Safe and sound
Serie: Daydreamer
- Episodio 1: La rondine
- Episodio 2: Cambia-menti
- Episodio 3: Preludio e fuga n. 2
- Episodio 4: Safe and sound
STAGIONE 1
~Kassandra.~
La piazza di Oia dove sorgeva quella stupenda chiesa greca-ortodossa che tutti chiamano Panagia Akathistos pullulava di turisti di ogni nazionalità, le cui esistenze si sfioravano sotto il suo occhio benevolo e sacro. In quel turbinio di colori, dominato dal bianco e dal blu dell’edificio e della bandiera greca che oscillava oziosa alla lieve brezza che tirava da Est, mi guardai intorno e scelsi il posto che sarebbe diventato la mia base: una piccola porzione di parapetto affacciato sulla caldera. Mi misi attorno al collo la cordicella con la quale avevo assicurato il cartello che avevo realizzato dopo essermi procurata un cartone dal ristorante nel quale avevo pranzato il giorno prima: vi avevo apposto una scritta in inglese, “sono poliglotta, parla con me!” e poco più sotto l’elenco delle lingue che parlavo. L’idea mi era venuta ricordando un episodio dei miei cinque anni: una volta, passeggiando per il centro della mia città con zio Luigi, avevamo notato due piacenti ragazzi biondi seduti sul basamento del monumento della piazza principale. I due avevano un cartoncino dove dichiaravano di essere appena arrivati in Italia e pertanto volevano fare un po’ di conversazione per imparare la lingua, così mio zio, all’epoca ventunenne, si era fermato subito: i due dovevano essere più o meno suoi coetanei, e lui era sempre disposto a dare una mano a chiunque avesse bisogno. La conversazione si era chiusa con lo scambio dei numeri di telefono, e Lars e Søren erano diventati, con il tempo, amici fraterni di zio Luigi, tanto più che li avevo visti anche al funerale, un po’ invecchiati e con gli occhi rossi e gonfi dal pianto. Quindi, se quei due avevano trovato un amico così affezionato in una maniera così originale, perché non potevo farlo anch’io? Naturalmente non mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe rivolto immediatamente la parola, così, all’ombra del cappello a tesa larga che avevo appena acquistato, mi misi a scrutare i passanti cercando di cogliere brandelli delle loro conversazioni. Passò un gruppo di francesi commentando che la temperatura di quei giorni era tutto sommato gradevole, poi una coppia americana che spiegava al figlio che non potevano portare a casa tutti i gatti che vedevano, ancora due fidanzati greci che sognavano di sposarsi proprio nella chiesa che mi stava davanti, e nella folla, lo vidi. Stava in piedi con una valigia rigida blu notte, ed era un tipo senza pretese, uno di quei volti molto comuni che non lasciano traccia di sé per qualche caratteristica particolare, che quando ti capita di vedere lungo il tuo cammino gli occhi li sfiorano senza fermarcisi su, e doveva avere più o meno la mia età. Mi guardò abbozzando un sorriso, e gli feci cenno di avvicinarsi. Con gran circospezione scivolò accanto a me, e mi disse, tendendomi la mano con una certa insicurezza: “Sono Davide, piacere.”
“Kassandra, felice di conoscerti” risposi, e gli strinsi la mano. Iniziammo subito a conversare amabilmente, e mi raccontò una storia alla quale stentai a credere: nella vita faceva il segretario in uno studio di fisioterapia e aveva deciso di partire per Santorini perché era l’unica destinazione raggiungibile con un volo last minute il giorno prima, quando aveva sentito alla radio un tizio di nome Gioele che si era trasferito a Madrid, ma il suo albergo era in overbooking ed era appena stato buttato fuori. Mentre attaccava con le ragioni che l’avevano spinto a seguire le orme di quello sconosciuto cambiando solo la destinazione si accasciò improvvisamente, e non ci misi molto a riconoscere un massiccio calo di zuccheri. Lo ressi per evitare che potesse farsi male, e gli chiesi se andasse tutto bene.
“Mi gira la testa” disse con voce flebile, tentando di tornare in piedi.
Mentre lo aiutavo, notai un particolare sul suo collo: Davide aveva una voglia di caffellatte che approssimativamente aveva la forma di una rosa dei venti, incredibilmente simile a quella che aveva nello stesso punto zio Luigi. Trasalii: la scomparsa di mio zio era un ricordo ancora troppo fresco per lasciarmi indifferente, e il ragazzo mi guardò con gran stupore.
“Tutto ok?” mi chiese, appoggiandosi al parapetto. Avrei voluto dirgli che no, non andava per niente bene, dato che avevo appena scorto quel dettaglio che mi aveva scioccato, ma in quel momento mi parve che dal blu del mare salisse proprio la voce del mio amato congiunto che mi suggeriva cosa fare.
“Piccola, ricorda quante magie può fare un gesto gentile” mi sussurrò, e senza pensarci due volte chiesi alla mia nuova conoscenza se, vista l’ora e il calo di zuccheri, gli andasse di pranzare con me.
“Scherzi?!” disse ritraendosi.
“No, non scherzo affatto, e nelle tue condizioni dovresti mangiare qualcosa subito” risposi, prendendolo per un braccio e trascinandolo di peso nel ristorante del giorno prima, poco distante.
