
VIAGGIO D’AFFARI
Serie: TULPAMINA
- Episodio 1: VIAGGIO D’AFFARI
- Episodio 2: LO SPECCHIO DI SAMARCANDA
STAGIONE 1
«Sa una cosa? Lei ha proprio l’aria dello sbirro» gli confessò il tagiko in un russo inappuntabile, poco prima di introdurlo nel suo laboratorio di sartoria.
«Ormai non ci faccio più caso,» si limitò a ribattere Uvarov, «coi tempi che corrono non passa poi una gran differenza fra un agente dello spettacolo, un detective… e uno spacciatore» calcò su quest’ultima parola, come a lasciar intendere, con quella frase succinta, il motivo reale che lo aveva spinto fin lì.
«Igor Uvarov…» ripeté il tagiko lisciandosi la barba canuta, «…mi perdoni l’onestà, ma il suo nome non mi è affatto noto» concluse ubbioso attivando l’interruttore generale del laboratorio, così da illuminare il grande stanzone bianco stipato di lunghi tavoli in fòrmica, perfettamente allineati, ognuno occupato da file geometriche di tagliacuci, orlatrici e occhiellatrici.
«Mi stupirei del contrario: noi managers viviamo perlopiù nell’ombra. L’importante, nel nostro mestiere, è che sia il cliente a godere di buona fama. Conosce Ismail Vizirov?»
A quella domanda, il tagiko reagì con una strabuzzata d’occhi.
«Vuol dire “quel” Vizirov? Il protagonista di Fiore di fumo?»
«Esatto: metà della sua carriera l’ho pianificata io, a tavolino. Per non parlare di Mariana Barros Silva, Raff van der Hoed, la piccola e sfortunata Ruben Henden – ricorda? L’armata del fiume – per qualche anno gestii anche l’immagine di Colbert, il daino melanico protagonista dell’omonima serie televisiva…»
«Poi? Cosa accadde?»
Il vecchio tagiko sembrò ora più malleabile: scrutava Uvarov con quegli occhi fessurati, incastonati nella pelle grinzosa, color rame, mentre annuiva pigramente sotto a un pakol sghembo che gli donava un’aria più da cliché tardoromantico di bardo inglese che da immigrato persiano.
«Poi niente: il daino è morto di vecchiaia. Quelle bestie non campano a lungo…»
«No. Intendevo dire: “cos’è accaduto alla sua attività”? Perché mi ha cercato qui, a Smirne, tramite il nostro comune “amico”? Cos’ho da offrire io a uno come lei?» Domandò secco il tagiko, indicando umilmente, con il braccio, l’area del capannone deserto.
«Come ho detto poc’anzi, l’attività di agente dello spettacolo, oggigiorno, non si discosta molto da quella di… ecco… di “procacciatore di sostanze”.
Lei forse non lo sa, ma lo star system è cambiato.
Le vecchie glorie succitate le conosciamo giusto noi, perché abbiamo una certa età: ora il pubblico è abituato a non vedere più attori in carne e ossa sugli schemi.
La forma umana è ormai ciò che per le nostre generazioni era il bianco e nero: un cumulo di anticaglie.
Immagino che avrà sentito parlare delle proiezioni memerali. Quelle che famigliarmente vengono definite memerals…»
«Oh, per carità! Dove ti giri non trovi altro che quei “cosi”… anche i miei nipoti mi fanno dannare con questa storia: passano intere giornate a sorbirsi film e serie televisive infestate da sgorbi colorati, dalle forme caotiche e illogiche… ma dico io: è arte quella?»
Uvarov provò un attimo di imbarazzo nel dover confessare al tagiko che si trovava lì proprio a causa di uno di quegli “sgorbi”.
«Deduco quindi che conoscerà anche Crypteral, la proiezione umanoide capace di manifestare oltre quattrocentomila differenti emozioni contro alle ventisette umane individuate da Ekman… ecco: io lavoro per il suo creatore…»
«Ovvio che la conosco! Anche i nomadi del Pamir la conoscerebbero! Mi domando solo chi sia il folle capace di partorire un tale obbrobrio!»
