Seconda parte
Serie: Nessuno
- Episodio 1: Prima parte
- Episodio 2: Seconda parte
STAGIONE 1
Il pomeriggio è lungo e vuoto. Di solito alle quattordici Fatima mi rimette a letto. Oggi si ferma sulla porta, guarda lo schermo acceso e mi dice: «Enzo, resta in carrozzina un altro paio d’ore. Vai in sala comune a fare due chiacchiere, non stare sempre davanti alla televisione. Oggi non ti metto a letto.» Ha ragione lei, ma io non ho mai regalato confidenza a nessuno. Persino in fabbrica mantenevo la distanza. Stavo con quelli meridionali, ma unicamente perché eravamo confinati nello stesso angolo.
In mensa ci dividevamo su due tavolate distinte, rigorosamente separati tra settentrionali e meridionali. Loro parlavano un unico dialetto; noi ne incrociavamo tre o quattro diversi, ognuno chiuso nel proprio. Anche se silenziosa, quella era la mia compagnia. Mi mancano quei giorni. Erano tempi duri, fatti di compromessi e sfide quotidiane. Ma quella fatica era la mia vita. Me l’ero scelta io, e mi andava bene così.
Nel corridoio trovo Giulia.
«Signor Enzo, che sorpresa, sono felice di vederla.»
Abbozzo un sorriso, giusto per compiacerla.
«Le offro un caffè? La porto io alla macchinetta.»
Rispondo: «Va bene, ti ringrazio.» «Di nulla» risponde, «ma oggi è il suo compleanno, dovrebbe pagare lei.» Mi strappa un sorriso. Sento che le devo riconoscenza.
In quel breve tempo Giulia mi racconta della sua vita, dei suoi studi, di tutti i sacrifici e le difficoltà quando si è trasferita a Milano dopo la laurea, un paio di anni fa. Affitti altissimi, stipendi bassi, tanto da dover condividere un appartamento in tre. La ascolto e vedo nei suoi occhi la rassegnazione diversa dalla mia speranza quando sono emigrato.
Mi faccio riaccompagnare in stanza. Quel breve dialogo mi ha affaticato più di quanto credessi. Fatima mi rimette a letto, un po’ scocciata: dice che la depressione e l’isolamento non mi aiutano a guarire e a tornare a casa.
Penso a Maria, al mio lutto. Se n’è andata un paio di anni fa, dopo sessantacinque anni sempre insieme. Mi chiedo perché mai dovrei tornare in quella casa ormai vuota d’affetto. Mia figlia, la maggiore, mi ha tenuto con sé: poche parole, molti silenzi condivisi. Poi l’infarto, il ricovero, la riabilitazione, e infine questo posto.
Lei viene ogni sera per la cena. Di giorno viene mio figlio, il più grande dei due. Oggi è sabato, quindi dovrebbe venire anche l’altra mia figlia: lei può farlo solo nel fine settimana. L’altro mio figlio si è trasferito lontano, non lo vedo da una vita.
Allettato, resto solo. Renato c’è fisicamente, ma non può farmi compagnia: è troppo dentro il suo dolore. Cerco qualcosa con cui tenere la mente sveglia. La trovo: una macchia di umidità sul soffitto, nell’angolo in alto a destra. Non l’avevo mai notata prima. Le parlo. È l’interlocutore più onesto che ho in questo momento. La guardo e penso che a novantaquattro anni il bilancio dovrebbe essere chiaro. Invece è ancora confuso, ancora aperto, come se ci fosse qualcosa da sistemare, ma non ho più tempo. Questo mi dà rabbia. Se ci fosse stata Maria, lei avrebbe sistemato tutto, o almeno ci avrebbe tentato.
Mi addormento con la televisione accesa. Dmitrij mi risveglia per la cena, che nel fine settimana anticipano alle diciotto e trenta perché il turno è agli sgoccioli. Alle diciannove c’è il cambio. Sul vassoio ci sono passato di verdure, una fetta di formaggio fresco, frutta cotta. Mangio senza fame, per abitudine.
Poco dopo arriva mia figlia. Entra, si siede, mi chiede com’è andata la giornata. «Bene» rispondo. Restiamo insieme un’ora; parliamo poco, stiamo. Poi si alza, «buonanotte papà», e se ne va.
Guardo in alto, verso la mia compagna silenziosa. Novantaquattro anni. Sono partito dal paese e ora potrebbe finire tutto qui, in questo letto. Nel mezzo c’è poco: la fabbrica, Maria, quattro figli, la casa popolare, le vacanze in treno, i ricordi. Ho attraversato questo tempo come si attraversa lo stivale da sud a nord: in salita, non in senso geografico. Ne ho fatta, di strada. La racconto alla macchia sul soffitto. Chissà se mi ascolta.
Sono le nove di sera. Fatima non c’è, e nemmeno Giulia, Anna o Dmitrij: il loro turno è finito alle diciannove. Nonostante il cambio mi sento solo. Con loro ho più confidenza, mi trattano da uomo. Non succede sempre, ma li capisco: quindici stanze, almeno due vecchi per stanza.
Non ho sonno. Dormo di giorno e la notte resto sveglio, nonostante le goccine dopo cena.
«Mi raccomando, pigliatell’ ‘e primm’ ‘e te cuccà» mi dice Giovanni, che fa la notte questa settimana. È un bravo ragazzo, siamo compaesani e ogni tanto ci scappa una parola nel nostro dialetto.
Guardo la televisione con il volume azzerato per non disturbare il signor Renato. Non sta bene. Giovanni mi ha confidato che lo terranno qui fino alla fine. Speriamo di uscire prima, non vorrei vederlo inghiottire. Si lamenta per i dolori, ma resiste. Mi bastano le immagini, purché sia un documentario o una ripresa all’aperto. Non ne posso più di stanze chiuse, nemmeno dentro uno schermo.
Spengo la televisione e la luce sul comodino. È buio. L’atmosfera è spettrale, il silenzio sa di vuoto ovattato. I lamenti si alzano dalle altre stanze; Renato fa il suo verso migliore: russa, ma almeno respira. Legato al monitoraggio non posso muovermi, e questo bip a metronomo mi innervosisce. Il corridoio manda il suo filo luminoso sotto la porta. Sono ancora sveglio.
So che Polifemo è già nella stanza. È qui. Non urla, non si agita, è astuto. Lo sento girare vicino alla finestra, annusare l’aria, cercare la sua preda. È cieco: non mi vedrà finché rimarrò nell’anonimato. Il gioco del silenzio lo conosco bene. L’ho fatto per tutta la vita.
Il mio nome è Nessuno. Non mi sono mai esposto, non ho un pensiero che si possa afferrare. Non ho un vissuto con cui scrivere la mia odissea. Sono passato attraverso questo tempo senza fare rumore, senza lasciare tracce. Chiudo gli occhi nella speranza che la bestia non riesca a trovarmi. Almeno per ora.
Serie: Nessuno
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- Episodio 2: Seconda parte
Quella macchia che Enzo guarda è un rifugio dalla sua paura, un modo per proteggersi e isolarsi. Ma non credo che il suo anonimato lo proteggerà da Polifemo. Un racconto triste, come a volte è la vita, ma vero e scritto molto bene.