

    1. Ammetto la mia ignoranza, la Schwerter zu Pflugcharen non la conosco, mentre il Libro di Isaia si, ma non riesco a cogliere il collegamento 🙁
      Vergogna su di me!
      Comunque, si, lo spunto non brilla per originalità, ma non mi ero mai cimentato nel raccontare una storia dal punto di vista di un oggetto, per me è stato un po’ un esperimento 🙂

    2. hehehe significa solamente “dalla spada all’aratro” o qualcosa di molto simile, è indicava un movimento di disarmo.
      Il detto da spade a vomere viene dal Libro di Isaia, non mi ricordo il versetto ma mi ricordo la spiegazione del professore di Storia del Liceo 🙂
      Il tuo esperimento è molto riuscito mi è piaciuto molto e l’ho letto volentieri.

    3. intanto ho cercato su Wiki, son curioso, dovevo colmare la lacuna XD
      Ed ho trovato anche il verso incriminato di Isaia. Si, in effetti l’idea, in generale, di fondere armi per farne oggetti di pace è un po’ più vecchio di me 🙂
      son contento che ti sia piaciuto, grazie per la lettura e per il commento! 🙂