Sorrisi negati
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
STAGIONE 1
Sono entrato nell’atrio di quella che era stata la mia vecchia scuola media di sabato, alle due del pomeriggio precise. Così era scritto di fare sul foglio di convocazione che avevo ricevuto la sera di un paio di settimane prima per mano di un messo comunale, fradicio per il temporale che si stava abbattendo sulla città.
A questo giro di votazioni saremmo stati in cinque a svolgere servizio: il Presidente di seggio, il suo Segretario e tre Scrutatori, fra i quali ultimi avrei militato anch’io.
Non era la prima volta, da ché avevo terminato la scuola svariati anni prima, che risalivo la stretta rampa di scale che porta al primo piano dell’edificio. Ma al pari di quando certi avvenimenti del passato spuntano fuori inaspettati come pupazzi con le molle dalle scatole di carnevale, mi ha colto ugualmente impreparato il ricordo di me bambino che affronto quei gradini per tornare in classe dopo la lezione di ginnastica e sento raggiungermi allo stomaco un pugno secco sferrato da dietro, piazzato con maestria professionale da un coetaneo; lo stesso, probabilmente, col quale ho litigato pochi minuti prima durante il tragitto dalla palestra all’aula. Per un motivo che nel momento in cui il colpo va a segno ricordo benissimo, ma oggi non più.
Mi è rimasta però la sensazione dei muscoli addominali che si contraggono per proteggere il ventre colto di sorpresa quando ormai non c’è più niente da fare, il dolore acuto in profondità all’altezza dell’ombelico e il sibilo gutturale del fiato che si ferma in gola prima di raggiungere con fatica i polmoni.
Era stato il primo, vero pugno che mi veniva sferrato con la volontà di fare male, e per un attimo avevo pensato che non sarei più riuscito a respirare come prima. Quando mi ero voltato, chi sospettavo fosse l’autore del gesto mi aveva guardato con una piega maligna della bocca, che sui bambini di quell’età si piazza esattamente sul confine tra l’irruente innocenza dell’infanzia e la consapevole risolutezza dell’età adulta. Poi il bidello aveva spinto me e tutti gli altri verso il passaggio che conduceva alle classi, come pecore dentro un recinto, e la storia era finita lì.
Ci incontriamo ancora in giro, io e l’uomo in cui quel bambino si è trasformato. Ci salutiamo sempre, con educazione, ma per quanto ci sforziamo non riusciamo mai a sorriderci.
Su un lungo corridoio dotato di alte finestre di legno, verniciate in un grigio pastello passato di fresco, l’aula dove avrei prestato servizio era la prima di molte. Sezione 31.
Sono entrato e mi sono presentato a quelli che sarebbero stati i miei colleghi per i prossimi tre giorni, due ragazze a fare da Scrutatrici assieme a me e due ragazzi come Presidente di seggio e Segretario.
Mi ostino sempre a chiamarli a quel modo quelli dell’età che avevano quei quattro, che poi è pure la mia: ragazzi e ragazze. Cadendo anch’io nel tranello in cui cascava mia madre quando ero piccolo e chiamava ragazzi e ragazze le persone della leva uguale alla sua, che altro non erano in verità che adulti fatti e finiti già da un pezzo. Quando questo succedeva io me la ridevo di gusto, e giuravo che a me una cosa del genere non sarebbe accaduta mai, che non avrei mai fatto confusione come lei. Perché ad un certo punto si diventava uomini e donne, punto. E come poteva anche solo venire in mente di spogliarsi di quei titoli che tanti privilegi comportavano per voler ritornare a farsi chiamare ragazzi?
Michela, Daniela, Dennis, Guido. Volti più o meno noti di una città in cui si dice sempre ci si debba conoscere a vicenda, a dispetto delle dimensioni, e dove invece ogni volta che ti giri ti spuntano davanti facce nuove. Qualcuno che veramente non hai mai visto, qualcuno che invece hai conosciuto o frequentato un sacco di tempo addietro bazzicando il tuo quartiere, hai perso di vista e ora te lo ritrovi cresciuto con le fattezze di uno che sei convinto di incontrare per la prima volta.
Ci siamo divisi i compiti da svolgere così da concludere il lavoro in modo efficiente e rapido allo stesso tempo, ed avere il resto della giornata libera.
Mentre Guido, il Segretario, si occupava di sbrigare le incombenze amministrative sotto la direzione di Dennis, Daniela Michela ed io ci siamo dati alle mansioni più pratiche. Seduti ad uno di quei banchi che quando li occupavi tutti i giorni ti sembravano molto più alti, abbiamo spacchettato le schede, le abbiamo contate, timbrate col sigillo comunale e vidimate con una sigla.
