
Sotto la polvere, il nero
Serie: Antologia Horror
- Episodio 1: Terrore una sera di fine estate
- Episodio 2: Sotto la polvere, il nero
- Episodio 3: Luna bugiarda
STAGIONE 1
La vecchia scuola elementare. Sola e abbandonata tra verdi colline ai piedi dell’Altopiano. Persiane chiuse e porte sbarrate. Di nuovo una scossa lungo la schiena. Aveva il cuore in gola.
Da un paio di anni entrava in edifici abbandonati. Livio fotografava il passato. Quando ci entrava dentro era una scarica di adrenalina. Iniziò per gioco e non riusciva più a farne a meno. Si perdeva in ogni angolo, tra le pareti diroccate e gli oggetti, fermi nel solito punto per anni. Sotto la polvere il loro passato, più o meno lontano. Ma c’era sempre una storia che avrebbero potuto raccontare. Andava da solo, scattava fotografie a luoghi e oggetti fuori tempo. Di solito erano ville, palazzi, una volta andò nella cava e nel vecchio ospedale, poi nel cinema dove il tempo sembrava essersi fermato a diciannove anni prima. Una trentina di foto, pronte per la mostra che organizzava la scuola a Natale.
Girava per le strade in motorino, sceglieva i luoghi che più lo attiravano. Certo, appena conseguita la patente, la situazione sarebbe cambiata, il progetto era quello di continuare le sue ricerche, magari fuori regione e chi lo sa? All’estero?
Della scuola elementare non riuscì a sapere nulla, o quasi. La trovò per caso una mattina, era piccola, forse costruita tra gli anni ’30 e ’40. L’esterno non mostrava segni evidenti di abbandono. Se non fosse stato per le persiane abbassate e scarabocchiate a bomboletta, si poteva pensare che era ancora attiva. Circondata da un piccolo cortile e di fronte, il panorama della vallata. Qualche casetta in pietra macchiava il verde dei prati attorno. Era graziosa, sviluppata solo in un piano. Sapeva che nei paesi vicini, un tempo ci abitavano molte più persone ma nel corso degli anni si erano trasferite altrove.
Sulla scuola elementare aveva fatto qualche ricerca ma nessuno sapeva niente. Gli sembrò molto strano. Nei paesi di solito la gente parlava, nemmeno le persone più anziane ne sapevano nulla, oppure non volevano saperne nulla. Quando in giro faceva domande, qualcuno cambiava discorso. Un comportamento singolare, di solito nei paesini, la gente era contenta di raccontare la storia dei loro posti anche se in disuso. Per loro era come viaggiare nel passato.
Prima di entrare, ci passò davanti decine di volte. Immaginava come poteva essere stata un tempo, quando era ancora aperta. I ragazzi che giocavano in cortile controllati a vista dalle maestre per evitare che finissero sulla strada.
Guardava quelle pareti bianche e il tetto rosso, voleva entrarci ma c’era qualcosa che lo bloccava. Erano i dubbi. Disorientato dalle strane reazioni della gente a cui aveva chiesto informazioni. Si fece coraggio, pensò che erano solo congetture mentali. Doveva entrarci, quelle foto gli servivano per la raccolta.
Era una fredda e soleggiata mattina d’inverno, era mercoledì. Si svegliò presto, partì dopo colazione in sella al suo motorino. Un solo tornante, una strada stretta in direzione delle colline, pochi chilometri per arrivare all’Altopiano. Faceva molto freddo, il vento sembrava tagliare la pelle, nell’aria odore di legno bruciato dai caminetti, poco più indietro una casa, più avanti invece, una curva a gomito e una strada che scendeva verso un ristorante. In fondo alla verde vallata la città sveglia e impegnata nelle sue abitudini.
Proseguì avanti fino al bar, qualche piccolo tavolino davanti al bancone e un cappuccino bollente per riscaldarsi un po’.
Arrivò fino alla scuola a piedi. L’aria fredda gli entrava nel naso e congelava i polmoni. Una signora dall’abbigliamento stravagante seduta sopra il muretto, indossava un cappotto in lana dai colori accesi, in testa uno strano berretto. Un pesante e ansioso silenzio.
«Non hai freddo in motorino?» chiese la donna.
«Ormai ci sono abituato.»
Lo sguardo imbambolato e assente della donna lo inquietava seppur sembrava sereno e pacato. Si era accorto dopo dei suoi guanti azzurri in lattice.
Diceva di abitare vicino e di conoscere bene la storia del posto. Sosteneva che la scuola elementare era stata attiva fino al 1996. Ci lavorava come bidella prima di andare in pensione. Era terrorizzato quando la donna iniziò a ridere senza motivo. Aveva lo sguardo immerso in chissà quali ricordi.
«Non ci entrare con la macchina fotografica. Potresti trovare quello che non stai cercando.»
Si alzò dal muretto e camminò verso un sentiero che portava nel bosco. Aveva un’andatura lenta e claudicante. Sparì in pochi secondi.
Non aveva dato importanza alle sue parole. Aveva paura ma era ostinato ad entrare. Un vialetto messo male e due scalini frantumati. Un marciapiede spaccato circondava tutta la struttura, una porticina in legno sul retro. Bastò abbassare la maniglia e la porta si aprì.
Uno stretto corridoio quasi buio, in fondo la luce naturale di una porta aperta.
Nell’unica classe, dei disegni alla lavagna e dei banchini, allineati come se a breve dovesse iniziare la lezione. Sul muro schizzi rossi. Livio si voltò di scatto e dietro di lui una donna. La stessa di poco prima. Svenne.
Aprì gli occhi. Livio piangeva. La donna borbottava sottovoce una strana filastrocca in una lingua che non aveva mai sentito nella sua breve vita. Realizzò di essere legato nel locale caldaia sotterraneo.