Mentre camminavo sentii che stava opponendo una lieve resistenza, tuttavia compresi che la sua reazione era dettata dal fatto che non fosse abituale essere invitati a pranzo da un’illustre sconosciuta. Ma in fondo, cosa potevo temere? Gli errori che avevo fatto da quando avevo visto la luce a quel giorno mi avevano già condannato, cosa mi poteva succedere di peggio? A metà strada sentii il suo braccio rilassarsi in un moto di resa, e mi chiesi se non fossi stata troppo irruenta, ma alla fine non potevo non pensare all’ultima volta che ero stata al ristorante: li avevo aspettati per due ore, non erano mai arrivati. Solo dopo avevo saputo che erano andati a pranzo per conto loro, eppure avevo continuato a volergli bene. Patetica. Quello poteva essere un nuovo inizio.
Ci sedemmo allo stesso tavolo dov’ero già stata seduta, e il cameriere ci consegnò subito i menù, per poi tornare poco dopo per le ordinazioni. Chiesi per me parecchie portate, e quando arrivò il suo turno, Davide prese solo un’insalata greca. Lo guardai poco convinta.
“Con un calo di zuccheri un’insalata non basta” obiettai.
Mi guardò disorientato, una sola domanda negli occhi: “Davvero posso?”
“Certo” gli risposi, sempre con le pupille.
Esitante, ordinò anche una moussaka, e annuii soddisfatta.
“Voglio pagare io oggi, ordina ciò che vuoi” gli dissi accomodante.
“No, non farlo, ti prego” mi supplicò.
“Sei la prima persona con cui chiacchiero su quest’isola, voglio festeggiare.”
“Non è il caso, davvero. A me basta poco.”
“Cosa intendi?”
Lo vidi passarsi nervosamente una mano fra i capelli, e si girò perdendo lo sguardo nella caldera, rivolgendo verso di me il lato destro del collo con quella voglia che mi turbò nuovamente. Tornò a guardarmi, e mi riversò addosso un fiume di parole. Mi parlò dei suoi genitori che l’avevano costretto ad accontentarsi di qualunque cosa fin dalla più tenera età, dello squallido monolocale in cui viveva, di quanto odiasse il suo lavoro, del collega del quale rifiutava sempre i passaggi, della fidanzata aspirante suicida per amore non corrisposto che però non aveva mai dato seguito al suo proposito e concluse che quel viaggio a Santorini era stata la prima scelta che aveva fatto in vita sua. Dagli altoparlanti cominciò a diffondersi una canzone: la conoscevo bene, si intitolava “Safe and sound” ed era stata la colonna sonora di uno dei miei errori più madornali. Rabbrividii. Poteva essere un segno anche quello, opposto a ciò che era già successo? Poteva essere quel titolo, che significava “Sani e salvi”, un segno di rinascita e redenzione per entrambi? Non lo sapevo, ma chiusi gli occhi e, cercando di mantenermi ancorata alla realtà, gli feci una domanda. “Tuo padre cosa pensa di questo viaggio?”
Lo dissi con voce gentile ma ferma, e a quel punto trasalì.
“In realtà mio padre è morto” mormorò.
Pensai a zio Luigi, e allontanando dalla mente l’immagine di quella notte che scendeva rievocata dalle note nelle quali eravamo immersi dissi: “Caspita, mi dispiace.”
“Sì? A me non più di tanto- commentò-. Si può essere dispiaciuti per uno che ti ha rovinato la vita? A volte non lo percepivo nemmeno come mio padre.”
Le sue parole mi facevano pensare: percepivo una notevole empatia con quel ragazzo dalla pelle butterata e lo sguardo sincero, forse perché in fin dei conti il suo rapporto di svantaggio con suo padre mi ricordava quello con i miei amici, e mentre la questione dell’hotel in overbooking mi faceva venire in mente un’idea che sarebbe potuta essere tipica di zio Luigi vidi una ragazza che si era appena avvicinata al nostro tavolo e mi fissava insistentemente, con un’espressione mortificata. Inizialmente non le prestai particolare attenzione, ma non appena focalizzai l’attenzione su di lei rimasi senza fiato. L’avevo riconosciuta, nonostante i tanti orecchini che non ricordavo. L’avevo riconosciuta, malgrado il caschetto sbarazzino che sostituiva i lunghi capelli che erano rimasti impressi nella mia memoria. “Safe and sound” un accidente. Il suo nome mi sfuggì dalle labbra, mentre il suo volto si mescolava a quelli di Eva, Claudia ed Edoardo.
“Milena.”
“Carmen.”
Serie: Daydreamer
- Episodio 1: La rondine
- Episodio 2: Cambia-menti
- Episodio 3: Preludio e fuga n. 2
- Episodio 4: Safe and sound
Ciao Cassandra, mi fa davvero piacere ritrovare questa serie! Un episodio molto bello, vite che si incontrano e una sorpresa finale. Mi è piaciuta molto l’idea di Kassandra per aprirsi a nuovi incontri. Molto brava, sono curiosa di leggere il seguito:)
Grazie mille Melania per aver letto e commentato! Sono felice che la serie ti stia piacendo, e se tutto va bene entro la prossima settimana potrai leggere il nuovo capitolo! 😉
Che bello! L’ho letto in un attimo, avvolto dalla scioglievole narrazione. Storia molto avvincente e ben strutturata. Aspetterò volentieri il prossimo capitolo
Grazie!!! Spero di riuscire a pubblicarlo a breve! 😉