Sette meno dieci
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
- Episodio 3: La lavagna delle remore
- Episodio 4: Punti profondi e spazi indefiniti
- Episodio 5: Sette meno dieci
- Episodio 6: Il bello e il cattivo tempo
STAGIONE 1
Si impara tanto della gente a fare lo scrutatore.
È un po’ come essere seduti in macchina, fermi davanti alle strisce pedonali. Anche lì si impara un sacco.
Ad esempio ci sono quelli che quando attraversano ti dedicano un’occhiata, alzano il palmo, ti ringraziano alla svelta senza essere tenuti a farlo e con questo ti migliorano la parte della giornata che ti resta da vivere. Ma sono pochi.
Poi ci sono quelli neutri, quelli che semplicemente attraversano la strada, occhi fissi sul telefono o chini sui figli piccoli, ancora lì a redarguirli per la marachella combinata cinque minuti prima. E per loro, tu, non esisti.
Ci sono quelli che camminano svelti ma appena sconfinano tra marciapiede e strisce rallentano di proposito. Mento dritto proteso, sopracciglio alzato e pupille puntate in avanti, non ti guardano ma in realtà lo fanno eccome. Il loro incedere lento è una provocazione studiata, un urlo sguaiato che non produce alcun suono ma ti vuole far sapere che sono loro ad essere nel giusto e tu in un torto latente, che non ci provare, che non t’azzardare anche solo ad abbassare un finestrino perché tu non sai chi sono io e se ti muovi di un millimetro ti rovino. Sono gli stessi che una volta alla guida di un mezzo le strisce le bruciano veloci come fossero cocaina tirata nei cessi di una discoteca.
Ci sono quelli che vanno di fretta, che attraversano lì perché in linea d’aria è il percorso più vicino alla destinazione, che nemmeno si guardano intorno, vada come deve andare e il futuro si vedrà.
E poi ci sono quelli che ci provano. Pochi ma ci sono. Nascosti dietro al pilastro, guardano che macchina hai, calcolano quanto vai veloce, i danni potenziali, e se pensano che riuscirai a frenare abbastanza da arrivare a sfiorarli ma con una forza non sufficiente a fargli male allora sgattaiolano via da dove se ne stavano rintanati come ratti e si buttano. E tu devi solo sperare di avere i riflessi pronti.
Prestare servizio ai seggi è molto simile. Cambia solo che in macchina, dalla gente, ti separano il volante e il parabrezza; ai seggi un banchetto e il ruolo che ricopri. Barriere trasparenti che ai più ti rendono disumano. Non una persona, solo un automobilista o uno scrutatore.
A volte capita di trovare la persona garbata che dopo avere infilato la scheda nell’urna si riprende i documenti e ti augura buon lavoro con un sorriso mentre esce dalla stanza. Ma sono in pochi.
Di solito la gente pensa che tu sia lì perché piazzato in veste di privilegiato dal potente di turno, col compito di non fare niente a fronte di un compenso principesco, e fa di tutto per considerarti il meno possibile, una sorta di disconoscimento con l’intento di sottrarti dignità. Sono gli aggressivi attivi, quelli che gli chiedi il documento di riconoscimento e si indignano, ti domandano con che diritto lo fai, sul piede di guerra da quando entrano a quando escono, cercano la provocazione e se non la trovano se la costruiscono da soli.
Altri invece sfoggiano un’aggressività lamentevole. Li cerchi nell’elenco dei votanti, pronunci la frase di rito – il Sig. Taldeitali può votare – affinché il Presidente di seggio consegni loro la scheda e questi si risentono come se gli avessi messo le mani nel portafogli. Colmi di stizza rivendicano che certamente possono votare, ci mancherebbe altro. Vogliamo sottrargli anche questo diritto, conquistato col sangue di tanti italiani? Vergogniamoci.
Quando fai tesoro del moto di ribellione patriottica che la frase di rito ha suscitato, e la volta successiva ti limiti a dire che il Sig. Talaltro è in elenco, questo smuove un’aggressività mascherata da dileggiosa ironia, solitamente esternata dalle classi sociali più abbienti – scarpe da barca polo e golfino sulle spalle come in un film di Vanzina degli anni 80 – che ringraziando con artata cortesia ti confermano loro stessi che in elenco ci sono e che ci sono sempre stati, e che anzi sono lì a fare il loro dovere così che “quelli là” non li mandino al confino alla Gorgona e non gli levino anche la casa.
Quelli che degli altri non gliene può fottere di meno e vivono in un loro universo esclusivo li riconosci perché nemmeno ti riportano la matita indietro dopo che hanno votato. Quando gli chiedi se l’hanno lasciata in cabina si guardano indietro con l’aria di uno che si è appena sentito rivolgere una domanda particolarmente stupida, e ti rispondono che sì, l’hanno lasciata in cabina, dove sennò, ma tanto ci vanno gli addetti a prendere le matite, giusto?