Una brandina logora e un paio di banchini allineati fungevano da tavolo. Livio era legato ad una vecchia cattedra. Lei rideva a crepapelle.
«Sei ancora così curioso?» la cordiale e cristallina voce era diventata cavernosa e burbera.
«Lasciami ti prego» lui la implorò e piangeva più forte.
«Troppo facile così. Hai disturbato il mio inquieto riposo e adesso pagherai le conseguenze delle tue azioni.»
Un muro spoglio e scrostato nel silenzio di una campagna abbandonata alla paura. Oltre le pareti annerite di morte, occhi ciechi e orecchie sorde. Lo sguardo assente nella penombra. Alle spalle della donna, un corpo senza vita penzolava da una trave.
Qualcuno lo avrebbe cercato, doveva inventare una storia credibile. Aprì la scatola in legno. Alcuni effetti personali di Alina e Roberto catturati una sera d’estate del 2000. Evaristo, un senzatetto che si era fermato solo per fumare una sigaretta, poi Livio fotografo troppo curioso.
Novembre 2010. Tre buste spedite da tre parti d’Italia diverse recapitate al commissariato di polizia. Quattro fotografie di volti spenti e dormienti, paonazzi e tumefatti. Erano i cadaveri seppelliti ai piedi dell’Altopiano.
Serie: Antologia Horror
- Episodio 1: Terrore una sera di fine estate
- Episodio 2: Sotto la polvere, il nero
- Episodio 3: Luna bugiarda
Bel racconto soprattutto la parte iniziale: le atmosfere sono ben costruite.
Grazie… cerco sempre di elaborare il più possibile l’atmosfera; penso che per un horror sia un requisito basilare😉
La cosa incredibile è che c’è veramente gente che, per professione, curiosità o semplice follia, si addentra in luoghi abbandonati da decenni. Alcuni ci hanno anche rimesse le penne, anche se, ovviamente, per motivi diversi da Livio.
Credo che il fascino di questo racconto risieda proprio nel parallelismo che si può trovare con la nostra realtà. D’altra parte, anche la parte relativa al serial-killer, che spedisce dei souvenir alla polizia, è un fatto storico, avvenuto, tra l’altro, proprio qui in Italia.
Grazie Giuseppe, apprezzo molto il tuo commento. Si è un’attività che molti praticano e devo dire la verità, la trovo molto affascinante se praticata con rispetto di chi ha vissuto davvero quei luoghi, senza distruggere, scarabocchiare o deturpare, ma solo rimanere lì, pochi minuti e immaginarsi quel luogo vivo, magari viaggiando con la fantasia di tuffarsi nel passato.
Questo racconto mi ha ricordato “Ghost town”, il programma televisivo di un reporter che va nelle cittâ abbandonate a raccontare la storia di questi luoghi spettrali. Il tuo testo é intrigante e scritto abbastanza bene; credo che sarebbe meglio inserirlo in un altro genere. Inoltre mi chiedo, ma finisce qui?
Grazie per il tempo che hai dedicato al mio racconto.
Anche io non ho capito benissimo il finale. O per meglio dire, ne ho compreso il senso ma per come è scritto non mi è stato chiarissimo. Il racconto è molto interessante e mi è piaciuto.
Ciao Giancarlo, mi dispiace di non aver chiarito certi punti, il senso del mio racconto non era creare confusione ma bensì un velo di mistero in modo da incuriosire il lettore e magari… interpretare il finale come meglio credeva. Ti ringrazio di cuore per le tue parole. 🙂
Naturalmente, Giglio, quasi sicuramente sono io che non ho ben capito. Te l’ho segnalato solo nell’intento di esserti utile. Talvolta il lettore potrebbe essere un po’ pigro e aspettarsi un aiutino.
Ciao, sei stato utilissimo Giancarlo e ti ringrazio. A breve il terzo episodio che riguarderà la disavventura di una ragazza. 😉
Caro Giglio, tutto molto agghiacciante e prelibato, soprattutto nell’ambientazione di case ed edifici abbandonati (si tratta infatti di un contesto che stuzzica anche me e vorrei prima o poi scrivere una storia a riguardo); e in più la donna psicopatica/omicida è sempre cosa gradita in una storia horror. Confesso però di non aver capito bene il senso del finale. Suppongo che le foto le abbia spedite la donna psyco, ma perché?
Ciao Tiziano, grazie di tutto! 😄
Per rispondere alla tua domanda: una serial killer psyco che non si limita solo ad uccidere ma bensì a “sfidare” la polizia; come segnalare la sua presenza. In questo caso, l’assissina vuol far sapere che le persone che stanno cercando, in realtà, sono morte e qualcuno sa dove sono seppellite. Una domanda che potrebbe sorgere spontanea è perchè? Cosa nasconde quella vecchia scuola abbandonata, tra armadietti semivuoti e cattedere ferme al loro posto da anni?
Ciao Giglio, ok, grazie per la risposta. In effetti uno psicopatico che si rispetti può cercare la sfida o addirittura sperare intimamente di essere fermato. Inoltre, sugli orrori di quella scuola potrebbero spalancarsi infiniti racconti!
Sai Giglio cosa mi piace di più? La tua generosità espositiva. Ossia, pochi misteri, fronzoli e girarci attorno. Tu arrivi sempre dritto ai punti, esattamente sai come vuoi colpire. Come se tu giocassi con la paura a carte scoperte. Il mistero si esplicita in oggetti, paesaggi e persone. La paura si concretizza e questo la rende ancora più inquietante. Aspetto i prossimi episodi.
Ciaooo Cristiana. Grazie mille per il tempo e l’attenzione che hai dedicato al mio racconto. Sono lusingato dal tuo commento. 🙂