
Sophie – dalle memorie di un’attrice
“Lei è un’attrice, Sophie, vero? Ho letto molto di lei, purtroppo non ho mai avuto il piacere di vederla.”
“Sì, sono un’attrice, le parole sono state il mio dono quotidiano al pubblico…*
Sophie sospirò volgendo lo sguardo verso il cielo imbronciato oltre la finestra.
“Le parole… fossili meravigliosi di ogni nostro passato, brandelli terribili di umanità. Le parole sono state la mia vita. Le leggevo nel copione, una in fila all’altra, costrette dai margini, nella veste povera di serie di segni. Parole allineate quando avrebbero dovuto danzarvi dinanzi agli occhi, costrette quando avrebbero dovuto prorompere, smarginare, impazzire.
Le leggevo, le imparavo a memoria e le pronunciavo dando loro senso e vita. Le liberavo una ad una, cosciente di ognuna, parca o generosa, schiva o spavalda. Donavo loro il fiato su cui librarsi o le trattenevo lasciandole sgocciolare. Non c’è parola che io non conosca di un’intimità segreta.
Divenni attrice per gioco, per sbaglio. Ero sposata con Lazco, un industriale ungherese che incontrai appena dopo il collegio. Un collegio di suore. Ci facevano fare il bagno vestite di una tunica di lino, perché era peccato guardarsi. Imparammo tutte a levarla appena chiuse nello stanzino ed indossarla bagnata uscendo.”
Sophie rise per un istante radiosa, poi si rabbuiò.
“Ho lasciato il collegio e dopo pochi mesi l’ho incontrato. Io avevo quindici anni, lui trent’otto. Lo sposai. Mi insegnò a parlare, a vestirmi, ad inchinare la testa da un lato e assentire sempre. Volle insegnarmi a fare figli, ma non seppi farlo. Ho scoperto solo dopo che la colpa non era mia. Mi insegnò, senza volerlo, a guardare oltre le sue spalle e a immaginare la vita senza di lui. Passavo i pomeriggi in una pasticceria del centro facendo finta di aspettarlo, golosa come una bambina.
In una di quelle pasticcerie ho conosciuto il mio secondo uomo. Arruffato e bellissimo iniziò a parlarmi, come non si dovrebbe fare, come speravo che facesse.
‘Gentile Signora, ho visto una sua fotografia appesa nella bacheca di un fotografo in centro.’
‘Lei ha visto una mia fotografia? non sapevo che le esponessero così. Non si dovrebbe, credo.’
‘Ho visto una sua fotografia e volevo proporle di partecipare a un film. Sono un regista, è il mio primo vero film, non posso pagarla molto, ma lei è bellissima, le posso insegnare.’
‘È come un gioco?’
‘Si! ci si trucca, ci si veste e si immagina di essere un altro, poi si tagliano tanti pezzetti, e si costruisce una storia, che a volte sembra vera.’
‘Cosa devo fare?’
‘Scendere da una scala, sorridere e correre forse..’
‘Non devo parlare?’
‘Non lo so, la mia storia è qui dentro ma non so come uscirà, né quando.’
‘Dovrebbe chiedere a mio marito.’
‘Lo farò volentieri ma desidero sapere se accetta, se le farebbe piacere.’
Piacere… se mi farebbe piacere. Questa è stata la prima parola che ho percepito, come un nastro di velluto in un groviglio di corda. Piacere. Desideravo il piacere, desideravo piacere. Desideravo che mi si chiedesse quale piacere desideravo.
Scesi da quella scala, venti volte per quel giovane arruffato e insicuro e sentivo che gli piacevo.
Ebbi successo. Quelle sono le mie fotografie di allora, vede, madrina di guerra con i soldati che mi scrivevano dal fronte. Pensi, ne ho ancora una annerita dal fumo di un aereo abbattuto, recapitata anni dopo. Chissà cosa è successo a quei ragazzi… Qui sono io al varo. Qui ricevo un premio a Venezia. Queste sono foto di scena. Riconosce il prim’attore? Era celebre allora, un bel ragazzo. Questa è Isabelle Ariani da giovane, ora vive in una casa di riposo per artisti. Dice che è felice, che si vede il mare dalla sua stanza.
Il cinema fu un’avventura bellissima, ma la guerra spazzò via tutto, cambiarono i gusti, le idee. Dopo, c’erano i giovani, volti nuovi.
Passai al teatro.
Dopo la guerra viaggiavamo in carri bestiame, facevamo compagnia su e giù per il paese. Tournée di un mese, rappresentazioni tutte le sere e la domenica lo spettacolo del pomeriggio. Anche a Natale e Capodanno, spesso in sale semivuote dove i colpi di tosse erano più forti delle nostre voci, a volte su palchi così piccoli che dovevamo reinventarci ogni movimento.