Eravamo a meno della metà del lavoro quando alla stanza si è affacciato un ragazzo che non raggiungeva la trentina. Indossava una maglietta a maniche corte a testimoniare che la primavera non era più una speranza ma una condizione concreta, e sugli avambracci muscolosi faceva ampio sfoggio di una serie di tatuaggi dalle tonalità bluastre e dalle fantasie indefinite. Ha attraversato la porta spalancata senza annunciarsi, e altrettanto senza salutare è entrato tenendo tra le mani un blocco per gli appunti con una penna incastrata tra le pagine. Ha posato il blocco su uno dei banchi restandosene in piedi, lo ha aperto alla prima pagina, intonsa, e senza guardare nient’altro se non la punta della penna che ora poggiava sul foglio a quadretti, solo allora si è prodotto in un abbozzo di saluto per poi chiedere le generalità del Presidente di seggio. Nome, cognome, numero di telefono, indirizzo. Una volta annotate le informazioni che gli servivano ha chiuso il blocco, ha girato su sé stesso e se n’è andato, salutando ancora più distrattamente di quanto non avesse fatto al suo arrivo.
Non è stata la richiesta in sé a coglierci di sorpresa, perché tutti conoscevamo la prassi da parte delle forze dell’ordine che stazionano nei seggi di raccogliere le generalità dei responsabili. Piuttosto, non sapevamo se a lasciarci perplessi fossero stati più i modi ai limiti della scortesia dell’agente o il fatto che tatuaggi talmente appariscenti non fossero più un ostacolo per entrare a far parte di Polizia o Carabinieri.
Serie: La doppia lettera
- Episodio 1: Sorrisi negati
- Episodio 2: Scomodità
Ha quel ritmo lento, preciso, di chi osserva il mondo con gli occhi aperti e una punta di ironia gentile. Il pugno sulle scale che torna dopo anni, il bidello che spinge come pecore, il poliziotto tatuato — sono pennellate piccole che dicono cose grandi. Ti ci ritrovi dentro.
Grazie per avere notato tutti questi dettagli Lino, per me è fonte di grande soddisfazione.
Oh, mi stai svelando un mondo che per me era avvolto dal mistero più fitto: il funzionamento di un seggio elettorale e delle figure mistiche che lo compongono… Io comunque, per il sì e per il no, voto in una scuola di cui ignoravo l’esistenza: l’Istituto Livio Tempesta a cinque minuti esatti di strada a piedi dal portone di casa dei miei genitori. In realtà il mio primo pugno lo ricevetti alle elementari. Un mio compagno di classe si sentì tremendamente offeso dal fatto che io scoppiai a ridere quando l’insegnante, un prete che si chiamava don Palacino, fece una battuta divertente mentre lui leggeva un tema su un qualche argomento riguardante la famiglia. Sono sempre stato uno di quegli alunni dalla ridarella facile. In ogni caso Roberto, come sempre, i tuoi scritti sono magnetici e ipnotizzanti. ♥
E i tuoi commenti sono ricchi e valgono come un racconto a sé. Grazie di aver letto Emiliano!
“Mi ostino sempre a chiamarli a quel modo quelli dell’età che avevano quei quattro, che poi è pure la mia: ragazzi e ragazze”
che ridere, capita anche a me🤣🤣🤣. Però poi siccome mi fa brutto, e chiamarli signore e signora suona come un offesa, quando lo sei davvero, e uomini e donne fa troppo de Filippi, finisce che chiamo tutti tizio e tizia.
Si, tizio e tizia sono sempre una valida alternativa. L’associazione con la De Filippi invece non l’avevo mai fatta 😂. Belin ma è ancora viva?!
Sei sicuro che era un poliziotto? Perchè pure a me risulta che non si possano ancora fare tatuaggi visibili se entri nelle forse dell’ordine…detto questo. Un inizio di serie originale, non mi era mai capitato di vedere nei seggi potenziale letterario, e invece. Sono curiosa di sapere il seguito!
Belin non si può più avere nemmeno una certezza di sti tempi. Pessimismo e fastidio. 😂
Anche a me sembra strano sentir chiamare “ragazza” o “ragazzo” qualcuno che ha già superato i 40 anni 😅
La forza dell’abitudine😉. Grazie della lettura Arianna.
Ciao Roberto, una nuova storia dal tono un po’ nostalgico. Sono curiosa di scoprire quali connessioni caratterizzeranno i tuoi nuovi personaggi.
Grazie per avermi dato fiducia leggendo il primo episodio! Ciao Tiziana!!!
Bellissimo il titolo!
Oh, grazie Kenji, sono contento che tu ti sia soffermato anche su questo aspetto.
Ciao Roberto, è sempre una piacevole sorpresa scoprire come riesci a rendere interessante e coinvolgente scene di vita quotidiana.
Grazie Melania, vediamo se se sarà interessante anche il seguito.
Ciao Roberto, la parte che ho trovato più riuscita è quella del pugno, perché lì il testo diventa più vivo e concreto. Mi è piaciuta anche l’idea del ritorno nella vecchia scuola come innesco dei ricordi. Sono gli aspetti che mi sono arrivati di più.
Grazie Daniele, mi fa molto piacere perché vuol dire che ho raggiunto l’intento 🙏🏻