Sabato mattina

Serie: 11

Lo scoiattolo si trascinava sopra le foglie gialle e rosse, nel tentativo di spingersi lontano da noi. 

Ero al parco con mio padre. Un evento eccezionale, che ricordo ancora oggi, tanto fu insolito.

– Allora, lo vuoi prendere in mano o no?

– Ho paura, signore.

– Guardalo. È lui che ha paura di te.

Papà non sopportava che avessi paura.

Io pensavo che avrei potuto prenderlo, ma non ce la feci, i suoi denti mi terrorizzavano.

Alla fine, spazientito per la mia indecisione, papà mi prese per mano e mi trascinò via.

A casa, solo quando si fu rinchiuso nel suo ufficio, riuscii a raccontare a mamma come era andato il pomeriggio. La sensazione di non essere all’altezza delle sue aspettative, mi atterriva.

Mamma gli portò la cena in ufficio. Andai a dormire senza vederlo più e, il mattino dopo, era già partito per l’Italia.

Qualche giorno dopo, mi venne in mente una frase che gli avevo sentito dire in un’altra occasione. Che nel mondo era necessario che qualcuno fosse sacrificato, per un bene più grande.

*

– Fossimo arrivati un minuto dopo… estas bien?

– Sì… No.

– Le porto un caffè? Un bocadillo? Sono quelli della macchinetta. Non un granché, yo creo.

– Grazie, Carlos. Ma non ho fame.

Mi sento le budella arrotolate. E la testa piena di frammenti di parole.

– Si sta svegliando.

Sento il cuore battere nella tempia destra. La prenderei a pugni, tanto mi dà fastidio.

– Stai fermo, tesoro. Strappi la flebo.

Mi faccio schermo con la mano sugli occhi. Li apro. Metto lentamente a fuoco le pieghe delle dita, le linee del palmo. Deve essere ancora molto presto, la luce non è forte, ma per me è già troppa.

– Señora Parker, io vado. Comincia il mio turno.

– Grazie infinite! Non so come ringraziarla…

– Stia vicina a suo figlio.

Segue un lungo silenzio.

– Mamma?

– Tesoro! Ti sei svegliato!

Si siede sul letto. Mi prende la mano. La bacia.

– Cosa è… – Ah, sì, non sono stato capace di farla finita.

La porta si apre e si chiude, quasi silenziosa. Passi. Bisbigli.

– Eugene? Guarda chi è venuto a trovarti.

Mi viene in mente solo papà, il che è assurdo. O no, se invece sono morto davvero.

La porta si apre e si richiude ancora.

Il visitatore si affaccia alla finestra. Per un po’ guarda fuori. Non parla, ma sento il suo imbarazzo, è palpabile da come l’ombra si muove in continuazione sul pavimento. Aspetto un altro segno di inequivocabile disagio.

– Premetto che non sono venuta per paura di non riuscire a dormire a causa del senso di colpa.

Jennifer?

– Te l’avrei detto quella sera, dopo la premiazione.

Dirmi cosa, che mi avresti lasciato? Sto zitto, forse credendo che non la senta confesserà tutto.

– Sì, mi faceva paura vederti così, pensare che amandoti ogni giorno di più, avrei dovuto prepararmi a perderti. Non tutti siamo adatti a sobbarcarci il destino di chi amiamo… Ma sto divagando. Quello che ti avrei detto quella sera, era che sarei stata qualche mese in Europa, per seguire mio padre nel tour promozionale del suo libro.

E cosa aspettavi a dirmelo, se già lo sapevi?

– In seguito mi è sembrata la via di fuga ideale. Sarei tornata quando tutto sarebbe finito. Mi dava sollievo sapere che non avrei sentito tue notizie nemmeno per caso, da una conversazione tra due estranei al tavolo di un bar… Mi dicevo, tutto seguirà il suo corso… Ma non ce l’ho fatta. Dovevo vederti prima di… quello.

Dovrei sentirmi in debito con lei?

Ora la sto guardando, stagliata contro la luce della finestra. 

*

Capodanno.

L’invito di Jennifer era arrivato tramite lettera. Così formale da fare spavento, trattandosi di un veglione di fine anno. Quindi la chiamai con l’intenzione di declinare. 

– Hai paura che sia una noia mortale.

– Manca solo che l’invito fosse listato a lutto.

Jennifer si fece una risata.

– Mio padre vuole conoscerti.

– Hai parlato di me ai tuoi genitori? – Io non avevo parlato di lei a mamma. E credevo che Jennifer non ne avesse ancora fatto parola con i suoi.

– Mio padre quando può viene alle partite.

– Ma questo cosa c’entra con noi due?

– È stato lui a darmi l’idea di chiederti di uscire alla cena di Natale, perché, testuali parole, “quel Parker sa meglio di tutti come mandarti in touchdown”.

– Te lo sei inventata.

– Se vieni alla festa, potrai chiederglielo di persona.

Voleva dire che sarebbe stata davvero un mortorio. Che genere di divertimenti può mai inventarsi uno scrittore.

– E tu festeggeresti il capodanno con mamma e papà? Non me lo sarei mai aspettato da te.

Jennifer rise di nuovo.

– È la casa editrice di papà che organizza. Sai, vendere palate di libri porta dei privilegi. Se ti può rassicurare, ci saranno due party, uno per i vecchi e l’altro per i giovani. Ci divertiremo, vedrai.

