Sergio delle tigri

Sono esausto. Ho tanta fame, ma devo spendere tutto nei cinquanta chili di pollame che le mie belve mangiano ogni giorno. Tre tigri, una pantera, e il mio leone, Leo. Ogni giorno vado a Cutrofiano e compro il cibo per le loro.

Loro, per me, sono tutta la vita.

Sia chiaro, non abito in India o in Africa ma questa è San Donato, provincia di Lecce.

Vengo da Napoli, dove esercitavo la professione di avvocato. Lì, nell’appartamento del Vomero abitavo con mia moglie e tre tigri, litigavo tutti i giorni con i miei vicini. Ma che volevano? In fondo erano tre tigri mansuete, inoffensive. D’accordo, avevano sbranato due cani da compagnia e mia moglie aveva sempre paura… ma non era mai accaduto nulla di male! Ah, non mi capivano.

Era il 1995 e divorziai da mia moglie, vendetti l’appartamento per quattrocento milioni e settanta li investii per costruire questa masseria nel Salento. Il resto lo usai per comprare tutte queste belle belve. Oltre alle tigri, dei rottweiler e vari uccelli esotici, pure una pantera e Leo, il mio leone, il capobranco.

Sì, devo dirlo: vivere con la pensione, nonostante questo zoo, è dura. Per questo lo facevo visitare la mia masseria da grandi e piccini, tutti curiosi di vedermi entrare nelle gabbie e dare una grattatina a Leo e gli altri.

Loro, per me, sono tutta la mia vita.

Molti mi chiedevano, dopo che pagavano le cinquemila di biglietto, dove vivessi.

Io, trasandato e affamato dalla povertà, indicavo il seminterrato; l’unico luogo libero dalle gabbie.

Sì, chiedevo cinquemila Lire di biglietto, ma il più delle volte solo una donazione per dare da mangiare a queste bestiole.

L’anno scorso, una ragazza un po’ troppo intraprendente mi seguì nella gabbia della pantera senza che io le avessi dato il permesso. Non ebbi nemmeno il tempo di bloccarla, che la pantera la ferì. Poveretta, non l’aveva riconosciuta; la belva si era sul serio spaventata.

Scoppiò una bufera e lo zoo fu messo sotto sequestro. Solo che, dato che nessuno poteva badare a questi animali, fui nominato custode dello zoo.

Molto bene.

Ma senza i proventi dei biglietti, senza le offerte, adesso ho difficoltà a sfamarle.

È un giorno di gennaio. È il 2000. Sto entrando nella gabbia di Leo. Poveretto, è agitato. Non gli ho dato da mangiare. Adesso lo calmerò io.

Leo, Leo.

Leo, no!

Lasciami andare.

Non mordermi!

Mi chiamano Sergio delle tigri.

Mi chiamavano Sergio delle tigri.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Kenji, un racconto che ha terribilmente del vero. Cosa accade nella mente di queste persone? Amore per la sfida? Una patologica ricerca del confronto con una creatura pericolosa per superare la frustrazione di essere “normali”? Quando hai un animale domestico si innescano strani meccanismi, arrivi ad amarli come veri e propri componenti della famiglia. Anche nella mia casa circolano una tigre e una pantera nera: sono indipendenti, ombrosi, hanno il giusto tocco di “belvaggine” che mi lascia appagata nel confronto. Se, a causa di una catastrofe planetaria, io fossi l’unico cibo sulla terra rimasto a loro disposizione, sono certa che mi farebbero la festa. In un tempo lontano li seppellivano assieme a un condannato alla tortura in una buca profonda, sapendo che avrebbero procurato alla vittima una lunga e tremenda agonia. Io e miei pericolosissimi e maestosi gatti conviviamo rispettando gli spazi altrui 😀

    1. Kenji Albani Post author

      Ciao Micol e grazie per avermi letto! Apprezzo le tue parole, ma ti dirò una cosa in più: questa storia non è inventata, ma tratta da un evento accaduto realmente… Questo è l’articolo da cui ho preso spunto per la storia:
      https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/01/24/sbranato-dal-leone-di-casa.html
      E’ stato mio padre a parlamene spesso, così questa primavera ho voluto cercare su Google e ho scoperto questa faccenda strana.