SOLO

Il dolore impregnava di sé corpo e anima. Le luci bianche dell’ospedale diffondevano il loro bagliore asettico al passaggio della lettiga. Chiuse gli occhi e rivide l’auto sbandare e venirgli contro. Ricordava la percezione di un volo ed il tonfo sordo sull’asfalto. Poi, buio. Aveva riaperto gli occhi dentro un’ambulanza che correva a sirene spiegate. Il darsi da fare convulso dei medici gli aveva fatto capire subito quanto fosse seria la situazione, ma il dolore che provava annientava persino la paura. Sua moglie era arrivata con altri parenti e le sue lacrime caddero su di lui mentre si chinó a baciarlo. Nel tunnel stretto della tac si chiese se ce l’avrebbe fatta e fu allora che sentì la paura. La bottiglia della flebo dondolava sopra la lettiga. La sala operatoria era gelida. “Stia tranquillo” gli dissero due occhi sopra una mascherina verde. Poi, si sentì soffocare, per un attimo. Buio.

Riaprí gli occhi con estrema difficoltà. Con sollievo sentì che riusciva a muovere mani e piedi. Quando mise a fuoco i volti attorno al suo letto, dai loro sorrisi comprese che doveva essere andato tutto bene.

Sua moglie, seduta accanto a lui, la testa poggiata sul cuscino si era abbandonata al sonno dopo tutta la tensione del giorno. Lui, solo allora, notò che nel letto accanto al suo riposava un altro paziente. Un vecchino raggrinzito dal tempo e dalle sofferenze, il respiro affannoso e lo sguardo fisso sul soffitto.

Passarono giorni e lunghissime notti popolate dai lamenti, dal passo felpato degli infermieri nei corridoi, da pianti e bisbiglii. Condivise la stanza sempre con lo stesso vecchino, ogni tanto entrava qualche volontaria a sistemarlo un po’, ma mai un parente, un amico. Nessuno. Si sentiva quasi in colpa quando, all’orario delle visite la stanza si riempiva di tutti i propri cari. Il vecchino stava lì, rannicchiato nella sua totale solitudine, mai un lamento. La goccia nella flebo a scandire le giornate.

Erano passate un paio di settimane ed ora riusciva ad alzarsi e fare qualche passo nel corridoio: conosceva tutti, ormai, medici, infermieri ed anche alcuni pazienti con cui si fermava a chiacchierare. Tornando nella stanza aveva cominciato a sedersi sulla sedia accanto al letto del vecchino. Restava a fissare la sua immobilità e quel su e giù delle coperte sul suo petto affannato. Ogni tanto, gli sfiorava la mano con una carezza lieve ed a quel tocco la bocca del vecchino si allargava in un impercettibile sorriso.

“Non dimentichiamo nulla, vero?” sua moglie non stava nella pelle. Finalmente tornava a casa, qualche piccolo segno sul volto, ma decisamente più in forma. “Vai avanti, cara” disse “ti raggiungo subito”. Si girò e si accostó al letto del suo compagno di stanza. Guardò il suo volto pallido, gli occhi sprofondati in un sopore infinito. Strinse la sua mano smunta per un attimo e scappò via, con dentro un profondo senso di colpa nel lasciarlo lì.

A casa tutto riprese a scorrere in una lenta quotidianità. Era tornato alla vita e ne gustava ogni istante. Dopo una settimana volle mettersi alla guida della sua moto. Doveva farlo. Sua moglie lo lasciò andare a malincuore, ma era giusto che superasse lo choc, non poteva impedirglielo. Le ruote correvano sull’asfalto grigio. Si fermò nel grande parcheggio dell’ospedale. Era l’ora delle visite. Si mescoló alla fila di parenti che saliva ai reparti. La strada la conosceva bene: stanza 3 secondo piano. Entrò. Nel letto che era stato suo per tanti giorni c’era un giovane circondato da un folto gruppo di persone che chiacchieravano animatamente. Si addentró nella stanza. Sentì un tuffo al cuore. I suoi occhi si posarono sul materasso arrotolato.

L’aria della sera era fin troppo gelida sul suo viso, il rombo del motore dava voce ai pensieri affollati nella sua mente. Una lacrima si lasciò asciugare dal vento.

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Discussioni

  1. Racconto molto toccante, abbastanza breve e che nonostante questo riesce a condensare una vicissitudine lunga come tempo e come emozioni.
    Il gioco del destino, quello che poteva capitare a me è successo a te e viceversa, funziona sempre come leva sulle considerazioni fra vita e morte e su come, dopo che si possono aver sperimentato entrambe non sempre siamo uguali nel provare ciò che prima ci sembrava immediato e scontato, ciò che rende unico questo racconto è il tuo modo intimo di narrare la storia, delicata e insieme potente. Brava!