Schierarsi
La televisione è accesa da così tanto tempo che non ricordo più perché. In fondo al salotto, come un cecchino, spara immagini e suoni precisi. Ogni sequenza sembra cancellare la precedente: una notizia, un conflitto, la pubblicità di un sorriso troppo bianco. Con un fascio luminoso riempie la stanza a intervalli irregolari. E ogni cambio riscrive la scena: le bottiglie sembrano più numerose, il fumo si stratifica nell’aria, il mio volto sempre più stanco.
Fuori piove, una pioggia leggera ma costante. Si sente l’acqua nelle grondaie e il passaggio delle macchine sull’asfalto bagnato. Dentro l’aria è pesante, odore di fumo, alcol e cibo riscaldato. Oggetti abbandonati su superfici improvvisate.
Ale riderebbe immerso nel telefono, scrollando in cerca di un volto, una bella ragazza che lo eccitasse per qualche secondo; lui è abituato a sorrisi di altro tipo mentre firma contratti, per poi trasformarsi, la sera, davanti a un pacchetto di sigarette e una bottiglia di grappa. Pier affonderebbe nel divano, lo sguardo perso in uno dei suoi viaggi alla ricerca di un acquirente per i prodotti che vende su e giù per mezza Italia, dall’alba al tramonto, per poi rientrare sfinito. Non so nemmeno perché lo faccia, non certo per soldi. Clod invece rimarrebbe lì fermo, come quando sta seduto nel suo ufficio in attesa di una telefonata, una conferma che tutto è andato come doveva. Lui rimarrebbe lì, freddo, lucido, ad ascoltare, e intervenire solo per confermare la tesi di qualcun altro.
In TV un talk politico, probabilmente una replica. Due persone che si urlano contro per non dire niente di interessante. Il conduttore sorride. Il pubblico applaude senza sapere perché. Poi la pubblicità. Un jingle fatto per inchiodarsi in testa. Corpi perfetti, donne bellissime. Finisce così quando cadiamo in questo stato comatoso — un misto tra ozio e alienazione che ci trascina giù.
Ale si sarebbe spalmato sul divano, sigaretta in una mano, bottiglia a terra, cellulare nell’altra. Lo immagino urlare: «Guarda qui» — mostrandomi l’ennesima ragazza su Instagram. È il tipo capace di parlare di culi, Champions e fine del mondo con lo stesso tono. Uno in TV inizia a urlare. Applausi. Il conduttore sorride, così come avrebbe sorriso Ale. Le liti in TV lo esaltano, avrebbe urlato: «Cazzo quanto mi piace» — e giù un bicchiere. Alla fine riesce a catturare anche me, anche se sono cose che mi infastidiscono. A me sembra tutto finto. Non falso. Peggio: costruito.
Il problema è che ci inducono a prendere posizione. Non contiamo nulla. Ormai scegliamo solo da che parte stare, il contenuto lo decidono loro.
Minchia, sono partito. Mi succede spesso, così come mi direbbe Pier, con quell’aria dimessa che lo caratterizza. Alzo la voce. È tutto un copione già scritto. Ti inducono a scegliere per farti sentire libero. Ma dov’è la libertà in tutto questo? Funziona ovunque — programmi, politica, sport, social. Ogni cosa modellata per farti scegliere per chi tifare.
Clod sa come la penso. Sa che sono convinto che siano tutti slogan, me lo farebbe notare senza staccare gli occhi dalla TV mentre si accende una sigaretta. Lui assorbe prima tutto, è il suo istinto.
Parte la pubblicità di una compagnia telefonica. Una modella che ti fa pensare a tutto tranne che al motivo per cui è lì: convincerti che a 9,99 euro al mese puoi conversare gratis per sempre, esclusi i costi di attivazione.
Riprendo fiato. Apro Instagram, sapendo che potrei uscirne incazzato. So bene che non sarà il messaggio a condizionarmi, ma come viene recitato. Questa è l’arte dell’intrattenimento — Ale lo sa bene, lui che di mestiere vende contratti e sa come si cattura chi hai di fronte. Lo scopo è trattenerti, come un bersaglio pronto a essere colpito dall’ennesima freccia.
I miei amici sanno bene che il contenuto è falso. Sanno che sono solo pagliacciate montate ad arte che non andrebbero prese sul serio. Ma allora perché ne discutiamo ogni volta?
Fuori passa una moto che fa tremare i vetri. Le immagini in TV riportano alla guerra. Ti obbligano a scegliere tra aggredito e aggressore, dimenticando che è il conflitto stesso l’orrore. Una bomba, due pubblicità, una ragazza che sculetta felice, un ragazzo con gli addominali scolpiti e lo sguardo tenebroso, poi un bambino morto sotto le macerie. Tutto nel piccolo schermo di un cellulare. Questo è internet, fra. Non puoi farci niente. Ed è questo che mi spaventa, che sembri normale. Il problema è l’overload. Una volta certe cose manco le sapevi.
In TV discutono del nulla, fino a che il solito politico interrompe. «Bisogna agire con la forza!» — e giù scrosci di applausi. Ma non è importante quello che dice. Lui sa che deve solo impressionare, l’applauso è il suo coro.
La verità è che dovremmo imparare a stare in silenzio ogni tanto. Riflettere. Pensare. È vero che dopo qualche birra divento un filosofo, o come direbbe Pier, Socrate — lui mi chiama così quando parto. Ma la penso così.
Davvero? Ma quand’è stata l’ultima volta che hanno visto qualcosa senza sentire il bisogno di dire chi ha ragione e chi ha torto? Ale lavora dodici ore al giorno. Quando torna a casa si spegne come un automa, e si accende come l’alcol che consuma. Siamo sempre stanchi. Sempre saturi. E quando sei stanco smetti di farti domande. Reagisci e basta.
Mentre penso a tutto questo mi rendo conto che sono qui, seduto su un cazzo di divano, solo come un cane abbandonato, e penso che se fossero realmente qui e mi dessero ragione, forse starei facendo la stessa identica cosa che sto criticando. Ma la stanza è vuota come le mie parole, per cui che senso ha?
Il politico continua a urlare. Il pubblico continua ad applaudire. La pubblicità di un’auto da sogno mi risveglia dal torpore. «Non lo so» — dico piano. «Forse dovremmo iniziare a dubitare anche delle cose che sembrano avere perfettamente senso. Forse stiamo vivendo in un reality show. O forse è solo la mia depressione.» Resto in silenzio.
E penso a loro, adesso. In vacanza da qualche parte, in un luogo che ho deciso di rifiutare.
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