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Serie: Izumi è morta


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L'ingegnere giapponese Izumi Sasaki è stata trovata morta sulla ISS

Otto ore prima il ritrovamento del cadavere

Katja Chernova portò avanti il suo personalissimo rituale prima di infilarsi nel sacco a pelo appeso alla parete. Dieci capriole a mezz’aria. Ruotava e rideva.

Loretta Sanders era, come ogni sera, in videochiamata con il marito e le tre gemelle dalle lunghe trecce.

Uliana Kozlova assisteva a uno degli esperimenti di Rodolfo. Ormai era appurato da diversi anni che oltre l’essere umano esistessero altre forme di vita nell’universo. Per vita, gli scienziati intendevano microrganismi in grado di produrre CO2 come scarto del loro metabolismo, non esseri evoluti e progrediti tecnologicamente come l’uomo. Rodolfo stava esaminando la quantità di anidride carbonica ghiacciata su un frammento di asteroide. Il laboratorio della Stazione Spaziale era il suo porto sicuro, cercava di trascorrere la maggior parte del tempo lì dentro.

Uliana prese un cilindro con dentro un liquido incolore. «E questo che cos’è?»

Rodolfo ebbe un fremito, per poco non fece cadere il frammento di CO2 ghiacciata. Poggiò delicatamente il reperto, cacciò fuori le mani dai guanti inseriti dentro la teca sterile di vetro e con gli occhi sgranati si avvicinò a Uliana. «Posalo lentamente. Quello è monossido di carbonio allo stato liquido. Non sai quanto lavoro mi sia costato.»

«E cosa ci fai con qualcosa di così pericoloso? Ma il comandante ne è a conoscenza?»

«Ovvio. Che domande sono. Mi serve per creare i miei solventi altrimenti non potrei continuare a studiare le rocce», Rodolfo prese il cilindro delicatamente e lo sistemò nella spugna protettiva, «il contenitore ha una temperatura interna di -205°C, basta una minima variazione della temperatura per far evaporare il monossido. Adesso sto sperimentando la cristallizzazione su piccole superfici.»

Uliana lo fissò con occhi esterefatti.

Lars Skov camminava spedito tra i corridoi spostandosi da un modulo all’altro fino a raggiungere quello russo che era anche la sede degli alloggi. Passò il polso davanti la parete e la porta della stanza di Izumi si aprì silenziosa. La donna si voltò di scatto, era a petto nudo, aveva appena finito di applicare il cerotto transdermico di GABA.

«Non sembra che ti aiutino molto questi cerotti.» Lars prese in mano il pacchetto dalla scritta verde.

«Ti sbagli invece.» Izumi gli strappò di mano la confezione.

«E come spieghi la tua irritabilità?» Lars raccolse un cerotto che era caduto rimettendolo all’interno della scatolina con estrema facilità; era molto più piccolo rispetto alla confezione.

«E tu come lo spieghi che sei sempre contro di me? Non mi difendi mai, anche più volte al giorno.»

«Cosa dovrei fare, Izumi?»

«Stare dalla mia parte.»

«Non posso difenderti per partito preso. L’aggressione è un fatto gravissimo che io non tollero. Se ti mostri aggressiva, sia verbalmente che fisicamente, come posso difenderti?»

«Puoi eccome. Che comandante è quello che non riesce a prevenire i momenti di crisi?»

«Certo, adesso è colpa mia? Dovevo prevedere pure il tuo alto tasso di permalosità? Così come l’elevata percentuale di arroganza che ti ha portato a litigare l’altro giorno con un tuo collega?»

«Non puoi saperlo se fosse effettivamente un mio collega.»

«Non ci metto la mano sul fuoco, ok, ma sono sicuro che non avrebbe avuto nessun motivo di spacciarsi per tale.»

«Anche tu ti reputi un mio collega. Siamo ingegneri entrambi, è vero, ma non siamo colleghi, tu ti occupi di tubi, io di ben altro.»

«Io mi occupo di tubi. Bella questa. Visto che un ingegnere idraulico e un ingegnere aerospaziale non stanno sullo stesso piano ti voglio ricordare che sei una mia sottoposta. Ti avviso», la voce di Lars tremò mentre le puntava il dito davanti il volto, «alla prossima bravata farò richiesta di farti atterrare. Non costringermi a farlo.» Il comandante si voltò e stava per pigiare il tasto di apertura quando si sentì avvinghiare da dietro. I piccoli seni pressati sulla sua schiena mentre le mani si incrociarono all’altezza dell’addome. La fronte appoggiata tra le scapole del comandante, un sussurro: «Scusa.»