Così ci presentammo all’ingresso monumentale di una villa del Queens. Jennifer mi prese sotto braccio e io l’assecondai. Al piano terra c’era musica classica. Facemmo per salire al piano superiore, quando un uomo in completo grigio ci si fece incontro. 

Jennifer mi lasciò e lo raggiunse. 

– Papà, ti presento Eugene.

Avevo già visto la sua faccia sul retro di qualche libro.

Non si perse in convenevoli.

– Venite dentro un minuto, poi vi lascio andare dai giovani.

All’interno tutti i presenti indossavano abiti di gala. Uomini e donne discutevano in capannelli separati, interrompendo le discussioni per presentarsi gli uni agli altri.

– Un istante di attenzione! – ruggì il padre di Jennifer, Don. – Vieni qui, ragazzo.

Mi appoggiò la mano sulla spalla. Sorrisi, eccitato, perché mi piaceva stare al centro dell’attenzione.

– Questo giovanotto diventerà un campione di football, ne sono certo, perché l’ho visto giocare. – Si girò verso Jennifer, ammiccando. – E perché mia figlia l’ha scelto come suo fidanzato, ovviamente.

L’uditorio si sciolse in una calda risata.

– Come si chiama tuo padre, ragazzo? – mi chiese un uomo in divisa da pilota civile.

– Vice ammiraglio Parker, signore, – risposi, un poco soggiogato dai gradi sulle spalline.

– Rendilo sempre orgoglioso di te, ragazzo.

Annuii, ma non vedevo l’ora di fuggire a quella pletora di uomini in carriera.

Al piano di sopra la musica era totalmente diversa. Un famoso deejay faceva volteggiare i dischi come un pizzaiolo. Il salone era affollato di giovani e l’atmosfera sembrava davvero divertente, ma non riuscii a godermela a pieno, il fantasma di papà aleggiò sulla mia testa fino al nuovo anno.

*

– Avevi detto che non mi avresti mai lasciato… qualunque cosa fosse successa. Come posso crederti, adesso?

Ho continuato a guardare il muro della stanza, per paura di rimanere intrappolato dentro i suoi occhi.

– Perché sono qui.

Mi costa fatica pensarlo, e ancor di più dirlo. – Avresti dovuto restare con tuo padre. – Si vive insieme, ma si muori soli.

Mi hanno tolto la flebo, così posso tirarmi su contro lo schienale senza strappare tutto. Riesco a guardare dalla finestra. Il punto dove stava Jennifer.

Non ha più detto una parola. Poi si è messa a piangere. Poi è corsa via.

Quelle lacrime non mi hanno toccato. Per niente. Sarebbero solo un altro filo da strappare al momento della dipartita.

– Buongiorno.

Sulla porta c’è il medico. Entra e dà un’occhiata alla cartella clinica, attaccata ai piedi del letto.

Mentre legge tira le labbra.

Qualche minuto dopo arriva mamma.

– Buongiorno, dottore.

– Signora. Possiamo parlare?

Lei al momento lo ignora e apre la finestra, come se fossimo a casa nostra. Lui nel frattempo va in bagno. Lo si sente canticchiare.

– Dov’eri?

– A casa, tesoro.

– Puoi evitare di chiamarmi tesoro in presenza di sconosciuti, – dico abbastanza ad alta voce, perché mi si senta anche in bagno.

Esce schiarendosi la voce.

– Signora Parker, – si appoggia con le mani sulla struttura del letto, – vorrei sincerarmi che il paziente sia in grado di tornare a casa, visto il tentativo di suicidio della notte scorsa.

– Sono sicura che si sia trattato di un momento di debolezza, dottor Wilson.

– Ha mai avuto supporto psicologico, in questi mesi?

– Non sono matto, dottore. Sto solo morendo. – Non resisto a non intervenire.

Si raddrizza, irrigidito. Guarda mamma. Non so, vorrebbe che mi rimproverasse? Non è forse la verità, per quanto dura da accettare? Infatti lei non commenta. Ne abbiamo già discusso molte volte.

Wilson legge l’ora sul pesante orologio di metallo.

– Le farò avere il nullaosta per la dimissione. 

Congiunge le mani dietro la schiena, piroetta su un piede e lascia la stanza.

Qualche istante dopo, un’infermiera spinge dentro una sedia a rotelle. Anche lei sente l’aria di morte che c’è  nella stanza e se la svigna subito.

Ancora qualche minuto ed entra un’inserviente. – Dovete aspettare fuori. Devo preparare la stanza per il prossimo paziente.

Molto cortese. 

Lungo i corridoi mamma parla, la sua voce calpestata dai passi sul linoleum verde. Scendiamo al piano terra, all’ingresso principale. I depliant della Life Anyway, l’associazione di Jane, sono stati distribuiti ovunque.

– Vado a chiedere quando ci fanno uscire.

Serie: 11
  • Episodio 1: Martedì
  • Episodio 2: Mercoledì
  • Episodio 3: Giovedì
  • Episodio 4: Venerdì
  • Episodio 5: Sabato mattina
  • Episodio 6: Sabato sera
  • Episodio 7: Domenica
  • Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

    Letture correlate

    Discussioni