Solo un attimo 

Il mare d’inverno ha nei miei occhi una visuale più nitida, non è come d’estate quando l’aria calda ne lambisce i contorni e sale indisturbata in quella visione distorta e opaca che pare fuoco acceso davanti a noi, non è così adesso nell’aria che si trafigge d’inverno negli occhi e ce li fa spalancare a pieno e attraversa la nostra pelle secca e rossastra, come fossimo aperti ad una visione più chiara e vigile degli scenari attorno a noi.

Ed è così che ora lo sto guardando, questo mare limpido e azzurrognolo, mentre i muri freddi della casa sono ancora pregni di umidità e il balconcino, con la sua ringhiera bassa, di un verde inglese classico, non pare troppo convinto di sorreggermi.

Il suo confine tra la gravità sospesa del cielo, su quel pezzo di ferro così freddo, mi arriva alla prima estremità della mia anca, così basso questo confine, così alta io, quasi da buttami giù senza che me ne accorga, mi sporgo per provare quell’ebrezza e in un attimo lucido le mie vertigini mi riportano indietro, più vicina alle persiane e alla portafinestra, il vento comincia a soffiare così forte che io dovrei rientrare, lo scialle di lana spessa e blu mi si appiccica addosso, scagliato e svogliato da aria violenta, intanto che io placida rimango immobile, intorno è un’odissea di fruscio gelido, dell’albero di mimosa che proprio adesso in febbraio sta appena sbocciando, dei fari delle macchine che iniziano ad accendersi con le prime ore di questo pomeriggio mentre nel giro dell’ultima curva, percettibile, sento il rumore della sua automobile arrivare verso casa e raggiugermi.

Non sono pronta, ma nella storia tra noi due, m chiedo quando mai lo sono stata.

Se provo a dirglielo, questo mio disagio, lui mi dice che non devo lamentarmi e che ho ottenuto questa bella casa, che dovrei essere contenta, che lui non la voleva e l’ha fatto per me.

Quante cose gli uomini giustificano con un –l’ho fatto per te- per scoprire ogni volta che l’hanno fatto semplicemente per loro stessi, per comprarti o ingannarti di bugie che non sanno più scindere dalla propria fantasia e suddividerla con la realtà che stanno vivendo.

Sono mesi che sento quel –l’ho fatto per te- perentorio e univoco, a ricordarmi che non posso lamentarmi, che non posso appartenermi nemmeno nei miei desideri o nei miei disagi.

È forse questo il concetto di proprietà che una donna concede ad un uomo standogli accanto, non ci è dato diritto di essere qualcuno all’infuori di quell’io maschile, paghiamo gli sbagli degli uomini ma non siamo mai le artefici delle loro vittorie.

Ora il rumore della sua macchina è accanto a me e quelle lamiere lucide di rosso vivo e moderno sono un contrasto netto con questo contesto antico, il cancello vecchio e dall’aria di altri tempi si apre lento e monotono al ritmo della luce gialla ed elettrica, io rientro, non voglio vederlo scendere e venirmi incontro, il suo corpo tozzo contro lo sfondo che accenna un tramonto e un affetto, il mio, che sembra diluirsi intorno al suo sorriso, così incostante e accidentale, così palesemente falso nelle sue promesse.

“Sono a casa.”

È a casa, lo sento chiaramente dalla scia delle sue sigarette, già accese e forse mai spente.

“Ciao. Io vado in doccia.”

“Aspetta. Devo dirti delle cose.”

Lui mi afferra e non è mai dolce, la sua è una presa sempre stabile e forzata, come se il tempo degli altri corpi fosse qualcosa di suo.

“Vado a Roma.”

“Quando?”

“Domani. Ho una call conference.”

“Una che?”

“La Rai, vuole visionare il mio progetto.”

“Ah. Ma il trasloco? Hai visto la casa com’è in aria.”

“Puoi pensarci tu con i tuoi. Io devo andare.”

“I miei stanno male. Poi ho una presentazione e il bar, come faccio da sola?”

“Sonia è la Rai, mi sembra che abbia detto tutto.”

“Devo anche vedere Massimo, sta presentando il nuovo libro.”

“Ma chi, quello che ti fa il filo e che non ti lasca stare? Che secondo me quella notte dei fuochi tu mi hai pure tradito con quello.”

“Leo ma cosa dici? Non stavamo manco insieme a quei tempi. Eravamo amici, come lo sono con Massimo, è un collega anche. È importante che io frequenti queste persone.”

Leonardo mi guarda come se lo avessi ferito con un paio di forbici nel petto, poi cambia aspetto, alza la voce, gesticola in modo inconsueto, mi sta addosso e mi manca il respiro.

“È fuori discussione che tu lo veda. Adesso tu ti fai la tua doccia, io preparo la cena e quando scendi mi fai un bel sorriso e mi aiuti a fare la valigia che sto già in ansia, ho bisogno di te. Sono stato chiaro?”

“Chiarissimo. La cucino io la cena, se vuoi.”

