
senza meta
Suoni e risate uscivano da palazzi antichi. Gente frenetica e auto allineate a bordo strada con le quattro frecce accese, biciclette colorate e musica agli angoli di vicoli chiassosi. Era la cittĂ .
Mario vagava per le strade senza una meta precisa. Lo faceva da anni. Ormai si era fatto adulto, forse doveva provare a fermarsi in un posto, forse crearsi una famiglia. Una parte di lui gli suggeriva di trovare un lavoro stabile anziché i soliti lavoretti saltuari con cui si manteneva e trovarsi anche una casa più grande rispetto al monolocale dove viveva. “Ma no!” pensava. In fondo la vita del girovago gli era sempre piaciuta e l’Italia l’aveva visitata quasi tutta. Non desiderava una “vita normale” come gli altri. Le abitudini, gli affari e gli obblighi lo trascinavano in un profondo stato d’ansia. Per questo ogni volta che vedeva la gente attorno a lui era sempre più convinto della scelta che aveva fatto.
I ricordi di gioventù erano immagini sfocate che ogni tanto gli passavano davanti agli occhi quando cercava di addormentarsi. Certe cose lo avevano segnato, nella mente ma soprattutto nell’anima.
Si fermò davanti alla bottega di Carla, un amore impossibile. Una ragazza che portava il cognome di una delle famiglie più ricche della città , più alta di lui, dai capelli a caschetto neri corvini. Estroversa e lunatica, uno spirito libero, un’artista. “Ma va beh!” Fece spallucce e ripensò a lei sdraiata e all’odore di erba bagnata di quella notte. Sorrise. Proseguì a camminare.
Passeggiava senza meta sullo stesso viale alberato anche più di una volta al giorno. Era l’attrazione del momento nella sua città per lui provvisoria. Scambiò lo sguardo con una famiglia straniera. Lei era alta e bionda. Lui basso, moro e tozzo. Guardò lei negli occhi, gli ricordava una ragazza che conobbe a Torino. Ebbe un brivido lungo la schiena e accelerò il passo.
Era una sera di aprile di circa venti anni prima quando decise di diventare un girovago. Una serata speciale in cui scoprì la precarietà di un sorriso, di un’amicizia. Di una vita.
Ricordava la musica alta che sembrava quasi spaccargli la testa che rimbombava nella sala di una vecchia villa in campagna. Era madido di sudore e puzzava d’alcol. Le pareti attorno a lui erano nere illuminate a sprazzi da luci fluorescenti, la gente si scatenava nel mezzo alla stanza senza regole, trascinati dalla notte senza volerlo. PerlopiĂą erano ragazzi che si spingevano uno contro l’altro. Tra di loro c’era Sergio, il suo amico di sempre, che salì al piano di sopra. Si incontrarono dentro quella che una volta era una stanza da notte, dall’elegante mobilio e il letto a baldacchino. Si parlarono per pochi attimi e condivisero l’ultima risata.
I palazzi scolorivano sempre di più man mano che raggiungeva la campagna. Sentiva sulle spalle il grande peso dello zaino. Non avrebbe mai raggiunto il peso delle bugie che aveva sofferto nella vita. Accese una sigaretta, doveva smaltire la rabbia. Succedeva sempre così quando pensava a Sergio quella notte.
I campi ingialliti dal caldo, avevano un odore a lui familiare. Dopo il passaggio a livello c’era un incrocio. Era quasi arrivato.
Aveva visto passare, forse, dieci macchine in tutto. Lui non ne aveva mai avuta una e non la voleva. Preferiva viaggiare in autostop, come quella volta che, una donna di circa ottanta anni lo fece salire in macchina «ti do un passaggio solo se vai a cambiare i fiori al cimitero» disse dal finestrino mentre fumava un sigaro toscano. Mario quella promessa la prese sul serio ed era quello il motivo che lo spinse a tornare tra i prati vuoti di quel paese alle porte della sua città .
Si parò gli occhi dal sole, guardò in fondo alla strada una sagoma nera che avvicinandosi capì essere una donna.
Indossava un cappello in paglia con dei fiori colorati, l’abito, seppur fori moda non sembrava adatto per il caldo d’estate. Lo colpì la sua eleganza. Cercò di vedere i suoi occhi, nascosti dietro a grandi occhiali da sole scuri.
La salutò, per galanteria, ma lei non rispose e proseguì a camminare per la sua strada. Il suo viso magro era coperto da profonde cicatrici.
Mario non si sentiva mai solo, si abituò presto a convivere con il suo essere. Non era stato facile dopo la prima volta. Ma gli era bastato poco per capire che quella era la sua attitudine.
Girava a vuoto alla ricerca di qualcosa che purificasse la sua anima. Era impossibile e lo sapeva ma almeno quello era l’unico modo.
Sistemò con delicatezza i fiori al cimitero come promesso e tornò in strada.
Il sole batteva forte senza un filo di vento, il silenzio, assordante, veniva ogni tanto interrotto dal canto degli uccellini sopra un pioppo. Non voleva tornare in città quindi trovò riparo all’ombra del parcheggio di una vecchia fabbrica. Aveva l’ultima sigaretta, pensò di fumarla più tardi ma quel paese lo inquietava.