E poi ci sono quelli che si affacciano alla porta e ti chiedono se vanno bene un seggio o una sezione qualsiasi per votare, che hanno il panettiere lì vicino e allora si sono detti se potevano venire da noi. Superati solo da chi si ferma sulla soglia e ti chiede se devono votare lì, come se guardandoli in faccia tu fossi tenuto a sapere chi sono. Come se nonostante la loro età adulta non avessero mai votato prima, e si trovassero lì perché il figlio aveva la partita di pallavolo da quelle parti e allora va beh, ammazziamolo sto tempo. Di lì al domandarsi quanto sarà consapevole il voto che esprimeranno, il passo è breve. Perché se non ti prendi nemmeno la briga di chiederti se le lettere e i numeri stampati sul frontespizio del cartoncino che riporta il tuo nome racchiudano un senso compiuto e non siano invece inchiostro versato lì a cazzo, il dubbio sulla cura che metti nelle cose che fai e sulla centratura rispetto al mondo che ti circonda ti viene.
Era domenica, avevo fatto colazione al bar ed ero entrato nella mia vecchia scuola alle sette meno dieci. Era il giorno in cui le domande e le teorie su me stesso avrebbero potuto trovare un riscontro nella realtà. Era il giorno in cui mi accingevo con ostinazione a prestare un servizio per il quale, oggettivamente, non sono portato. Mi manca l’indulgenza necessaria.
Serie: La doppia lettera
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- Episodio 3: La lavagna delle remore
- Episodio 4: Punti profondi e spazi indefiniti
- Episodio 5: Sette meno dieci
- Episodio 6: Il bello e il cattivo tempo
Mi piace tantissimo come il protagonista guardi gli elettori come si guardano i pedoni dalle strisce: con pazienza apparente, ma con dentro un catalogo dettagliatissimo di fastidi, tic, arroganze e assurdità quotidiane. Ho sorriso, ma ho anche sentito la difficoltà di mantenere fiducia nelle persone quando le si vede da vicino, nei loro piccoli egoismi e nelle loro goffaggini. E il finale, con quel “mi manca l’indulgenza necessaria”, è perfetto, lucidissimo e anche un po’ impietoso.
“Di solito la gente pensa che tu sia lì perché piazzato in veste di privilegiato dal potente di tu”
Alle ultime comunali, i nostri giovani scrutatori, hanno calcolato un compenso netto di circa 3,80 euro…
Ma che bella questa “commedia umana” degli aventi diritto al voto. Ecco, pensavo, la democrazia. Attivo, passivo, aggressivo, gentile…tutti i voti valgono uguali. (Tranne che per gli scrutatori che devono sopportarli tutti😅)
Una vita d’inferno e una pausa pranzo ridicola. Grazie Irene!
“che hanno il panettiere lì vicino e allora si sono detti se potevano venire da noi. “
🤣🤣🤣
Un ritratto graffiante di diverse facce della nostra variegata umanità. Hai una capacità analitica non comune: vedi gli stessi corpi che vedo io, ma, se io mi limito a vedere il colore di pelle, capelli e vestiti o le espressioni caratteriali più evidenti, tu vedi oltre e vai a scoprire vizi e virtù che deduci dal loro modo di porsi nei confronti degli altri. Ci riesci benissimo e risulta spesso facile riconoscersi nelle tue analisi, a volte strappi un sorriso, a volte tacita approvazione, ma, ben più importante, porti noi a pensare: come sono alla guida? E sulle strisce?… al seggio no, sono educatissimo (Eli è spesso scrutatrice 😜)
Scusa Giuseppe, con notevole ritardo mi sono accorto del tuo commento e con notevole ritardo ti ringrazio per i complimenti!
Interessante questa analisi dei pedoni sulle strisce. Qui in Finlandia ringraziano tutti con un cenno della mano (lo faccio sempre anch’io).
Credevo che questa cosa succedesse solo in Italia. Mi consola😊. Grazie della lettura Arianna!
Ciao Roberto, ti sono mai capitati quelli che chiedono: chi sta vincendo? 😂😂
A parte gli scherzi, è sempre un piacere leggerti.😉
😂 No, quelli no, solo gente che si limitava a domandare dati sulle affluenze. Grazie Tiziana per la lettura!
Ciao Roberto, inizio a dire che ho adorato questo episodio che, in un paio di punti, mi ha strappato dei sorrisi. Saper osservare la gente è una delle qualità richieste a uno scrittore e saperla raccontare tramite gesti, manie e modi di fare è un’altra caratteristica che tu possiedi e che ammiro del tuo modo di scrivere. Se la descrizione di chi attraversa le strisce non mi ha sorpreso e mi ha fatto annuire mentalmente, quella delle persone ai seggi mi ha lasciata un po’ sconcertata. Avrei sperato e pensato che la prepotenza, la maleducazione e l’indifferenza rappresentassero la percentuale più bassa e non la maggioranza.
Ciao Melania, il tuo commento come è facile intuire mi fa molto piacere, perché ti confesso che non ero molto fiducioso dell’episodio. Quindi grazie!
I diversi atteggiamenti di chi è in ogni caso solo un passante della vita, nello uno spazio aperto di una strada o nel bozzolo di una cabina, le perplessità vere o di maniera, la meschinità e la presunzione, l’opportunismo, l’invidia sciocca e infine i tratti occasionali di gentilezza e calore umano: tutto scorre davanti agli occhi di questo attentissimo, e perciò dolente, scrutatore del mondo. Sono cose piccole e grandi, anzi, forse cose piccole che nascondono e rivelano cose grandi. Hai inciso, scolpito direi, i volti e i cuori degli effimeri protagonisti di questo capitolo in modo tale che mi sono vista io stessa mentre li guardavo.
Grazie Francesca, sapere di essere riuscito a rendere l’idea è una bella soddisfazione!