Soffio al cuore

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: All'interno della locanda si riversano gli istinti peggiori dell'insegnante di pianoforte e del suo allievo. Gustav è inorridito e incredulo, fin quando alla sue spalle non sopraggiunge una figura misteriosa, dalla voce sognante, irresistibile. Si tratta di una giovane donna di nome Sveva.

«Ho passato tutta la serata dell’inaugurazione della rivista nell’attesa di un suo segnale, fino alle prime luci dell’alba. Mi hanno fatto vedere i luoghi dove lei era passato. La stanza della firma,  della prima serata di riunione informale, quando con lei c’era il suo compagno di classe di un tempo, Ariele, e poi una certa Lara, ma non sua moglie. Era un’amica del poeta, che quando mi ha visto mi ha sorriso e forse anche odiato, è stata una sensazione. E infine mi hanno indicato la sede della sua direzione, dall’esterno, dicendomi che fosse collegata alla suite dove lei avrebbe pernottato. Mi hanno mostrato la suite alle prime luci del giorno, in una luce spettrale, quando l’autobus dell’orchestra era prossimo a precipitare e a schiantarsi nel dirupo, e adesso, a sorpresa, mi ritrovo accanto a lei, come in un sogno, mi creda, e senza muovere un dito, mentre lei non ha detto una sola parola, però. Non mi ha nemmeno guardato in viso. Sta pensando al suo amico cartolaio, immagino. È preoccupato per lui, è così? Vedrà che tornerà presto, me lo sento. Ma perché non si gira un momento, prima che io ritorni dentro?» mi fece la voce.

Ero impressionato dal suo calore e dalla sua dedizione, come dal contatto della sua mano, della sua voce delicata, inverosimile.

«Qualche volta, quando tutto sarà finito, vorrei avere l’onore di ospitarla nella mia locanda» e io le balbettavo frasette imprecise, mentre la sua mano mi attraversava una guancia, come a saggiarmi la qualità della rasatura o a ritemprarmi dalla stanchezza di quel giorno funesto, senza tempo.

«Mi stanno chiamando. Devo andare, purtroppo. Speriamo di vederci dopo, allora» mi disse, lasciandomi la mano, che fui tentato di trattenermi ancora per qualche istante sul viso – ritornato freddo perché privato del suo tepore, che svanì insieme ai suoi passi fiabeschi, sostituiti dalla voce gracchiante dell’insegnante polacca che dispensava ordini e rimproveri continui, gridando spesso il nome della piccola Greta e la punizione esemplare che le avrebbe riservato.

«Avvocato Gustav!» ancora un boato dall’insegnante di pianomorte che mi richiamava all’ordine. «Che cosa fa sulla porta? Chiuda, che c’è corrente. Venga ad accomodarsi alla nostra tavola, piuttosto. Abbiamo lo stinco di porco con patate novelle e birra scura. Non perda altro tempo che altrimenti non trova più nulla» per poi esplodere in una risata grassa, teatrale, dove si percepivano i pezzi di cibo masticati. Non sentivo più la voce di Sveva, soltanto i suoi passi leggeri, che andavano e venivano per servire l’ insegnante, che imprecava contro il cartolaio, la bambina Greta, la bacchetta perduta, il cattivo tempo che non voleva smettere.

«Allora stinco di porco anche per lei, avvocato?» insisteva, con la voce disastrata da un boccone troppo grosso che aveva addentato, col rischio che le spezzasse un incisivo o un intero ponte, e io che le spiegavo di avere lo stomaco chiuso e lei: «Non mi deluda, avvocato! Una persona come lei non può rifiutare un mio invito. La voglio qui a tavola con noi, seduto alla mia destra» ma io volevo resistere e non voltarmi. Rimanere col viso all’aria aperta, agli alberi del bosco, ai lampioni fiochi dello sterrato antistante l’ingresso.

«Chiuda la porta e venga da me, che mi sto spazientendo!» mi imprecò l’insegnante, tossendo forte – un boccone prima o poi le sarebbe andato storto, per la foga con cui si ingozzava –, e quando stavo per chiudere la porta per raggiungerla, le folate di vento e di acqua aumentarono e arrivarono fin dentro, insieme al braccio, alla mano e al respiro sottile di Sveva, che mi disse, con un filo di voce: «Ti ho conservato il posto, Gustav. Puoi fingere di mangiare tutto ciò che desideri, giusto per farla contenta. Io la conosco bene, dal tempo dei miei studi musicali, che mi vedevano la sua prediletta, fino a un giorno prima del mio crollo nervoso. Basta che tu ti sieda. Lei non farà nemmeno caso al cibo che mangerai. L’importante è che sappia che sottostai, insieme a me, al suo dominio. In effetti, sentirci dominati dallo stesso inquisitore può rappresentare un legame, anche molto profondo. Potrebbe non capitarci più di avere chi ci domina e ci sottomette con la stessa intensità e al riparo dello stesso luogo. Il dolore può più dell’amore, da sempre».

«Io… potrei sedermi a tavola, seduto alla destra della tua insegnante, come lei desidera, sebbene non abbia fame, ma il problema non è il non avere fame, ma la paura mortale di guardarti, di scoprire cosa ci sia oltre il respiro della tua mano, della tua voce, del tuo profumo sempre più lontano, come succede a un ricordo, al soffio al cuore di una compagna di classe al telefono. Perdonami, ma non lo so dire. L’unica cosa che so è che vorrei che tu te ne andassi. Non posso più guardarti. Se tu rimani io non posso raggiungere il tavolo dell’insegnante» le dissi.

«Ma… se rimango da sola, lontana da voi che sarete a tavola, come potrò mai servirvi?» mi fece.

«Allora prendi una maschera, uno strofinaccio o un fazzoletto e copriti il viso…» ma non mi diede il tempo di finire, che la donna mi bendò gli occhi con un suo fazzoletto, per poi affondarmi un bacio fragilissimo sul lato delle labbra.

Il temporale imperversava con le sue sferzate d’acqua livida, che nonostante il tessuto del fazzoletto mi zampillavano davanti agli occhi. Non sapevo più dove mi trovassi. Aprii la bocca e continuavo a sentirla dentro, come il vento, la pioggia, la radice di un dente d’oro, il fumo di una casa appena crollata. Nella locanda era piombato un silenzio profondo, dopo l’errore del suo bacio tutto storto, così improbabile, che aveva mancato il centro della bocca e che sembrava dato da una ragazzina delle scuole elementari, che non aveva capito un bel nulla, né dei compiti assegnati né delle segrete dei sentimenti negati e poi riposti sotto le tenebre dei grembiuli – o lungo il confine di un soffio al cuore di Margot, come un po’ immaginai.

Continua...

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Discussioni

    1. @pasqualetintore Ciao, Lino e grazie del tuo commento. Questo passaggio che hai colto lo trovo nucleico, nonché rappresentativo di molti aspetti ideologici e controversi della serie, che intanto si avvia lentamente alla sua conclusione. Infatti la prossima stagione, l’ottava, sarà l’ultima. Un saluto e buona scrittura.