Doveva andarsene e cambiare di nuovo zona. Per lui era l’unica cosa da fare. Ascoltò il treno passare liscio sui binari. Avrebbe voluto avere la stessa forza. Seduto per terra lanciava alcuni sassolini contro un grande masso in mezzo al piazzale. Uno scossone di spavento quando sentì qualcosa muoversi dentro la fabbrica.
Entrò dentro incuriosito. C’era un tavolaccio in legno, alcuni disegni sui muri e la luce calda del sole entrava dai vetri delle finestre rotte. Ascoltò l’eco dei suoi passi, fino al corridoio e salì le scale in cemento mezze distrutte fino al primo piano. Trovò di fronte a lui un grande salone vuoto dove l’aria rimbombava tra le pareti grigie senza più un significato. La donna con il cappello di paglia tremava con lo sguardo verso il muro. Era seduta sopra una vecchia sedia da ufficio.
«Chi sei?» Chiese Mario con voce tremante. La donna rimase immobile, solo le sue spalle si muovevano lente al ritmo del respiro. Quando si voltò verso di lui, scoprì che la donna aveva qualcosa di strano in quel sorriso dai denti grigi e rimase turbato dai suoi occhi bianchi.
Aveva lo sguardo vuoto e sparì in pochi passi prima che Mario se ne rendesse conto.
All’ora di pranzo, la strada era più trafficata. Mario non aveva nessuna fame, anzi, ebbe un senso di nausea all’odore di cibo, quando passò vicino ad un ristorante. Camminò lungo una strada sterrata. Il suono del fiume lo inquietava. Le colline intorno lo facevano piangere. Le case, colorate, alcune in pietra gli ricordavano gli anni passati di quando era bambino. Se solo avesse potuto vedere i suoi occhi, tristi e pieni di lacrime. Aveva un peso dentro da anni che doveva togliersi. Girovagare per le strade di Vienna, Budapest, Madrid, Roma e tante altre gli avevano donato solo una pausa di pace che svaniva ogni volta che tornava in quel posto.
Con Sergio, il suo migliore amico, aveva iniziato per gioco la sua dipendenza. Anche se non aveva pianificato nulla, il suo amico era scomparso ormai da dieci anni. Un tempo infinito per sua madre, che passava le giornate a fissare il muro della vecchia fabbrica di famiglia.
Dopo tre ore di cammino, davanti un cancello, realizzò di essere di fronte alla caserma dei carabinieri. Toccò il campanello ma non lo suonò e camminò verso il tabaccaio più vicino. Aveva finito le sigarette e doveva fumare.
Ogni volta che pensava a Sergio soffriva ma quello era stato l’inizio della sua dipendenza di uccidere. Non poteva farci nulla. Aveva deciso che quella sarebbe stata la sua vita. Fino a quando qualcuno non lo avrebbe fermato.
gP
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Sei stato abile nel depistare il lettore, immaginavo che il tuo protagonista fosse spinto nel suo pellegrinare da tutt’altro motivo. Mi unisco al coro di chi ha lasciato gli altri commenti, questo si presto come un’ottimo incipit per un romanzo.
Grazie Micol, è piacere risentirti. 🙂
Mi è piaciuto. Potrebbe essere l’inizio di una serie, ma anche così, da solo, regge benissimo, incuriosisce e soddisfa.
Grazie @eremes mi fa molto il tuo commento. Questo racconto l’ho scritto d’impulso, come tanti che scrivo. Non so se sia un pregio o un difetto ma spesso mi capita. Grazie
Ciao Giglio, questo tuo racconto è molto convincente. Mi è piaciuto in modo particolare il peregrinare del protagonista fra le vie della cittĂ e l’incontro con umanitĂ diverse seppur nei suoi ricordi. Mi ha dato l’impressione di camminare in una galleria d’arte e soffermarmi di fronte ai quadri piĂą significativi. Come averne un assaggio di ciascuno. Concordo anche io sul fatto che meriti di essere l’incipit di una nuova serie. Per capire dove porta quel suo desiderio di “uccidere”. Molto bello!
Grazie @cristiana il tuo commento mi lusinga. Il suo uccidere era scattato quando per “gioco” uccise per la prima volta. Il suo amico.
Molto interessante! Mi hai fatto venire in mente il libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer da cui Sean Penn ha tratto il film “Into the wild”, solo che nel caso del tuo protagonista siamo in Europa e visita le cittĂ
Grazie Kenji, apprezzo molto il tuo commento. Onestamente non sapevo di queste similitudini, ho scritto questo racconto d’impulso lasciandomi trascinare dalla corrente della tastiera.
Scorrevole e coinvolgente fino all’ ultima riga. Misterioso il girovagare del protagonista, Mario. Un comportamento che resta oscuro e inquietante anche nel finale. Desta ulteriore curiosita` e sarebbe ancor piu` interessante se avesse un seguito.
Ciao Luisa grazie molte per il tuo commento, mi fa molto piacere l’idea che ti aspetti un seguito.