“Amore, sciocca che sei, lo sai anche tu che tra i due quello che cucina bene sono io.”

Gli è tornato per un attimo il sorriso ed io non ho il coraggio di dirgli che la verità è esattamente il contrario.

Sento le mie costosissime padelle sbattere sui fuochi in cucina, la casa nuova, quella che lui dice ho tanto voluto io, non è come mi aspettavo, adesso il mare lo guardo dell’alto con le luci della riviera che diventano asfalto luminoso, prima a pochi passi da me, la spiaggia mi accoglieva in veloci istanti.

Non ho la patente e penso che Leonardo abbia voluto questa casa anche per questo, per confinarmi maggiormente lontana da ciò che è la mia vita, lontana da tutti gli spettri che quelli come Massimo possono animarsi nella sua testa.

È un percorso di scatoloni e oggetti sparsi a terra, di tappetti arrotolati come enormi caramelle colorate e scope abbandonate e spaiate dalle proprie palette, i vestiti sono ancora chiusi negli scatoloni e non ho idea di dove siano gli asciugamani che cerco invano da qualche giorno, e sono stanca del caos, stanca di una casa nuova che non può essere casa mia, come nessuna lo è mai all’inizio e c’è la malinconia sfuggente di un ambiente che non esiste più, quella presente nelle case vecchie che solo a saperle di qualcun’atro ti prende un magone inspiegabile.

Le case vecchie sono come i vecchi amori, annullano i difetti di ciò che è stato ricordando solo la gioia che abbiamo provato nel viverci dentro.

La mansarda azzurra è disordinata e sterile, dagli oblò come finestre guardo luci e stelle fondersi insieme mentre il mare ormai nero è una distesa scura di orizzonte.

Apro l’acqua della doccia e accendo l’unica lampada che ho trovato, è blu intenso, mi ricordo quando da piccola con mamma c’era la pubblicità del sapone Felce Azzurra e la canzone di Mina, “Le mille bolle blu”, come sottofondo.

La cantavamo sempre quando si faceva il bagno insieme e facevamo volare la schiuma verso il soffitto altissimo, promettendoci che un giorno anche noi avremmo fatto un bagno blu come quella pubblicità, poi non lo abbiamo fatto, chissà perché, con tutte le case vissute la promessa del bagno blu non si è mai avverata.

Prendo il cellulare e le scrivo.

“Domani Leo parte. Ho bisogno di una mano con la casa e poi parliamo un po’.

Un bacio”

Non aspetto risposta e mi infilo in doccia, contro le piastrelle di un azzurro lucidissimo appoggio la schiena, sono cinque anni che non vedevo più le mie cose, gli oggetti di casa mia, le fotografie, i libri letti o quelli ancora in attesa, cinque anni lunghissimi e dispersivi in cui, paradossalmente, sono riuscita ad essere anche felice. Ma adesso quelle mancanze che credevo inaccettabili fanno di nuovo parte di me, sono di nuovo mie e non posso dire di essere felice ma forse, dentro questa sera, non dovrei essere l’unica a sorridere.

Cinque lunghissimi anni fa la mia vita si è fermata, provo a sorridere, e inevitabilmente penso a lui.

Il clacson suona forte, nitido dalla curva appena sotto la casa

È qui. E non sono più sola, ho qualcuno a cui dire tutto quello che sento, il male che ho dentro.

Scendo ancora in accappatoio e l’aria sottile dell’inverno passa sopra le vene e brucia come ghiaccio fatto d’ortica.

Le gambe nude corrono accanto al rosmarino, passano gli ulivi e si fanno veloci nell’arrivare al cancello, ma chi trovo davanti a me non è mia madre.

Non ci diciamo niente perché nei silenzi abbiamo imparato a capirci e poi lui, proprio come quel ghiaccio che mi si è insinuato addosso, prima mi raffredda e poi si scioglie addosso, con tutta la forza del suo affetto e le labbra che sembrano sempre promettermi un bacio.

“Mi sei mancata.”

“Non puoi stare qui.”

Stavo pensando a lui poco fa nella doccia e adesso è qui, accanto a me, forse se esiste un teletrasporto è questo, un pensiero che passa dalla mente al cuore.

“Lo so. E nemmeno tu. Quando mi hai detto di Leo non stavamo più insieme e forse ti sono sembrato geloso, ma quello è pericoloso…”

Poi Leo mi è accanto, sbucato da non so dove, e sento qualcosa pungermi sotto il collo.

È solo un attimo di sangue prima di morire.

Prima di essermi ricordata cosa fosse, e chi, l’amore vero. 

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Discussioni

  1. “Le case vecchie sono come i vecchi amori, annullano i difetti di ciò che è stato ricordando solo la gioia che abbiamo provato nel viverci dentro”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  2. Ciao Marta, ho letto il tuo racconto con molta partecipazione. A volte dei rapporti sono delle vere gabbie, soprattutto quando una delle parti è insicura: perchè è quel tipo di sentimento, che porta un uomo a creare una prigione per la propria donna