Fu in teatro che divenni un’attrice. Una brava, brava attrice. Ho recitato di fronte a quei quattro raffreddati come davanti ai massimi critici. Ho detto le mie parole, come se ognuna fosse un regalo prezioso da accompagnare fino alle loro orecchie…
Poi conobbi il mio terzo uomo. Me lo presentarono ad una festa.
Dovresti consolarlo, mi dissero: i partigiani gli hanno ucciso l’amante tedesca. Aveva la fronte alta, i capelli lisci tirati all’indietro, aderenti alla testa ben formata. Un viso ovale, illuminato da un sorriso ironico.
Un uomo importante, un uomo di cultura. Sposato. Si lasciò consolare, mi lasciai conquistare. Eravamo due persone pubbliche, in balia del nostro desiderio di successo. Il nostro segreto conosciuto da tutti, questa relazione esibita e discretamente ignorata, ci regalava intesa senza intimità, affetto senza sogni, attimi meravigliosi senza promesse. Partiva da casa, viaggiava fino alla mia porta e s’inventava il viaggio.
Un giorno mi raggiunse mentre ero con tutta la compagnia al mare. Giunse vestito di lana e con gli sci perché si era inventato una vacanza in montagna. Dovevi vederlo, mi rincorreva lungo la spiaggia, in quella calda giornata di ottobre, con i calzoni di lana arrotolati al ginocchio. Mentiva per me come ogni amante, ma non mi mentiva. Non gli chiesi mai di più. Ancora una volta mi ero trovata un maestro. Di parole, di pensieri, di stile. Ancora una volta solo di passaggio: tenero e provvisorio come un’idea folle che uno coccola al buio senza illusioni.
Ad un certo punto, passioni e desideri, anche quelli mai ammessi, si adagiano sul fondo della vita, lentamente, delicatamente. Non ci lasciammo mai, ma smisi di aspettarlo. Tornò da sua moglie, in un certo senso. Forse, con gli anni, i cerchi si fecero sempre più stretti fino a coincidere con il punto di partenza, i viaggi sempre più brevi fino a che non gli restò che girare su se stesso.
Anche la mia carriera si sfilacciò lentamente, una stanchezza che conquistò i progetti. Come un appuntamento che diventa ricorrenza e poi nessuno si ricorda più perché bisognava andarci.
Del mio uomo, dell’uomo che era stato mio, seguivo i passi per radio o sul giornale.
A volte, quando il ricordo irrompeva mio malgrado nelle nuove abitudini quotidiane, rileggevo un vecchio diario. Non per rimpianto, ma per vedere se c’erano ancora le parole che ricordavo. Se non si fossero sbiadite come la memoria.”
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Ci offri un’immagine di donna particolarmente affascinante. Una eterna bambina per cui tutto è un gioco, dal rapporto con gli uomini alla recitazione. Le hai dato una voce e ne è uscito un racconto veramente bello
Grazie, davvero. Questi commenti mi fanno veramente piacere. Questo brano è un estratto di un romanzo che forse verrà pubblicato ma è ancora tutto vago. Un romanzo, non perfetto ma molto personale, autobiografico, elaborato forse troppo a lungo… passione difficile, scrivere.
“Ad un certo punto, passioni e desideri, anche quelli mai ammessi, si adagiano sul fondo della vita, lentamente, delicatamente”
Che bello anche questo passaggio. La vita
““Le parole… fossili meravigliosi di ogni nostro passato, brandelli terribili di umanità. Le parole sono state la mia vita.”
Che meraviglia questa immagine❤️
Veramente bello questo librick, mi hai fatto venire in mente le attrici di Cinecittà se non quelle dell’epoca d’oro di Hollywood
Cinecittà è giusto. L’attrice in questione (con altro none) è sta celebre prima della guerra lavorando soprattutto nel cinema, per poi passare nel dopoguerra al teatro. Grazie del commento
Wow! E` incredibile come tu sia riuscito a calarti cosi` bene nei panni di Sophie. Non ha il volto di una delle tante attrici che preferisco. Fosse stata Giuliette Binoche, Claudia Pandolfi,
Maya Sansa o Vanessa Scalera (il sostituto procuratore Emma Tataranni), avrei esultato; pero`, questa tua descrizione in prima persona, mi piace.
Il potere delle parole nei film, come nella letteratura o nella vita quotidiana, e` indiscutibile.
Per la sapiente abilita` del loro uso, complimenti a te, ancora una volta. Uno stile narrativo che apprezzo, puntualmente, in ogni testo che ci regali come “un dono quotidiano”, direbbe Sophie.
Grazie ancora. Diciamo che è un mondo che conosco da vicino anche se Sophie è un’attrice del passato.