Lars si voltò e la baciò, come non aveva ancora fatto. La passione li travolse nello stretto cubicolo fin quando entrambi esplosero di piacere in una magnificenza degna delle nebulose che osservavano ad anni luce di distanza..

Lars controllò l’ora. «Si è fatto tardi, meglio tornare nel mio alloggio prima che scatti il coprifuoco. Tu riposati. Domani ti voglio operativa e rilassata.»

«Operativa lo sono sempre», rispose lei ammiccando, «rilassata lo sarò grazie a te.»

Izumi guardò il comandante lasciare la sua stanza, accese la luce da lettura, si buttò a capofitto sul libro che la stava appassionando. Ebbe qualche colpo di tosse. Ma non se ne curò più di tanto. Non si rese conto di quanto tempo fosse passato, girò gli occhi in cerca dell’orario proiettato al tramezzo di metallo ed ebbe un senso di vertigine nonostante fosse sdraiata e ben salda alla parete. Provò a slacciare le cinture ma il movimento a 0g sommato alla vertigine le procurò un conato di vomito. Si guardò nello specchietto che aveva in stanza e notò delle petecchie agli occhi. Iniziò a sudare freddo, il cuore assunse un ritmo tachicardico, percepì una certa fame d’aria, si portò le mani al collo, spalancò la bocca. Nuotò fino alla porta, il pulsante di apertura non funzionava. Batté con i pugni più forte che poteva ma le stanze erano insonorizzate, nessuno poté sentirla né aiutarla.

Tre ore dopo il ritrovamento del cadavere

Il governo giapponese avviò lesto i protocolli di sicurezza. Una squadra con al petto il logo dei servizi segreti trasferì il corpo della trentaquattrenne in una sacca nera che aderì perfettamente alle forme della donna.

La salma stava per essere trasferita sulla navetta giapponese per il rientro in patria. «Aspettate un attimo. Come comandante in carica volevo dire due parole. Abbiamo vissuto per diversi mesi in compagnia dell’ingegnere Sasaki. Spesso abbiamo discusso, ma soprattutto all’inizio abbiamo passato tutti dei bei momenti, spensierati oserei dire e credo di parlare a nome di tutti dicendo che ci mancherà ogni aspetto del suo carattere, sta lasciando un vuoto incolmabile.» Lars Skov si batté il petto con un pugno; fu imitato dal resto dell’equipaggio.

Il briefing di inizio turno durò meno del solito sia per gli avvenimenti delle ore precedenti sia perché dovevano compensare la mancanza di un membro e questo significava maggiore lavoro e più attenzione.

Nonostante l’ora di pranzo sembrò arrivare subito, tutti gli astronauti avevano lo stomaco chiuso. Affrontare la morte da così vicino non è mai semplice. La brevità della vita pulsa veloce come un fuoco bramoso di esaurirsi e trovare la sua pace di cenere.

Al centro della plancia comparve un ologramma quadrato dallo sfondo nero. Solo Lars Skov ne aveva visto di simili prima di quel giorno e quei quadrati fluttuanti non erano mai presagio di buone notizie. Spuntò una scritta: Il comandante Lars Skov è invitato a svolgere un’indagine interna sulla sospetta morte dell’ingegnere Sasaki. Le circostanze ci portano a pensare che non si tratti di un incidente. Restiamo in attesa di sviluppi e del rapporto conclusivo, il comandante sa già come contattarci. La Direzione.

«Ma non crederanno che l’abbiamo uccisa noi?» Loretta Sanders fece rimbalzare i suoi larghi fianchi sulla poltrona.

Rodolfo Sangiorgi iniziò a sudare freddo, sentì l’aria mancargli e ingerì una nanotecnologia broncodilatatrice. «Non parlare al plurale. Non c’è nessun noi. Io non ne voglio sapere nulla. Chiunque sia parli subito se è quassù», si guardò intorno disorientato, «l’operatore dell’altro giorno. Il collega di Izumi …»

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