«Ah, purtroppo su questo c’è il segreto professionale. La legge, qui, parla chiaro: un memeral, in quanto forma-pensiero – seppur successivamente alimentata, stabilizzata ed “egregorizzata” dalla coscienza collettiva dall’audience – resta pur sempre, INCONTROVERTIBILMENTE, di proprietà dell’emanatore, previa sua conservazione dell’anonimato.
Ciò accade perché il governo, per ovvie ragioni, ha preferito non regolamentare questa categoria professionale, negandole quindi la possibilità di istituire un organo di tutela del diritto d’autore; ecco perciò che se qualcuno dovesse avvicinare l’emanatore al fine di mapparne l’inconscio – così da riuscire a replicare la sua creatura – quest’ultimo non avrebbe accesso alle vie legali per il risarcimento del danno.
Lo Stato ha agito furbamente: non si è preso la responsabilità di indennizzare artisti che sfruttano sostanze illegali per generare la propria arte; ma ha preferito anche non perseguirli, conoscendo il giro d’affari che giornalmente questa pratica smuove.
I legislatori, insomma, si sono limitati a far finta di non vedere.
È assodato, però, che il plagio sia un pericolo reale: il fatto che la natura dei memerals sfugga alla logica dei loro stessi creatori non implica infatti che essi non possano essere copiati.
Uno studio recente ha avallato l’ipotesi di una maggior facilità di ricalco della forma-pensiero altrui piuttosto che della propria; questo perché la mente possiede ferrei sistemi di autosabotaggio che rendono impossibile la penetrazione nel subconscio da parte della stessa mente che lo ha generato… ma sto divagando…»
«Perdoni la mia ignoranza, signor Uvarov, ma dalla sua descrizione mi sembra di capire che i memerals non siano molto diversi da una banale bambola da ventriloquo, pilotata però a distanza».
A questa affermazione il manager scoppiò a ridere, salvo tuttavia placarsi subito dopo, divorato dal dubbio di aver offeso l’interlocutore.
«Oh, no: si sbaglia di grosso se crede questo.
Le egregore hanno vita propria.
Certo: sono generate in primis dall’emanatore, ma alimentate poi dagli spettatori.
Per questo godono di un’imprevedibilità totale. Spesso è capitato che alcuni memerals fossero violenti e sanguinari, mentre i loro creatori non avevano nulla a che spartire con queste caratteristiche.
Era solo il pubblico a volerli così, inconsapevolmente».
«Sono anche pericolosi dunque?»
«Per niente. In quanto proiezioni, le forme memerali sono del tutto impalpabili.
Restano capaci di interagire unicamente fra di loro.
Ecco il motivo per cui, da qualche mese, stanno spopolando: sono economiche, perché non mangiano e non necessitano di retribuzione; in più hanno un potenziale pressoché infinito, date le morfologie bizzarre e il loro completo asservimento agli istinti ondivaghi dell’audience – talvolta surreali, come veri e propri sogni filmati, altre volte invece molto veritiere. Pensi che esiste tutto un filone erotico di queste creature: la stessa tendenza che ha poi completamente affossato il genere hentai e la “bizzarro fiction”.
Insomma: la nuova frontiera dell’intrattenimento sarà di lasciar modellare i personaggi e le storie direttamente dall’inconscio collettivo del pubblico».
«Tutto molto affascinante, signor Uvarov, ma continuo a non capire che cosa lei voglia da me. Immagino che non sia venuto in Turchia per acquistare un abito su misura. E anche l’idea che abbia scelto di attingere ai miei (umili) “mezzi” per sollazzare il suo cliente misterioso mi lascia alquanto perplesso».
«Infatti non sono qui per comprare nulla dalla sua retrobottega: so benissimo che fra i “mezzi” di cui dispone non si trova ciò che sto cercando.
Il suo segreto, comunque, resterà tale. Non dubiti.
La pagherò, e profumatamente, solo per un’informazione che, sono certo, lei possiede.
Devo sapere se Kemal “il Tataro” ha davvero smesso di smerciare tulpamina».
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